«Io comincio, dice il Boccaccio,[507] a sperare ed a credere, che Dio abbia avuto pietà del nome italiano, dopochè veggo che la sua inesaurabile bontà mette nel petto degli Italiani anime, che somigliano a quelle degli antichi in quanto cercano la gloria per altre vie, che non sieno le rapine e le violenze, vale a dire sul sentiero della poesia, che rende immortali». Ma questo modo di vedere ristretto ed ingiusto non impediva agli uomini più altamente dotati di approfondire l'investigazione critica in un tempo, in cui nel resto d'Europa non se ne parlava nemmeno; e si formò pel medio-evo una critica storica appunto per questo, che la trattazione razionale di qualsiasi argomento doveva tornar buona agli umanisti anche per questa materia storica. Nel secolo XV essa penetra ormai in tutte le storie delle singole città per guisa tale, che le posteriori leggende favolose della storia primitiva di Firenze, Venezia, Milano ecc. svaniscono, mentre le Cronache del nord ancora per lungo tempo sono costrette a trascinarsi innanzi colle loro narrazioni fantastiche inventate sino dal secolo XIII e prive per la maggior parte di qualsiasi valore.
Dell'intima attinenza della storia locale col sentimento di gloria, che era sì profondo nel secolo XV, abbiamo già toccato più sopra, parlando di Firenze (pag. 102 e segg.). Venezia non volle restare addietro, e, come già subito dopo un grande trionfo di un oratore fiorentino[508] un ambasciatore veneziano in tutta fretta eccitò il suo governo a spedire anch'esso un proprio oratore, così ora i veneziani sentirono il bisogno di una storia, che potesse reggere al paragone di quelle di Leonardo Aretino e del Poggio. E fu appunto da tal bisogno che nacquero nel secolo XV le Decadi del Sabellico, e nel XVI la Historia rerum venetarum di Pietro Bembo, opere che furono scritte ambedue per espresso incarico della Repubblica, l'ultima quale continuazione della prima.
Del resto s'intende da sè che i grandi storici fiorentini del principio del secolo XVI (v. pag. 111) sono uomini affatto diversi dai latinisti Giovio e Bembo. Essi scrivono in italiano, non solamente perchè non possono più gareggiare colla raffinata eleganza dei ciceroniani d'allora, ma anche perchè vogliono, come Machiavelli, presentare sotto una forma viva ciò che essi hanno appreso da una osservazione immediata e personale,[509] e perchè hanno a cuore, come il Guicciardini, il Varchi e la maggior parte degli altri, che il loro modo di guardar le cose s'allarghi quanto più sia possibile. Perfino quando essi scrivono per un numero ristretto d'amici, come fece Francesco Vettori, sentono un bisogno irresistibile di dichiarare la parte che presero negli avvenimenti, e di giustificare così il loro interessamento per gli uomini e le cose, che vengono ricordando.
Tuttavia in mezzo a tutto questo, e in onta al carattere proprio e speciale della loro lingua e del loro stile, essi appaiono talmente compenetrati dello spirito dell'antichità, che senza di essa non si potrebbero neanche immaginare come vissuti. Non sono umanisti, ma passarono attraverso l'umanismo, e dell'antichità serbano un'impronta molto più spiccata, che non la maggior parte dei latinisti seguaci di Livio: son cittadini, che scrivono pei loro concittadini, a quel modo che facevano gli antichi.
CAPITOLO XI. Il latinismo prevalente in ogni ramo della cultura.
Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle cose. — Predominio assoluto del latino. — Cicerone e i ciceroniani. — Conversazione latina.
A noi non è permesso qui di seguir l'umanismo nelle altre scienze speciali; ognuna di esse ha la sua storia particolare, nella quale gli archeologi italiani di questo tempo, specialmente per la sostanzialità delle cose antiche da essi scoperte,[510] segnano un momento affatto nuovo e molto importante, da cui datano, più o meno spiccatamente, gli ulteriori progressi di ciascuna scienza nel tempo moderno. Anche per ciò che riguarda la filosofia, noi dobbiamo rinviare alla sua storia speciale. L'influenza degli antichi filosofi sulla cultura italiana appare talvolta immensa, talvolta assai limitata. Il primo caso ha luogo specialmente quando si consideri come le idee di Aristotele, principalmente quelle contenute nell'Etica,[511] assai per tempo diffusa, e nella Politica, erano divenute un patrimonio comune di tutti i dotti d'Italia, e come tutta la speculazione filosofica fosse padroneggiata da lui.[512] Il secondo per contrario si verifica ogni volta che si voglia tener conto della scarsa influenza dogmatica degli antichi filosofi, e perfino degli stessi entusiasti platonici fiorentini, sullo spirito della nazione in generale. Ciò che si scambia comunemente per una tale influenza, non è, nel più dei casi, se non un effetto della cultura in generale, una conseguenza delle forme sociali di svolgimento dello spirito italiano. Parlando della religione, avremo occasione di soggiungere qualche altra osservazione su questo argomento. Ma nella massima parte dei casi non trattasi neppure della cultura in generale, bensì soltanto delle manifestazioni di singole persone o di dotte società, ed anche qui ad ogni momento si dovrebbe fare una distinzione tra una vera assimilazione delle antiche dottrine ed una semplice adozione portata dalla moda. Infatti per molti il culto e l'imitazione dell'antichità non era che una moda, perfino per taluni, che in essa avevano cognizioni molto serie e profonde.
Del resto non sarebbe logico il dire che tutto ciò, che ha un tal quale aspetto di affettazione nel nostro secolo, lo avesse realmente anche a quel tempo. L'uso di nomi greci e romani, per esempio, è pur sempre più bello e pregevole, che non quello dei nomi (specialmente femminili) attinti ai romanzi. Dal momento che l'entusiasmo per gli eroi dell'antichità era maggiore che non pei santi del cristianesimo, non può parere strano, che le famiglie illustri preferissero di chiamare i loro figli Agamennone, Achille e Tideo,[513] e che il pittore imponesse il nome di Apelle a suo figlio e quello di Minerva a sua figlia.[514] Nè si troverà neanche fuor di ragione che, invece di un nome di casato, dal quale in generale non si voleva chiamarsi, si adottasse un nome antico ben risonante ed armonioso. Quanto poi ai nomi desunti dalla patria di taluno, e che disegnavano tutti gli abitanti di un dato luogo, senza essere ancora diventati nomi di famiglia, vi si rinunciava assai volentieri, specialmente ogni volta che il luogo si denominasse da un qualche santo; così Filippo da S. Gemignano si chiamava sempre Callimaco. Chi poi, respinto ed offeso dalla propria famiglia, seppe conquistarsi da sè una posizione al di fuori mediante la sua dottrina, avea ben diritto, fosse anche stato un Sanseverino, di ribattezzarsi orgogliosamente in Giunio Pomponio Leto. Anche la pura e semplice traduzione di un nome di lingua greca o latina (uso che fu poi adottato quasi esclusivamente in Germania) può ben essere perdonata ad una generazione, che parlava e scriveva in latino, e che tanto in prosa, quanto in verso usava nomi non solo declinabili, ma di facile e dolce pronunciazione. Biasimevole invece e ridicolo fu l'uso, introdotto più tardi, di mutare un nome di persona o di casato solo per metà sino a dargli una cadenza classica od anche un nuovo senso, come quando di Giovanni si fece Gioviano o Giano; di Pietro, Pierio o Petreio; di Antonio, Aonio; di Sannazzaro, Sincero; di Luca Grasso, Lucio Crasso, e così via. L'Ariosto, che di queste debolezze ride così amaramente,[515] ebbe ancor tanto di vita da vedere imposti i nomi de' suoi eroi e delle sue eroine ad alcuni fanciulli.[516]