Il sentiero dov’egli correva era stretto e fiancheggiato, da ciascun lato, da masse di giovani abeti. Egli puntò verso la piccola macchia bianca, e a piccoli balzi la raggiunse, poi, con un altro balzo le fu addosso, e stava già per affondare i denti, quando a un tratto ecco la piccola macchia innalzarsi in aria di sulla testa del lupo, il quale riconobbe un coniglio di neve che, sospeso, nel vuoto, a un giovane abete, balzava, saltava, faceva capriole, in una specie di danza fantastica. A tale spettacolo «Un Occhio» indietreggiò, spaventato, poi si appiattò sulla neve, ringhiando minacciosamente verso quel piccolo essere misterioso e forse pericoloso. Ma la lupa, ch’era giunta, passò con destrezza davanti al vecchio lupo, e poi, rimasta tranquilla un po’, si lanciò verso il coniglio che seguitava a danzare in aria. Fece un salto in su, ma non tanto alto da raggiungere la preda bramata, così che i suoi denti si rinchiusero inutilmente nel vuoto, con uno stridore metallico.

Saltò un’altra volta, poi una terza, mentre «Un Occhio» che s’era rialzato, l’osservava. Incitato da quegli insuccessi, egli balzò in alto a sua volta, e afferrò con i denti il coniglio, tirandolo giù a terra. Ma, cosa curiosa, l’abete non aveva lasciato il coniglio: s’era curvato seguendo sino al suolo e pareva minacciare il vecchio lupo. «Un Occhio» aprì le mascelle, e, abbandonata la preda, saltò indietro per tener testa allo strano pericolo: scoprì le zanne, gonfiò la gola, in una specie d’invettiva, e drizzò tutti i peli, del corpo, per la rabbia e lo spavento, mentre il piccolo abete si raddrizzava, e il coniglio, nuovamente in aria, ricominciava a danzare nel vuoto.

La lupa s’adirò e, quasi per punirlo, affondò le sue zanne nella spalla del vecchio lupo, il quale, sempre più spaventato dal misterioso congegno, si raggrinzò e seguitò a indietreggiare, dopo aver graffiato il naso della compagna.

Allora essa, indignata dell’offesa, si gettò sul compagno, che, in fretta cercò di abbonirla, e di farsi perdonare la colpa, ma invano, perchè lei non voleva intendere ragioni e seguitava rudemente a castigarlo, sicchè egli, voltando il capo, in segno di sottomissione, e rinunziando a intenerirla, offrì da sè la spalla ai morsi della lupa.

Intanto, il coniglio, seguitava a danzare in aria sulle loro teste.

La lupa si sedette sulla neve, e il vecchio lupo che, ora, aveva più paura della compagna, che dell’abete misterioso, ricominciò a saltare verso il coniglio.

Riafferratolo, vide l’albero curvarsi, come prima, verso terra, ma, vincendo la paura, egli tenne duro, non lasciando, questa volta il coniglio. L’abete non gli fece alcun male: il lupo vedeva solo che quand’egli si muoveva anche l’albero si muoveva, e gli oscillava sul capo, ma quando rimaneva immobile, anche l’abete non si muoveva. Ne concluse ch’era prudente starsene tranquillo; intanto il sangue caldo del coniglio gli colava nella gola, e gli pareva saporito.

Fu la lupa a togliergli ogni dubbio; essa afferrò il coniglio tra le sue mascelle e senza preoccuparsi dell’abete che le oscillava sul capo e le si lanciava addosso, strappò la testa all’animale dalle lunghe orecchie. L’abete, come una molla che si distende, riprese la sua posizione naturale, verticale, e così rimase, e il corpo del coniglio rimase al suolo. Allora «Un Occhio» e la lupa si divorarono tranquillamente, la selvaggina che l’albero misterioso aveva catturato per essi.

Torno torno, c’erano altri sentieri e cammini, dove dei conigli pendevano in aria. La coppia li ispezionò tutti, e la lupa finì per insegnare al compagno che cosa fossero le trappole degli uomini, e quale metodo bisognasse seguire per impossessarsi di ciò che vi era preso.

V. LA TANA.