«Non posso annunziare che perirà d’un colpo e senza lotta. Essa lotterà. L’ultima sua guerra sarà forse lunga e avrà diverse fortune. O voi, eredi del proletariato, o generazioni future, figli di giorni nuovi, voi lotterete, e allorchè dei crudeli rovesci vi faranno dubitare del successo della vostra causa, riprenderete fiducia, e direte col nobile Everhard: «Perduro per questa volta, ma non per sempre. Abbiamo appreso molte cose. Domani l’idea risorgerà, più forte in saggezza e in disciplina».
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Non abbiamo potuto resistere alla tentazione di riprodurre nella sua interezza la presentazione che Anatole France fa del Tallone di ferro, perchè, confortati dal suo giudizio, nell’ora torbida che attraversa l’Europa tutta, premuta com’è dal tallone del bolscevismo dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, dalle dittature rosse e da quelle monarchico-militaristiche, è più che mai necessario che quelli «che hanno il dono prezioso e raro di prevedere, rendano noti i pericoli che presentono».
A parte il grande godimento intellettuale che dà l’opera di Jack London, essa racchiude in sè un insegnamento e un ammonimento che non debbono andare del tutto perduti. Sin dal 1904, egli aveva scritto una terribile requisitoria contro la società capitalistica attuale. Il suo inesorabile «j’accuse», dal titolo «War of the Classes», Guerra delle classi, vibra di sincera e profonda rivolta contro la borghesia trionfante, e predica il socialismo come una santa crociata. In lui l’amore del proletario è qualche cosa di più alto, di più universale dell’amore di patria; e nell’accusare e nel difendere trova accenti che impressionano e commuovono, perchè ci fa sentire nella sua personale e dolorosa esperienza tutta l’ingiustizia di una società «dove sono uomini che sprecano ricchezze non guadagnate col proprio lavoro, e uomini che languono nella miseria per mancanza di lavoro».
Non sono certo «La guerra delle classi» e «Il tallone di ferro» le opere più interessanti del London, dal punto di vista dell’arte, ma esse aiutano, meglio di tutte le altre, a capire l’anima dell’eterno vagabondo e le crisi ch’egli patì, al punto di abbandonare gli uomini per gli animali, e a rappresentarli con così tremendo realismo.
Questi libri di Jack London, come quelli di Upton Sinclair, di Giuseppe Conrad, di Bernardo Combette, di H. G. Wells e di Israele Zangwill, appartengono ad una letteratura d’eccezione, sono i libri di una generazione tormentata, che ha vissuto la grande tragedia degli uomini oppressi e schiacciati dall’attuale ordinamento — o disordine — economico che ci condusse alla guerra mondiale.
Tuttavia, essi non scrivono per odio di classe, ma per indomabile amore di questa travagliata Umanità che vorrebbero vedere libera da tanti mali e da tante ingiustizie, riunita in una sola famiglia laboriosa, generosa, tollerante, concorde!
GIAN DÀULI.
Rapallo, aprile 1924.