Ma fra tutti coloro che s'immaginavano di poter costruire uno Stato,[161] il Machiavelli è senza paragone il più grande. Egli usa delle forze esistenti come di forze vive ed attive, le alternative che ci pone dinanzi sono giuste e grandiose, e non cerca mai d'illudere nè sè stesso, nè gli altri. In lui non vi è nemmen l'ombra della vanità e della millanteria, anzi egli non scrive nemmeno pel pubblico, ma soltanto per qualche autorità, o per principi ed amici. Il suo pericolo non istà mai in una falsa genialità o in una falsa deduzione di idee, ma bensì in una gagliarda fantasia, ch'egli domina a stento. La sua obbiettività politica, non v'ha dubbio, è talvolta di una sincerità spaventosa, ma essa è sorta in tempi di estreme miserie e pericoli, nei quali senza di ciò gli uomini non potevano così di leggieri credere più nè al diritto, nè alla giustizia. Nè una virtuosa indignazione contro di essa può aspettarsi da noi, che siamo stati nel nostro secolo spettatori di quanto hanno fatto le Potenze in un senso e nell'altro. Il Machiavelli almeno era capace di dimenticare sè stesso per la cosa pubblica. In generale egli è un patriota nel più stretto senso della parola, quantunque i suoi scritti (poche parole eccettuate) sieno privi affatto di vero entusiasmo, e quantunque i fiorentini stessi lo abbiano da ultimo considerato come un ribaldo.[162] Ma per quanto egli ne' suoi costumi e nei discorsi, come allora la maggior parte, fosse corrivo e licenzioso, certo è che la salute della patria era sempre in cima de' suoi pensieri. Il suo più completo programma per l'ordinamento di un nuovo Stato a Firenze trovasi nel suo Memoriale da lui indirizzato a Leone X[163] e scritto dopo la morte di Lorenzo de' Medici il giovane, duca di Urbino (morto nel 1519), al quale egli aveva dedicato il suo libro del Principe. Le cose sono agli estremi e la corruzione prevale universalmente, quindi anche i rimedi proposti non hanno sempre un carattere di troppa moralità; ma in ogni caso riesce interessantissimo il vedere come egli speri di sostituire ai Medici, qual loro erede, la repubblica, e precisamente una repubblica sorta tutta dalla borghesia. Non è possibile immaginare un edificio, come questo, più ricco di concessioni al Papa, a' suoi aderenti, e ai diversi interessi de' Fiorentini: si crederebbe quasi di guardar dentro al meccanismo di un orologio. Molti altri principii, osservazioni, confronti, viste politiche e simili per Firenze trovavansi nei Discorsi, nei quali tralucono qua e là lampi di maravigliosa bellezza. In un punto, ad esempio, egli ci dà la legge, secondo la quale progrediscono e si sviluppano, ma non senza urti violenti, le repubbliche, e vuole che lo Stato sia mobile e capace di cangiamenti, perchè con questo mezzo soltanto si evitano i precipitati giudizi di sangue e le condanne di esiglio. Per un identico motivo, vale a dire, per evitare le violenze private e gl'interventi stranieri («peste della libertà»), desidera di veder stabilita contro i cittadini più odiati una procedura giudiziaria (accusa), in luogo della quale Firenze da tempo remotissimo non aveva avuto che il tribunale della maldicenza. Da vero maestro egli caratterizza le risoluzioni forzate e tardive, che nei tempi agitati delle repubbliche ricorrono così frequentemente. In mezzo a tutto ciò la fantasia e la miseria de' tempi lo seducono di quando in quando a intonare apertamente le lodi del popolo, che ha maggior tatto di qualunque principe nella scelta degli uomini e che è più docile ai consigli, che lo salvano dalle vie dell'errore.[164] Quanto alla signoria su tutta la Toscana, egli non dubita nemmeno che essa spetti alla sua città, e riguarda quindi (in uno speciale discorso) il riassoggettamento di Pisa come una questione di vita o di morte: egli deplora che, dopo la ribellione del 1502, si abbia lasciato sussistere Arezzo, e in generale si mostra persuaso, che le repubbliche italiane dovrebbero potersi muovere liberamente al di fuori e ingrandirsi, per non essere esse stesse assalite e per goder la pace all'interno; ma Firenze ha fatto le cose sempre a rovescio, e così da tempo antichissimo si è inimicata mortalmente con Pisa, Siena e Lucca, mentre Pistoia «trattata fraternamente» si è sottomessa di proprio impulso.[165]
Sarebbe ingiusto il voler anche solo porre a riscontro le poche altre repubbliche, che ancora esistevano nel secolo XV, con quest'unica di Firenze, che senza paragone fu la sede più importante del moderno spirito italiano, anzi europeo. Siena soffriva di vizi organici profondi, e la sua relativa prosperità nell'industria e nelle arti non deve a questo riguardo trarci in errore. Enea Silvio dalla sua città natale guarda con occhio appassionato[166] alle «fortunate» città tedesche dell'Impero, dove l'esistenza non è amareggiata da nessuna confisca degli averi e delle eredità, dove non esistono nè fazioni, nè arbitrii.[167] — Genova non entra quasi nella cerchia delle nostre considerazioni, poichè prima dei tempi di Andrea Doria non ebbe pressochè parte veruna al Rinascimento, anzi gli abitanti della Riviera passavano in tutta Italia per nemici di qualsiasi cultura.[168] Le lotte dei partiti hanno in questa repubblica un carattere così selvaggio e sono accompagnate da scosse così violente, che quasi non si sa capire come, dopo tante rivoluzioni e occupazioni straniere, i genovesi abbiano pure trovato modo di acquetarsi in uno stato di cose almen tollerabile. Ma forse ciò dipendette dall'essere tutti quelli, che avevano parte alla cosa pubblica, quasi senza eccezione addetti al tempo stesso al commercio.[169] E Genova ci mostra in modo maraviglioso sino a qual grado d'incertezza il commercio esercitato in grande e la ricchezza possano perdurare e con quale stato interno di cose sia conciliabile il possesso di lontane colonie.
Lucca non ha molta importanza nel secolo XV. Dei primi decenni di esso, nei quali la città viveva sotto la pseudo-tirannide della famiglia Guinigi, ci è stato conservato un giudizio dello storico lucchese Giovanni di Ser Cambio, che può riguardarsi in generale come un documento parlante della condizione di tali famiglie regnanti nelle repubbliche.[170] L'autore tratta del numero e della ripartizione delle truppe mercenarie nella città e nel territorio, non che del conferimento di tutti gli uffici a scelti aderenti della famiglia che padroneggia; designa tutte le armi che si trovano in possesso de' privati, e parla del disarmo delle persone sospette; in seguito passa a dire della sorveglianza esercitata sopra i banditi, i quali sono obbligati a rimanere nel luogo loro assegnato sotto pena di una totale confisca dei loro beni, degli atti segreti di violenza commessi per togliere di mezzo ribelli creduti pericolosi, dei modi con cui alcuni commercianti emigrati furono costretti a tornare. Segue una descrizione delle pratiche fatte per impedire possibilmente la riunione della maggiore assemblea dei cittadini (Consiglio generale), sostituendovi soltanto una Commissione composta di partigiani della casa regnante in numero di dodici o diciotto, e toccasi della restrizione di tutte le spese a favore dei mercenari, indispensabili per non vivere in continue paure e pericoli, e che bisognava tenere allegri (i soldati si faccino amici, confidenti e savî). Per ultimo si parla delle miserie del tempo, dello scadimento dell'arte della seta, nonchè di tutte le altre industrie, e della coltivazione dei vini, e si propone come rimedio un dazio elevato sui vini forastieri e l'obbligo assoluto, da imporsi al contado, di comperare ogni cosa in città, i soli mezzi di sussistenza eccettuati. — Questo notevolissimo documento avrebbe bisogno anche per noi di un commento circostanziato: qui lo citiamo soltanto come una delle molte prove di fatto, che in Italia la riflessione politica si svolge assai prima che in tutti i paesi del settentrione.
CAPITOLO IX. Politica estera degli Stati italiani.
Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia. — Tentativo per un equilibrio. — Intervento e conquista. — Alleanze coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione obbiettiva della politica. — Arte diplomatica.
A quel modo che la maggior parte degli Stati italiani erano all'interno opere d'arte, vale a dire creazioni coscienti, emanate dalla riflessione e fondate su basi rigorosamente calcolate e visibili, artificiali dovevano essere anche i rapporti che correvano tra di loro e con gli Stati esteri. L'essere quasi tutti fondati sopra usurpazioni di data recente è cosa per essi sommamente pericolosa tanto nelle relazioni esterne, quanto nel normale andamento interno. Nessuno riconosce il suo vicino senza qualche riserva: lo stesso colpo di mano che ha servito a fondare e rafforzare l'una signoria, può aver servito anche per l'altra. Ma non sempre dipende dall'usurpatore che egli possa sedere tranquillo sul trono, o no: il bisogno d'ingrandirsi e in generale di muoversi suol essere proprio d'ogni signoria illegittima. Per tal modo l'Italia diventa la patria di una «politica estera», che poi a poco a poco anche in altri paesi prevale al diritto riconosciuto, e la trattazione degli affari internazionali, completamente oggettiva e libera da pregiudizi e da ogni ritegno morale, vi raggiunge talvolta una perfezione, che le dà apparenza di decoro e di grandezza, mentre l'insieme ha l'impronta di un abisso senza fondo.
Questi intrighi, queste leghe, questi armamenti, queste corruzioni e questi tradimenti costituiscono in complesso la storia esterna dell'Italia d'allora. Da lungo tempo Venezia era specialmente l'oggetto delle accuse di tutti, come se essa volesse conquistar l'intera Penisola o a poco a poco indebolirla per modo, che uno Stato dopo l'altro cadesse spossato nelle sue braccia.[171] Ma, guardando la cosa un po' più addentro, si vede, che quel grido di dolore non si solleva dal popolo, ma dalle regioni più prossime ai principi ed ai governi, i quali quasi tutti sono gravemente odiati dai sudditi, mentre Venezia col suo reggimento abbastanza mite si concilia le simpatie universali.[172] Anche Firenze colle città soggette, che impazienti rodevano il freno, di fronte a Venezia trovavasi in una posizione assai falsa, quand'anche non si voglia tener conto della gelosia commerciale che le inimicava entrambe, nonchè degli avanzamenti, che Venezia veniva facendo in Romagna. Alla fine la lega di Cambray (v. pag. 94) portò effettivamente le cose ad un punto, che Venezia ne uscì con gloria, ma non senza danno, mentre tutta Italia avrebbe dovuto invece concorrere a sostenerla.
Ma sentimenti non certo più miti nutrivano anche tutti gli altri fra loro, ond'è che noi li veggiamo pronti, come la mala coscienza suggerisce a ciascuno, ad ogni eccesso l'un contro l'altro. Lodovico il Moro, gli Aragonesi di Napoli, Sisto IV (per tacere dei minori) tengono l'Italia in uno stato di perenne agitazione, che le riesce pericolosissimo. E si fosse almeno limitato alla sola Italia questo perfido giuoco! Ma la natura delle cose portò con sè, che si cominciò a guardarsi attorno per qualche ajuto ed intervento, volgendo gli occhi specialmente ai Francesi ed ai Turchi.