Ora, siccome la lingua era divenuta un patrimonio della società viva, così, in onta a tutti i loro sforzi, i puristi non riuscirono in sostanza ad aver vinta la causa. V'erano troppi e troppo valenti scrittori ed uomini di società anche toscani, che o non si curavano o ridevano di quegli sforzi; e l'ultima di queste due eventualità si verificava ogni volta che dal di fuori veniva un dotto qualunque e pretendeva mostrare ad essi, ai toscani, che essi stessi erano «della loro lingua ignorantissimi».[193] Già l'esistenza di uno scrittore quale era il Machiavelli troncava d'un tratto tutte quelle questioni, in quanto egli avea dato ai profondi suoi concetti una veste limpida, schietta, naturale, adottando una lingua, che aveva tutti i pregi, fuorchè quello di imitare il puro Trecento. D'altro lato v'erano troppi lombardi, romani, napoletani ed altri, ai quali non poteva rincrescere, se nello scrivere e nel conversare non si esageravano troppo le pretese di un rigoroso purismo nell'espressione. Essi ripudiavano, è vero, le forme e i modi del loro dialetto, e il Bandello, per tutti, assai spesso (non sappiamo quanto sinceramente) ne fa ampia e chiara protesta: «io non ho stile, io non scrivo in volgar fiorentino, ma barbaramente; io non pretendo insegnar altrui, nè accrescere ornamento alla lingua volgare; io non sono che un lombardo e in Lombardia a' confini della Liguria nato» ecc.[194] Ma, di fronte al partito dei rigidi puristi, tutti cercavano nel fatto di sostenersi, e, rinunciando a bello studio a pretese maggiori, sforzavansi a tutto potere, e quasi a compenso, d'impadronirsi della lingua comune. Non a tutti infatti era dato di poter fare come il Bembo, che, nato a Venezia, scrisse per tutta la sua vita il più puro toscano, (sempre però come lingua appresa e quasi straniera), o come il Sannazzaro, che presso a poco fece altrettanto, essendo napoletano. L'essenziale era questo che ognuno sia parlando, sia scrivendo, doveva trattar la lingua con somma cura. Posto ciò, si poteva benissimo lasciare ai puristi tutto il loro fanatismo, i loro congressi filologici[195] e simili: veramente dannosi essi non divennero che più tardi, quando il soffio dell'originalità era già fatto notevolmente più languido nella letteratura, e stava per soggiacere ad influenze affatto d'altra natura, ma ancor più perniciose. Da ultimo fu libero alla stessa Accademia della Crusca di trattar l'italiano come una lingua morta; ma i suoi sforzi furono talmente impotenti, che non riuscì nemmeno ad impedire che assumesse quell'indirizzo e quel colorito francese, che forma il carattere distintivo della letteratura del secolo XVIII (cfr. p. 144 nota).
Ora fu appunto questa lingua tanto pregiata, curata e portata omai al sommo della pieghevolezza e duttilità, che divenne nella conversazione lo strumento e la base di ogni sociale convivenza. Mentre nei paesi settentrionali i principi e i nobili passavano i loro ozi o chiusi nella solitudine dei loro castelli o in continui combattimenti, cacce, banchetti e ceremonie, e la borghesia era tutta dedita al giuoco e agli esercizii corporali o, se pur si voglia, s'esercitava a scrivere rozzi versi e celebrava feste continue, in Italia, dove pure tali cose esistevano, erasi formato altresì un ambiente più elevato e sereno, dove uomini di qualsiasi condizione e nascita, purchè non privi di talento e di cultura, si raccoglievano in eleganti convegni a discorrere di cose serie e facete, alternando l'utile al dolce. Siccome in tali convegni o non si usava di far trattamenti, o questi si riducevano ad assai poca cosa,[196] non era difficile neanche il tenerne lontani gli uomini più materiali e gli scrocconi. Se ci è permesso di credere a quanto ne scrissero alcuni autori di dialoghi, anche i più elevati problemi della vita avrebbero formato l'oggetto d'importanti discussioni fra gli uomini più distinti: nè la manifestazione di sublimi pensieri vi sarebbe stata, come di regola presso i settentrionali, un privilegio puramente individuale, bensì comune a parecchi. Qui però noi ci restringeremo a toccare della vita sociale nel lato men serio ch'essa presenta, nelle riunioni, che non hanno altro scopo, che sè medesime.
CAPITOLO IV. La forma più elevata della vita sociale.
Convenienze sociali e statuti. — I novellieri e il loro uditorio. — Le grandi dame e le loro sale. — La società fiorentina. — La società di Lorenzo descritta da lui medesimo.
Questa vita, almeno nei primi anni del secolo XVI, era assai saggiamente regolata e si basava sopra quelle convenienze tacite ed espresse, che sono domandate o dalle circostanze o dal decoro, ma che non hanno nulla che fare colla rigida etichetta. In certi circoli più compatti, dove le riunioni assumevano il carattere di stabili corporazioni, v'erano perfino degli statuti e delle formalità per l'accettazione, come, per esempio, in quelle allegre società di artisti fiorentini, alle quali il Vasari attribuisce il merito[197] di aver promosso la rappresentazione delle più importanti commedie d'allora. Le società più leggere invece e che si mettevano insieme per circostanze affatto momentanee, accettavano volentieri le prescrizioni, che eventualmente venivano imposte dalla dama più ragguardevole. Tutti conoscono l'Introduzione del Decamerone del Boccaccio, e sono usi a considerare il regno di Pampinea su tutta quella società come nulla più che una piacevole finzione, e certamente essa è tale in questo caso speciale; ciò non ostante non è men vero, ch'essa si fonda sopra una consuetudine già accettata nella vita sociale. Il Firenzuola, che quasi due secoli dopo premette alle sue novelle un'introduzione simile, s'accosta senza dubbio ancor più alla realtà, quando in bocca alla regina della sua società pone un discorso sul modo di ripartire il tempo durante il soggiorno alla campagna, vale a dire, prima di tutto un'ora di speculazioni filosofiche andando a passeggiare sopra una collina, poi la mensa rallegrata dal suono del liuto e del canto,[198] indi la recita in qualche sito ombroso di qualche nuova canzone, il cui tema vien dato d'ordinario la sera precedente; più tardi una passeggiata ad una fonte, dove ognuno s'asside e narra una novella, e finalmente la cena e i piacevoli ragionamenti, «tali però, che alla onestà delle donne e alla gentilezza degli uomini non disconvengano». Il Bandello nelle introduzioni e nelle dediche di ciascuna delle sue novelle non riferisce, è vero, simili discorsi di circostanza, poichè le diverse società, dinanzi alle quali quelle novelle vengono narrate, esistono già come circoli omai formati, ma lascia in altro modo indovinare, quanto ricche, svariate e piacevoli dovevano essere queste supposte riunioni sociali. Alcuni lettori penseranno, che in società capaci di udire racconti tanto immorali, come son quelli che si leggono, non ci fosse troppo nè da perdere, nè da guadagnare. Ma da un altro lato potrebbe anche dirsi, che ben solide dovevano essere le basi di società, che, ad onta di tali racconti, non uscivano dalle convenute formalità, non andavano a soqquadro, e potevano perfino occuparsi di serie discussioni sugli argomenti più gravi. Ciò vuol dire che il bisogno di una forma elevata di conversazione si faceva sentire più forte che mai e andava sopra ogni cosa. Per convincersene non occorre di prendere a norma la società un po' troppo idealizzata, che il Castiglione introduce a parlare sui più elevati sentimenti e scopi della vita alla corte di Guidobaldo da Urbino e Pietro Bembo nel castello di Asolo. La società del Bandello, invece, anche in onta a tutte le frivolezze alle quali si abbandona, può riguardarsi come il tipo più veritiero di quell'elegante decoro, di quella facile amabilità, di quella schietta franchezza, di quello spirito insomma e di quella cultura letteraria ed artistica, che formano i caratteri distintivi di tali circoli. Una prova assai concludente se ne ha specialmente in questo, che le dame, che ne formavano il centro, godevano l'universale estimazione, nè per tal fatto furono minimamente pregiudicate nella loro fama. Fra le protettrici del Bandello, per esempio, Isabella Gonzaga, nata Estense (v. vol. I, pag. 58), se ebbe una celebrità non scevra di macchie, non fu già pel proprio contegno, ma per quello delle scostumate damigelle che la circondavano:[199] Giulia Gonzaga Colonna, Ippolita Sforza maritata ad un Bentivoglio, Bianca Rangona, Cecilia Gallerana, Camilla Scarampa, ed altre andarono del tutto immuni, qualunque del resto sia stato il loro contegno, da ogni accusa e censura. La più celebre donna d'Italia poi, Vittoria Colonna, godeva fama addirittura di santa. Ora, egli è indubitato che le particolarità che ci vengono date intorno al vivere sciolto, che si conduceva nelle città, nelle ville e nei bagni più celebrati, non sono di tal natura da farne emergere una superiorità assoluta della vita sociale d'Italia su quella del resto d'Europa. Ma si legga il Bandello,[200] e si vegga poscia se un genere simile di società sarebbe, ad esempio, stato possibile in Francia, prima che vi fosse stato trasportato d'Italia da lui e da tanti altri colti e civili al pari di lui? — Certamente che anche a quel tempo le più alte creazioni dell'ingegno umano non ebbero bisogno, per nascere, dell'aiuto o del favore di quelle riunioni, ma si avrebbe gran torto se le si riguardasse come di poco momento nella vita dell'arte e della poesia, non fosse per altro, almeno per questo, che aiutarono potentemente a creare in Italia ciò che allora non esisteva in verun altro paese, un vivo interessamento per tutto quanto si produceva nell'un campo e nell'altro, e un gusto squisito per rettamente giudicarne. Prescindendo poi anche da ciò, questo genere di società è già per sè stesso un necessario portato di quella particolare cultura e di quel modo di vivere, che allora era esclusivamente italiano, e che d'allora in poi divenne europeo.
In Firenze la vita di società è fortemente influenzata da parte della letteratura e della politica. Innanzi tutto Lorenzo il Magnifico è tal uomo, che domina completamente quanti lo circondano, non tanto in virtù della sua posizione, quanto per le sue stesse qualità; sebbene egli, del resto, abbia lasciato sempre piena libertà d'azione anche a quelli, che più gli stavano dappresso.[201] Si vede, ad esempio, con quanto rispetto egli tratti il Poliziano, l'educatore de' suoi figli, e come i modi franchi ed aperti del letterato e del poeta a gran fatica si concilino in lui con quella riserbatezza, che gli è imposta necessariamente dal rango principesco, cui ormai è salita la sua casa, e dai riguardi che egli deve alle suscettibilità di sua moglie; ma dal canto suo, e quasi in ricambio, il Poliziano è l'espressione e quasi il simbolo vivente delle glorie dei Medici. Lorenzo poi si compiace, giusta l'uso della sua famiglia, di lasciare una traccia imperitura del gusto e della passione, che egli ha per tali convegni sociali. Nella sua splendida improvvisazione «La caccia col falcone» egli fa un ritratto comico de' suoi compagni, e nel «Simposio» lo scherzo va ancora più innanzi e tocca il burlesco, ma però sempre in modo, che vi si travede anche il lato serio della riunione.[202] E che questa assumesse talvolta un tale carattere ce lo attestano con piena evidenza le sue corrispondenze, e le notizie rimasteci sulle frequenti sue dispute filosofiche ed erudite. Altri circoli posteriori di Firenze sono, in parte almeno, specie di clubs politici, che però hanno al tempo stesso un lato poetico e filosofico, come, per esempio, la così detta Accademia platonica, che dopo la morte di Lorenzo soleva raccogliersi negli orti de' Rucellai.[203]
Nelle corti principesche la vita sociale dipendeva naturalmente dalle tendenze personali del regnante. Di esse, per vero, al principiare del secolo XVI ce n'era oggimai poche, e queste poche erano anch'esse pressochè senza importanza. Roma faceva un'eccezione colla corte veramente unica di Leone X, dove si raccoglieva una società tanto speciale, quale non si vide ripetersi più in nessun epoca storica.