Come Venezia si conducesse co' suoi condottieri, è stato già accennato di sopra (pag. 30). Che se essa avesse cercato una più solida garanzia della loro fedeltà, avrebbe potuto per avventura trovarla nel gran numero che ne contava, pel quale, come si rendeva più difficile il tradimento, ne diventava anche più facile la scoperta. Dando uno sguardo ai quadri dell'armata veneziana, sorge spontanea la domanda: come fosse possibile una azione comune con truppe messe insieme da elementi così disparati? In quello della guerra del 1495 figurano non meno di 15 mila cavalli, ma in tante piccole squadre:[122] il Gonzaga di Mantova n'aveva egli solo milleducento, e Gioseffo Borgia settecentoquaranta: a questi tenevano dietro sei condottieri con un contingente di sei a settecento, dieci con quattrocento, dodici con una forza di due a quattrocento, quattordici con cento in duecento, nove con ottanta, sei con cinquanta in sessanta ecc. Sono in parte vecchi corpi di truppe veneziane, in parte veterani condotti da nobili veneziani di città o di campagna, ma il maggior numero dei duci si compone di principi italiani o capitani di città o dei loro congiunti. A questi sono da aggiungere 24,000 uomini di fanteria, sull'arrolamento e la condotta dei quali non abbiamo veruno schiarimento, oltre ad altri 3300 uomini, che probabilmente vi rappresentano le armi speciali. In tempo di pace le città di terra-ferma o erano prive affatto di guarnigione o ne aveano ben poca: Venezia non si basava tanto sull'affezione, quanto sulla prudenza de' suoi sudditi; nella guerra contro la Lega di Cambray (1509) è noto universalmente, che essa li sciolse da ogni obbligo di fedeltà e lasciò giungere le cose al punto, che essi avessero agio di paragonare le piacevolezze di una occupazione straniera col mite suo modo di governare; e siccome essi non ebbero bisogno di staccarsi da S. Marco ricorrendo al tradimento, e quindi non aveano in seguito da temere verun gastigo, così si verificò ciò ch'essa prevedeva, che cioè tutti tornarono con molta premura sotto il di lei dominio. Questa guerra era, lo diciam di passaggio, l'effetto di un secolare grido d'allarme surto contro la smania d'ingrandimento di Venezia. Talvolta quest'ultima commise l'errore delle persone troppo prudenti, quella cioè di non voler supporre nessun colpo di testa ne' suoi avversari, perchè, secondo la sua maniera di vedere, sarebbe stato troppo folle e sconsiderato.[123] In questo ottimismo, che forse è proprio in modo speciale delle aristocrazie, si aveva una volta ignorato completamente gli armamenti di Maometto II per la presa di Costantinopoli, e perfino i preparativi per la spedizione di Carlo VIII, finchè si avverò ciò che meno si aspettava.[124] Ed altrettanto accadde ora colla Lega di Cambray, la quale effettivamente era contraria al vero interesse de' principali suoi fondatori, Luigi XII e Giulio II. Ma nel Papa c'era il vecchio odio di tutta Italia contro la Repubblica conquistatrice, in guisa che egli chiuse gli occhi sulla venuta degli stranieri; e per quanto riguardava la politica del cardinale d'Amboise e del suo re nei rapporti con tutta Italia, Venezia avrebbe dovuto già da lungo tempo accorgersi delle sinistre loro intenzioni e mettersi in guardia. I più fra gli altri presero parte alla Lega per quell'invidia, che è bensì un salutare ritegno posto alla potenza ed alla ricchezza, ma non cessa per questo di essere in sè una ben deplorabile debolezza. Venezia uscì con onore, ma non senza durevoli danni, da quella lotta.


Una potenza, le cui basi erano così complicate, la cui attività e i cui interessi abbracciavano un campo sì vasto, non si potrebbe immaginare senza una grandiosa sorveglianza su tutto l'insieme, senza un continuo bilancio delle forze e dei pesi, degli incrementi e delle perdite. Venezia potrebbe benissimo aspirare al vanto di essere la patria della moderna Statistica: tutt'al più Firenze potrebbe dirsi sua emula, ma in seconda linea, e più sotto ancora i principati italiani maggiormente sviluppati. Lo Stato feudale del medioevo non ha che prospetti generali dei diritti e dei possessi detti urbariali del principe: esso riguarda la produzione come qualche cosa di stazionario, ciò che essa effettivamente è anche, sino a che si tratti unicamente della proprietà fondiaria. Di fronte a ciò le Repubbliche, probabilmente da tempo antichissimo, hanno riconosciuto la loro produzione, fondata specialmente sull'industria e sul commercio, come qualche cosa di estremamente mobile ed hanno agito conformemente a questo concetto, ma si arrestarono — perfino nei tempi più floridi della lega anseatica — ad un bilancio esclusivamente commerciale. Così le flotte, gli eserciti, e tutta la potenza ed influenza politica dello Stato non trovavano posto che tra il dare e l'avere di un libro mastro di commercio. Soltanto negli Stati italiani trovansi per la prima volta congiunti quelli che potrebbero dirsi effetti di una piena coscienza politica con le esperienze desunte dallo studio dell'amministrazione musulmana e da una pratica lunga ed attiva dell'industria agricola e commerciale, per creare una vera statistica.[125] La monarchia assoluta di Federico II nell'Italia meridionale (v. pag. 7) era surta unicamente sulla concentrazione del potere allo scopo di sostenere una lotta, in cui si trattava di essere o non essere. In Venezia per contrario gli scopi supremi sono il godimento dei comodi della vita e dei vantaggi della potenza, l'aumento di ciò che si è ereditato dagli antenati, la riunione delle più lucrose industrie e l'aprimento di sempre nuovi sfoghi al commercio.

Gli scrittori si esprimono con molta schiettezza su tutte queste cose.[126] Da essi noi apprendiamo che la popolazione della città nell'anno 1422 ammontava a 190,000 anime. Forse questo modo di calcolare non più per focolari, nè per uomini atti a portar le armi o per tali che potessero reggersi sulle proprie gambe, e simili, ma per anime, è molto antico in Italia, e può meglio d'ogni altro offrire una base giusta e sicura di calcolo. Allorchè i fiorentini intorno al medesimo tempo insistevano per una lega con Venezia a danno di Filippo Maria Visconti, la Repubblica pel momento li rimandò, nella persuasione evidente, e del resto confermata anche da un esatto bilancio del commercio, che ogni guerra tra Milano e Venezia, vale a dire tra compratori e venditori, fosse una vera follìa. E già perfino quando il duca aumentava la sua armata, Venezia se ne accorava, perchè, dovendo egli con ciò aumentare le imposte, il ducato se ne risentiva e il consumo diminuiva. «Piuttosto si lascino soccombere i fiorentini, perchè in tal caso, avvezzi come sono alla vita delle città libere, essi emigreranno a Venezia e porteranno con sè le tessiture della lana e della seta, come fecero gli oppressi lucchesi». Ma ancor più notevole è il discorso del doge Mocenigo[127] tenuto dal suo letto di morte ad alcuni senatori (1423) come quello che contiene gli elementi più importanti di una statistica dell'intera forza e dell'avere di Venezia. Io ignoro, se e dove esista una compiuta illustrazione di questo difficile documento; ma come una specialità mi sia lecito di riportarne qui alcuni dati. Dopo fatto il pagamento di quattro milioni di ducati per un prestito di guerra, il debito dello Stato (il monte) ammontava ancora a sei milioni di ducati. Il giro complessivo del commercio (come sembra) ascendeva a dieci milioni, i quali ne fruttavano quattro (così il testo). Su tremila navigli, trecento navi e quarantacinque galere stavano 17 mila e rispettivamente 8 ed 11 mila marinai (più di duecento per galera). A questi erano da aggiungere 16 mila costruttori nell'arsenale. Le case di Venezia avevano un valore di stima di sette milioni e fruttavano in affitti un mezzo milione.[128] Vi erano mille nobili, che avevano una rendita da settanta a quattromila ducati annui. — In un altro luogo la rendita ordinaria dello Stato in quello stesso anno è calcolata un milione e centomila ducati: intorno alla metà del secolo, per le perdite sofferte dal commercio in causa della guerra, essa era discesa ad ottocentomila ducati.[129]


Se, per questo spirito di calcolo e per la sua pratica applicazione, Venezia rappresentava completamente e prima d'ogni altro Stato un lato importantissimo del moderno organismo politico, trovavasi per converso in certo modo alquanto al di sotto rispetto a quella cultura, che allora in Italia stava in cima d'ogni altra cosa. Quello che manca qui è l'attività letteraria in generale e specialmente quell'entusiasmo per la classica antichità, che prevaleva dovunque.[130] Bensì il Sabellico afferma che le attitudini alla filosofia ed all'eloquenza non erano punto minori di quelle che si scorgevano pel commercio e per la politica, ed è anche vero che nel 1459 Giorgio da Trebisonda fece omaggio al doge di una traduzione latina del libro di Platone sulle Leggi, e ne fu ricompensato con una cattedra di filologia e cencinquanta ducati annui, e più tardi dedicò alla Signoria il suo libro sulla Rettorica.[131] Ma se si dà un'occhiata alla storia della letteratura veneziana, che il Sansovino aggiunse al noto suo libro su Venezia,[132] non s'incontrano per tutto il secolo XIV che sole opere di teologia, di giurisprudenza e di medicina, ed anche nel XV l'umanismo non vi è, in paragone all'importanza della città, se non assai scarsamente rappresentato sino ad Ermolao Barbaro e ad Aldo Manuzio. Anche la biblioteca che il cardinal Bessarione lasciò alla Repubblica, a stento andò salva dalla dispersione. Per le quistioni di erudizione si aveva e doveva bastare l'università di Padova, dove realmente i medici e i giuristi, quali estensori di pareri politici, aveano stipendi lautissimi. Nè maggiore operosità vi si scorge a questo tempo per ciò che riguarda le produzioni poetiche, che pur tanto abbondarono nei primordi del secolo XVI; e perfino lo spirito artistico dell'epoca del Rinascimento vi appare in sulle prime come importazione estera, e non comincia a dar frutti degni della sua grande potenza se non sul finire del secolo XV. Ma vi hanno indizi di tardità intellettuale ancor più caratteristici e strani. Quel medesimo Stato, che teneva in tanta soggezione il suo clero, che si riserbava il conferimento di tutte le dignità più importanti, e che quasi sempre si metteva in opposizione colla Curia romana, fu schiavo di un ascetismo ufficiale di genere tutto affatto particolare.[133] Corpi di santi ed altre reliquie importate dalla Grecia dopo la conquista turca pagavansi a prezzi elevatissimi e accoglievansi dal doge in solenne processione.[134] Pel sacro Pallio inconsutile nel 1455 s'era deciso di spendere sino a diecimila ducati, ma non si potè averlo. Questo fanatismo non era l'opera di un popolare entusiasmo, ma proveniva da una fredda deliberazione della più alta autorità dello Stato, che pure senza scandolo avrebbe potuto astenersene, come in eguali circostanze a Firenze la Signoria se ne sarebbe certamente astenuta. Non diremo nulla, dopo ciò, della devozione delle moltitudini e della cieca loro fede nelle indulgenze di un Alessandro VI. Ma lo Stato, che pure aveva assorbito la Chiesa più di qualunque altro, aveva qui realmente in sè una specie di elemento ecclesiastico, e il suo simbolo vivente, il doge, in dodici solenni processioni (che si dicevano andate) procedeva con carattere e pompa semi-sacerdotali.[135] Erano feste fatte puramente in onore di avvenimenti politici, che coincidevano colle grandi feste ecclesiastiche: la più splendida di esse, il celebre sposalizio del mare, cadeva sempre nel giorno dell'Ascensione.

CAPITOLO VIII. Ancora delle Repubbliche.

Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della coscienza politica. — Dante come politico. — Firenze qual patria della statistica; i Villani. — La statistica dei maggiori interessi. — Valori delle monete del secolo XV. — Le forme costituzionali e gli storici. — Vizio fondamentale dello Stato toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e il suo progetto di costituzione. — Genova, Siena e Lucca.

La più elevata coscienza politica e la maggior varietà nello sviluppo delle forme di Stato trovavansi riunite nella storia di Firenze, la quale in questo rispetto merita la lode di primo fra gli Stati del mondo moderno. Qui è un popolo intero che s'occupa di ciò, che nei principati è nell'arbitrio di una sola famiglia. La mente maravigliosa del fiorentino, ragionatrice acuta e al tempo stesso creatrice in fatto d'arte, muta e rimuta incessantemente le sue condizioni politiche e sociali, e incessantemente pure le giudica e le descrive. Per tal modo Firenze divenne la patria delle dottrine e delle teoriche, degli esperimenti e dei subiti trapassi, ma anche insieme con Venezia la patria della statistica, e, sola e prima di ogni altro Stato al mondo, la patria della storia intesa nel senso moderno. Nè senza una potente influenza vi rimasero la vicinanza dell'antica Roma e la conoscenza de' suoi storici: infatti Giovanni Villani confessa apertamente, che il primo impulso al suo grande lavoro gli venne dalla sua andata in quella città in occasione del Giubileo del 1300, e che vi pose mano subito dopo il suo ritorno in patria.[136] Ma quanti fra i 200,000 pellegrini di quell'anno avranno avuto uguali attitudini e inclinazioni, e tuttavia non scrissero la storia della loro città! E per vero non tutti potevano fiduciosamente soggiungere come lui: «la nostra città di Firenze è nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare, e però mi parve convenevole di recare in un volume tutti i fatti e cominciamenti della città e seguire per innanzi stesamente infino che fia piacere di Dio». E con ciò Firenze ottenne da' suoi storici non solo una testimonianza autentica del modo con cui si svolse la sua vitalità, ma altresì una fama maggiore che qualunque altro Stato d'Italia.[137]