Il presidente fece a Nello un severo rabbuffo, gli spiegò come egli sempre più aggravava la sua condizione, tentando d'ingannare i giudici con mezzi tanto irrispettosi e grossolani, annunziandogli che, in separato giudizio, sarebbe stato chiamato a rispondere per schiamazzi, disordini nella sala d'udienza.
—Persistete—riprese il presidente—nel dichiarare di non aver commesso voi l'omicidio nella persona del pittore Roberto Gandi?
—Io dichiaro davanti a Dio, davanti ai giudici, davanti al popolo—disse Nello, in preda ad una singolare esaltazione—che qualcun altro ha commesso l'assassinio: io sono innocente… innocente… innocente…
E si mise a piangere.
—Signor presidente!—disse alzandosi l'avvocato Arzellini.—Credo anch'io—proseguì commosso—che il vero assassino non sia dinanzi alla Rota…
—Signor avvocato?
—Credo insomma che l'Attuario, che il Fisco abbiano troppo precipitato…
—Le ripeto!…
—Voglio far intendere, come spiegherò più ampiamente nella difesa, che altra mano versò il sangue dell'illustre artista Gandi… che sia opportuno rivolgere all'inquisito una domanda, che è stata negletta in tutta l'inquisizione…. cioè se egli abbia sospetti su colui, che può aver tentato di assassinare il signor Gandi.
—Signor avvocato!—rispose il presidente—non è questa domanda, che io creda strettamente necessaria, pure… per massima deferenza alla difesa, io la farò.