Bisognava assolutamente fare economia. Durante le vacanze aveva consumato quasi tutto il danaro guadagnato nella stiratoria, e, passarono altre settimane senza ch’egli potesse sperare di ottenere il frutto del suo lavoro attuale. Tranne per qualche visita a Ruth o a suo sorella Geltrude, egli non usciva, ma viveva come un recluso, facendo ogni giorno perlomeno tanto lavoro quanto ne può fare un lavoratore comune in tre giorni. Dormiva cinque ore appena, e bisognava avere una costituzione di ferro per sopportare, come faceva lui, diciannove ore continue di lavoro. Non perdeva neppure un minuto secondo; aveva esposto allo specchio delle liste di definizioni, di modi di pronunzia, e radendosi, vestendosi, pettinandosi, egli ripassava quelle liste! Altre liste erano attaccate mediante spilli al muro sopra il fornello, ed egli le consultava mentre cucinava o lavava le stoviglie. Appena le imparava a memoria, le sostituiva con altre. Ogni parola nuova o non compresa trovata nei libri che leggeva, era immediatamente segnata. Egli portava persino con sè quelle liste in tasca e le studiava per la via, aspettando il suo turno, dal macellaio o dal droghiere.
Ma non basta: leggendo le opere di coloro che avevano ottenuto il successo, egli annotava i risultati ottenuti da loro, gli espedienti usati, e poi li studiava. Non plagiava ma cercava dei principî. Così formò delle liste di procedimenti abili, poi ebbe egli stesso delle trovate che s’ingegnò di applicare in modo originale. Allo stesso modo collezionò frasi parlate, frasi mordenti come acido, o brucianti come fiamma, altre soavi, luminose e fresche come fonti d’acqua viva nel deserto arido del linguaggio convenzionale.
Dovunque cercava la regola e il metodo. L’apparenza soltanto della bellezza non lo soddisfaceva più; egli la sezionava nel suo laboratorio dove gli odori di cucina s’alternavano col chiasso da serraglio della tribù dei Silva; e, conoscendo l’anatomia della bellezza, egli sentiva accresciuto il potere di crearne.
Era incapace di lavorare senza capire, come un cieco che s’affidi semplicemente al caso e alla sua buona stella... Secondo lui, nulla doveva essere fatto a caso; voleva sapere il perchè e il come. Il suo talento era risolutamente creatore, così che, prima di cominciare un racconto o un poema, l’opera era già tutta viva nel suo cervello, con la conclusione e il modo di giungere a tale conclusione nella maniera più interessante. D’altra parte egli si meravigliava di qualche trovata spontanea che si rivelava alla prova della più severa analisi. E sebbene sezionasse la bellezza per scoprirne i principî esoterici, rimaneva sempre convinto che l’essenza stessa di quella bellezza è impenetrabile. Sapeva benissimo, dalla lettura dello Spencer, che nessuno può conquistare l’assoluta conoscenza e che il mistero inerente alla bellezza è imperscrutabile come quello della vita; che, anzi, le fibre della bellezza e della vita sono intimamente congiunte, e che egli stesso era una particella dell’inconoscibile, contrasto di sole, di polvere stellare e d’etere.
Pieno di questi pensieri, egli scrisse il saggio intitolato «Polvere di Stelle», nel quale difendeva, non i principi della critica, ma le critiche più celebri. Era profondo, brillante, filosofico e deliziosamente spirituale. Anche questo fu respinto da tutte le riviste, con una unanimità notevole. Ma, sbarazzatasene la mente, egli proseguì il cammino con serenità. Era un’abitudine, ora: appena concepito l’argomento, egli lo concretava immediatamente scrivendolo a macchina. Il fatto che fosse pubblicato o no, aveva un’importanza relativa; l’importante era liberarsi la mente da un fardello che l’ingombrava, per poter chiarire altri problemi e maturare altri pensieri. Rassomigliava un po’ a coloro che, tormentati da una sofferenza, — vera o falsa, — rompono periodicamente un silenzio meritorio, per dare addosso all’oggetto del loro martirio, con tanta maggior violenza, quanto più contenuta.
CAPITOLO XXIV.
Le settimane passavano, e Martin non aveva neppure un soldo, e gli chèques degli editori si facevano aspettare. I suoi manoscritti, ormai invecchiati, erano ritornati, poi ripartiti; e il suo giornalismo non era più fortunato. La lista delle sue vivande divenne, di giorno in giorno, d’una semplicità sempre rudimentale. Durante cinque giorni visse con un mezzo sacco di riso e con qualche chilogrammo di fagioli secchi. Poi cercò di vivere a credito. Il droghiere portoghese, che sino ad allora era stato pagato in contanti, rifiutò ogni anticipo, quando il conto di Martin ebbe raggiunto l’enorme somma di L. 15,60.
— Sentite, — egli fece, — vedo bene che non trovate lavoro e che perderei il mio danaro.
E Martin non ebbe nulla da replicare. A che scopo dare delle spiegazioni? La più elementare concezione commerciale vietava che si facesse credito a un vigoroso giovanotto, evidentemente troppo pigro per lavorare.
— Se trovate del lavoro, vi fornirò della merce. — assicurò il droghiere, — ma niente lavoro, e niente merce. Così vanno gli affari.