Anche l'allevamento di animali rari e forestieri non si può immaginare scompagnato da uno spirito superiore d'osservazione. Il facile trasporto dai porti meridionali ed orientali del Mediterraneo e le condizioni favorevoli del clima italiano rendevano possibile l'acquisto delle maestose belve del sud e accettabili i doni, che di quando in quando ne facevano i Sultani.[12] L'animale preferito tanto nelle repubbliche, che nei principati è di regola il leone, anche se non figuri nel loro stemma, come era appunto il caso di Firenze.[13] Le tane, dove si tenevano rinchiusi, erano o nei palazzi del governo o in prossimità di essi, come, ad esempio, in Perugia e in Firenze; quelli di Roma erano nei sotterranei del Campidoglio. Infatti questi animali si adoperavano talvolta per l'esecuzione delle sentenze capitali in affari politici,[14] e tenevano inoltre vivo nel popolo un certo rispettoso spavento. Di più, il loro contegno si aveva in conto di un misterioso pronostico: la loro fecondità si riguardava come un segno d'imminente prosperità generale, ed anche Giovanni Villani non crede di derogare alla propria dignità notando di avere assistito di persona al parto di una leonessa.[15] I lioncelli usavasi di regalarli alle città e ai principi vicini, ed anche ai Condottieri, qual premio al valore.[16] I Fiorentini ebbero pure assai per tempo dei leopardi, pei quali tenevano ai loro stipendi un apposito domatore.[17] Borso da Ferrara faceva combattere i suoi leoni con tori, orsi e cinghiali.[18]
Sul finire del secolo XV poi trovansi, come oggetti di necessario lusso, in parecchie corti principesche dei veri serragli. «Alla magnificenza di un gran, signore, scrive Matarazzo, s'appartiene di possedere cavalli, cani, muli, sparvieri ed altri uccelli, come altresì buffoni, cantanti e bestie feroci».[19] Il serraglio di Napoli al tempo di Ferrante conteneva una giraffa ed uno zebro, doni del monarca di Bagdad, a quanto sembra.[20] Filippo Maria Visconti possedeva non solo dei cavalli, che vennero pagati 500 e sin 1000 ducati d'oro ciascuno, e pregiatissimi cani inglesi, ma anche molti leopardi, fatti venire da diverse regioni d'oriente: il mantenimento de' suoi uccelli da caccia, che avea fatto raccogliere in tutto il settentrione, non gli costava meno di 3000 ducati d'oro ogni mese.[21] Emanuele il grande, re di Portogallo, sapeva bene qual prezioso regalo faceva a Leone X, quando gli mandò un elefante ed un rinoceronte.[22] E per tal modo si veniva ponendo le basi della scienza zoologica e della botanica.
Lo studio pratico della zoologia ebbe impulso poi dall'allevamento delle razze cavalline, delle quali quella mantovana di Francesco Gonzaga passava per la prima d'Europa.[23] L'uso di attribuire un pregio speciale a certe razze è certamente tanto antico, quanto l'arte del cavalcare, e la produzione artificiale di razze ibride deve essere stata comune specialmente sin dal tempo delle Crociate; ma, quanto all'Italia, la conquista dei premi nelle corse, che si davano in qualunque città di qualche importanza, era il movente più efficace per cercarvi la produzione dei cavalli pregiati sopratutto per somma celerità. E appunto nella razza mantovana crescevano gl'infallibili corridori di questa specie, ma, oltre a ciò, anche i più nobili cavalli da battaglia, e in generale cavalli tali, che, fra tutti i doni fatti a gran signori, si avevano pei più degni di un principe. Il Gonzaga teneva nelle sue stalle stalloni e giumente di Spagna e d'Irlanda, nonchè d'Africa, di Tracia e di Cilicia, e, per avere quest'ultime, egli coltivava costantemente l'amicizia dei Gransultani. Tutte le varietà furono quivi tentate per produrre quanto più si potesse di eccellente e di perfetto.
Ma a questo tempo non mancò neanche quello che si direbbe un serraglio d'uomini: il celebre cardinale Ippolito de' Medici,[24] figlio bastardo di Giuliano duca di Nemours, manteneva nella strana sua corte una schiera di selvaggi, che parlavano più di venti lingue differenti ed erano ciascuno quanto di più perfetto poteva dare la razza, alla quale appartenevano. Qui infatti si vedevano incomparabili volteggiatori di puro sangue moresco tolti alle regioni settentrionali d'Africa, arcieri tartari, lottatori negri, palombari indiani e turchi, che tutti insieme, specialmente nelle cacce, formavano il seguito del cardinale. Quando egli fu rapito da una morte precoce (1535), questa turba svariata ne portò a spalle la salma da Itri a Roma, e al lutto generale della città per la perdita di un signore così liberale confuse le sue nenie funebri, espresse in tante lingue e accompagnate da animatissime gesticolazioni.[25]
Queste sparse notizie sulla parte che ebbero gl'Italiani nello studio delle scienze naturali e della varietà e ricchezza dei prodotti della natura in generale, non sono che cenni imperfettissimi del molto di più, che potrebbe dirsi in proposito. Nessuno, meglio dell'autore, sente la lacuna, ch'egli a questo riguardo è costretto di lasciare in questa parte del suo libro; ma egli non esita a confessare che di molte delle opere speciali, che potrebbero abbondantemente riempirla, non ha potuto vedere presso a poco che il titolo o il frontispizio.
CAPITOLO III. Scoperta del Bello nel paesaggio.
Il paesaggio nel medio-evo. — Il Petrarca e le ascensioni alpine. — Il Dittamondo di Fazio degli Uberti. — La scuola fiamminga. — Enea Silvio e le sue descrizioni.
Ma, oltre all'investigazione scientifica, eravi anche un'altra maniera di accostarsi alla natura, ed in un senso affatto particolare. Gli Italiani sono i primissimi fra i moderni, che intravidero e gustarono il lato estetico del paesaggio.[26]