Tuttavia il vero ed universale entusiasmo degli Italiani per l'Antichità non comincia a manifestarsi che col secolo XIV. A ciò si richiedeva uno sviluppo della vita cittadina, quale in Italia soltanto e soltanto a questo tempo fu possibile, vale a dire, convivenza ed effettiva uguaglianza della nobiltà e della borghesia, e formazione di una grande società (v. pag. 193), che sentisse il bisogno di istruirsi e n'avesse il tempo e i mezzi. Ma la cultura, se voleva svincolarsi dal mondo fantastico del medio-evo, non poteva passare improvvisamente per mezzo del solo empirismo alla cognizione del mondo fisico e morale; essa avea bisogno di una guida, e come tale si offerse la classica Antichità colla sua ricchezza di verità obbiettive, evidenti in tutti i regni dello spirito. Da essa si tolsero con riconoscenza e ammirazione le forme e la materia, e se ne costituì per un certo tratto di tempo l'essenziale di ogni cultura[366]. Anche le condizioni generali d'Italia favorirono un tale indirizzo: l'impero dopo la caduta degli Hohenstaufen o aveva rinunciato all'Italia, o non aveva avuto la forza di mantenervisi: il Papato aveva emigrato ad Avignone: la maggior parte delle potenze esistenti si reggevano sulla violenza e sulla illegittimità; ma lo spirito della nazione, ridestatosi alla coscienza di sè, era vôlto alla ricerca di un ideale nuovo e durevole, e così il sogno di un dominio d'Italia e di Roma sul mondo potè imporsi alle menti di tutti e tentare perfino una effettuazione pratica con Cola di Rienzo. Vero è che il modo con cui egli, specialmente nel suo primo tribunato, intese la sua missione, non doveva riuscire ad altro, fuorchè che ad una strana commedia; ma tuttavia pel sentimento nazionale la ricordanza dell'antica Roma era pur sempre un punto d'appoggio di gran valore. Tornati in possesso dell'antica loro cultura, gl'Italiani s'accorsero ben presto di essere la nazione più avanzata del mondo.
Il delineare questo moto degli spiriti non in tutta la sua pienezza, ma soltanto nei tratti suoi più salienti e visibili, e principalmente ne' suoi primordj, è ora l'assunto di questa parte del nostro lavoro[367].
CAPITOLO II. Roma, la città delle rovine.
Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine esistenti al tempo del Poggio. — Flavio Biondo, Nicolò V e Pio II. — L'Antichità fuori di Roma. — Città e famiglie di derivazione romana. — Sentimenti e pretese dei romani. — Il corpo di Giulia. — Scavi e restauri. — Roma sotto Leone X. — Le rovine come fonti di sentimentalismo.
Innanzi tutto Roma, la città delle rovine[368], gode anche presentemente una specie di venerazione che è ben diversa da quella del tempo in cui furono scritti i Mirabilia Romae e la storia di Guglielmo di Malmesbury. Se ora mancano i pellegrini che vadano a cercarvi tesori e miracoli[369], vi sono sempre gli storici e i patriotti, che vanno ad attingervi le più alte ispirazioni. In questo senso vogliono essere intese anche le parole di Dante[370]: «le pietre che nelle mura sue stanno, sono degne di reverenzia, e 'l suolo dov'ella siede, è degno, oltre quello che per gli uomini è predicato e provato». La colossale frequenza a' giubilei non lascia quasi veruna devota ricordanza nella letteratura che ne discorre; e Giovanni Villani non esita a dire, che il maggior frutto ch'egli ritrasse dal giubileo dell'anno 1300, fu la sua risoluzione di scrivere la storia di Firenze, surta in lui dalla contemplazione delle rovine di Roma (v. pag. 102). Anche il Petrarca non sa ben dire se egli ammiri più gli avanzi di Roma pagana o quelli di Roma cristiana: e ci narra che di frequente salì con Giovanni Colonna sulle vôlte colossali delle terme di Diocleziano[371], e quivi nell'aria libera e dinanzi all'ampia prospettiva che si apriva d'intorno, immersi entrambi in profondi pensieri e l'occhio fisso sulle rovine, ragionavano insieme non già d'affari, o di cose domestiche o d'interessi politici, ma di storia, evocando l'uno l'antichità pagana, l'altro la cristiana, o s'intrattenevano di filosofia o dei primi inventori delle arti. Quante volte da quel tempo in poi sino a Gibbon e a Niebuhr quel mondo di macerie offerse argomento alle più gravi meditazioni!
La stessa oscillazione di sentimenti incontrasi nel «Dittamondo» di Fazio degli Uberti, che è la descrizione, fatta a guisa di visione (intorno al 1360), di un finto viaggio, nel quale il poeta è accompagnato dall'antico geografo Solino, come Dante da Virgilio. A quel modo che essi visitano Bari per onorarvi S. Nicolò e il monte Gargano in omaggio all'arcangelo Michele, vengono anche a Roma per risuscitarvi la tradizione leggendaria di Araceli e di S. Maria in Trastevere; ma la magnificenza profana di Roma antica esercita su essi un fascino prevalente: una venerabile matrona in lacero abbigliamento — è Roma stessa — narra loro la gloriosa sua storia e descrive minutamente gli antichi trionfi[372]: poi li conduce attorno per la città, addita ad essi i sette colli ed un gran numero di rovine, dalle quali (egli le fa dire) comprender potrai, quanto fui bella!
Ma pur troppo questa Roma dei Papi avignonesi e scismatici non era più, rispetto alle memorie dell'antichità, ciò che era stata alcune generazioni prima. Una orribile devastazione, che ai più importanti edifici ancora esistenti deve aver tolto affatto il loro carattere speciale, fu quella che ebbe luogo nell'occasione dell'atterramento di centoquaranta solide abitazioni di grandi romani ordinato dal senatore Brancaleone intorno al 1258, essendo certo che la nobiltà cercava di trincerarsi nelle rovine maggiori e meglio conservate[373]. Ciò non ostante, restò pur sempre infinitamente più che non rimanga oggidì, e in particolare molti avanzi devono a quel tempo aver avuto ancora il loro rivestimento marmoreo, le loro colonne all'ingresso degli edifici ed altri ornamenti, mentre ora di questi non sopravanza che il nudo scheletro in pietre cotte. Ora appunto a un tale stato di cose fanno capo i primi tentativi di una seria topografia dell'antica città. Nella «Descrizione di Roma» del Poggio[374] per la prima volta noi veggiamo congiunto intimamente lo studio delle rovine con quello degli antichi scrittori e delle iscrizioni (ch'egli andò a cercare in mezzo all'erba[375] cresciutavi sopra), dato il bando ai voli della fantasia e diligentemente sceverate queste memorie da quelle della Roma cristiana. Così fosse il di lui lavoro più esteso e corredato di disegni! Egli infatti trovò molte più cose conservate che non ottant'anni più tardi Raffaello: egli ha veduto la tomba di Cecilia Metella, nonchè il frontale a colonne di uno dei templi situati sul pendìo del Campidoglio, dapprima nella loro integrità e poi mezzo distrutti, perchè sfortunatamente il marmo era sembrato ancor buono ad essere fuso in calce: anche un imponente colonnato attiguo alla Minerva soggiacque a poco per volta alla stessa sorte. Un cronista dell'anno 1443 afferma che queste fusioni continuavano e soggiunge indignato, che erano: «una vera ignominia, poichè le nuove costruzioni sono meschine e il bello di Roma sta tutto nelle rovine»[376]. I romani d'allora, nei loro mantelli da campagnuoli e nei loro stivali, sono dipinti dai forestieri come veri mandriani, ed infatti il bestiame pascolava sin dentro a' Banchi: riunioni sociali non si tenevano, se non in occasione delle visite alle chiese per lucrarvi speciali indulgenze: in tali circostanze soltanto erano visibili anche le belle donne.
Negli ultimi anni di Eugenio IV (morto nel 1447) Biondo da Forlì scrisse la sua Roma instaurata, servendosi omai di Frontino e degli antichi Libri regionali, come altresì (a quanto sembra) di Anastasio. Il suo scopo non è più la descrizione di ciò che sussiste ancora, ma piuttosto la ricordanza delle cose perite. Coerentemente alla dedica al Papa, il libro si consola dell'universale desolazione enumerando le molte reliquie sacre, che Roma ancor possedeva.