Se si considerasse il libero sviluppo dell'individualità come uno dei principî essenziali del benessere, se lo si tenesse non in conto di un elemento che si coordina con tutto quanto vien designato dalle parole d'incivilimento, di istruzione, di educazione, di coltura, ma bensì in conto di una parte necessaria e d'una condizione perchè tutte queste cose si ottengano, non vi sarebbe pericolo che la libertà non fosse stimata al suo giusto valore; non si troverebbero delle difficoltà enormi a tracciare la linea di demarcazione tra essa e la sorveglianza sociale. Ma, pur troppo, alla spontaneità individuale si riconosce soltanto, ed a fatica, qualche poco di valore intrinseco.
Dappoichè la maggioranza è soddisfatta dei costumi attuali dell'umanità (i quali infatti sono opera sua) essa non può comprendere perchè questi costumi non debbano bastare a tutti quanti. Vi è anche di peggio: la spontaneità non entra nell'ideale della maggioranza dei riformatori morali e sociali; essi la considerano piuttosto con gelosia, come un ostacolo noioso e forse insuperabile all'accettazione generale di quello che, secondo il giudizio di questi riformatori, sarebbe il miglior partito per l'umanità. Poche persone, fuori di Germania, comprendono il significato di quella dottrina sulla quale Guglielmo Humboldt, uomo così notevole e come erudito e come politico, ha scritto un trattato: la dottrina per cui «il fine dell'uomo, non quale lo suggeriscono vaghi e fugaci desiderî, ma quale lo prescrivono gli eterni ed immutabili decreti della ragione, è lo sviluppo più vasto ed armonico di tutte le sue facoltà in un complesso sodo e completo» e quindi «lo scopo a cui deve tendere incessantemente ogni essere umano, e in particolare quelli che vogliono influire sui loro simili, è l'individualità nel potere e nello sviluppo.» A questo due cose sono necessarie: «La libertà e una varietà di condizioni». La loro unione produce «il vigore individuale e la diversità multipla» che si fondono nella «originalità»[6].
Tuttavia, per nuova e sorprendente che possa sembrare questa dottrina humboldtiana, che dà tanto valore all'individualità, la questione non è dopo tutto — ci si pensi bene — che una questione di più o di meno. Nessuno suppone che la perfezione della natura umana sia di copiarsi esattamente gli uni gli altri; nessuno afferma che il giudizio o il carattere particolare di un uomo non debba entrar per nulla nella sua maniera di vivere e di curare i suoi interessi. E d'altra parte sarebbe assurdo pretendere che gli uomini dovessero vivere come se nulla fosse stato al mondo prima della loro venuta, come se l'esperienza non avesse ancora in nessun caso mostrato che un certo modo di comportarsi è preferibile a un certo altro; nessuno contesta che si debba elevare ed istruire la gioventù in modo da farla approfittare dei risultati ottenuti dall'umana esperienza. Ma è privilegio e condizione propria di un essere umano arrivato alla piena maturanza delle sue facoltà il servirsi dell'esperienza e l'interpretarla a suo modo; tocca a lui scoprire che cosa vi sia, nell'esperienza accumulata, di applicabile alla sua condizione e al suo carattere. Le tradizioni e i costumi degli altri individui sono, fino a un certo segno, delle testimonianze di ciò che l'esperienza ha loro appreso, e questa testimonianza, questa presunzione deve essere accolta con rispetto dall'adulto che noi abbiamo supposto: ma, anzitutto, l'esperienza degli altri può essere troppo limitata, o essi possono averla interpretata male; l'avessero poi anche rettamente interpretata, la loro interpretazione può benissimo non esser conveniente ad un individuo in particolare.
I costumi sono fatti pei caratteri e per le condizioni usuali; e il suo carattere, la sua condizione posson bene non esser fra queste. E quand'anche i costumi fossero buoni in sè stessi, e potessero convenire a questo individuo, un uomo che si adatta al costume semplicemente perchè è il costume non mantiene nè sviluppa in sè alcuna di quelle qualità che sono l'attributo caratteristico di un essere umano. Le facoltà umane di percezione, di giudizio, di discernimento, di attività intellettuale ed anche di preferenza morale, si esercitano soltanto col fare una scelta; chi agisce sempre in modo da seguire il costume non fa scelta di sorta, e non impara a discernere o a desiderare il meglio. La forza intellettuale e la forza morale, precisamente come la forza muscolare, non fanno dei progressi se non in quanto sono esercitate; e non si esercitano le proprie facoltà facendo una cosa semplicemente perchè la fanno gli altri, più di quello che le si esercitino credendo una cosa unicamente perchè la credono gli altri. Se alcuno adotta un'opinione senza che i principî di questa opinione gli siano sembrati concludenti, la sua ragione non ne sarà punto rafforzata, ma piuttosto indebolita; e se esso commette un'azione i cui motivi determinanti non sono conformi alle sue opinioni o al suo carattere (sempre dove non si tratti di affetti nè di diritti altrui) esso riuscirà solamente a snervare il suo carattere e le sue opinioni, che dovrebbero essere attivi ed energici.
L'uomo il quale permette che il mondo, o almeno il suo mondo, scelga anche per suo conto personale il modo di vivere non ha da invidiare alle scimie se non la facoltà d'imitazione: l'uomo che sceglie egli stesso la sua maniera di vivere fa uso di tutte le sue facoltà. Egli deve usare l'osservazione per vedere, il ragionamento e il giudizio per prevedere, l'attività per raccogliere i materiali necessarî alla decisione, il discernimento per decidere; e, quando abbia deciso, la fermezza e la padronanza di sè stesso per attenersi alla deliberazione presa; — e quanto è maggiore la parte della sua condotta ch'egli governa secondo il suo giudizio e i suoi sentimenti, tanto più necessarie gli sono queste diverse qualità.
Egli può, all'occorrenza, esser guidato sul retto cammino e salvato da qualunque influenza dannosa senza nulla di tutto ciò: ma quale sarà il valore comparativo di lui come essere umano? Quello che è veramente importante non è solo ciò che gli uomini fanno, ma altresì ciò che sono. Fra le opere dell'uomo, cui la vita è legittimamente chiamata a perfezionare e ad abbellire, la più importante è senza dubbio l'uomo stesso. Supponendo che fosse possibile fabbricar delle case, far crescere del grano, dare delle battaglie, giudicare delle cause, ed anche erigere delle chiese e pronunciar delle preghiere, meccanicamente, per mezzo di automi di forma umana, si perderebbe molto ad accettare questi automi in cambio degli uomini e delle donne che popolano oggidì le parti più civili del globo, benchè essi siano, fuor d'ogni dubbio, degli esempî ben miseri di ciò che la natura può produrre e produrrà un giorno. La natura umana non è una macchina che si possa costruire secondo un modello per fare esattamente un'opera designata, ma bensì è un albero che vuol crescere e svilupparsi da tutti i lati seguendo la tendenza delle forze intime che fanno di lui qualcosa di vivente.
Si riconoscerà senza dubbio che è desiderabile per gli uomini ch'essi coltivino la loro intelligenza, e che val meglio seguire coscientemente il costume od anche, all'occasione, coscientemente staccarsene, che non conformarvisi ciecamente e macchinalmente. Si ammette fino ad un certo punto che la nostra intelligenza ci deve appartenere; ma non si ammette altrettanto facilmente che deve accadere lo stesso dei nostri impulsi e dei nostri desiderî; si considera quasi come una pericolosa insidia l'avere degli impulsi energici: tuttavia i desiderî e gl'impulsi fanno parte altrettanto integrante di un essere umano nella sua perfezione, quanto le credenze e le astinenze. Forti eccitamenti non sono pericolosi se non quando non sono equilibrati; quando cioè un complesso di vedute e di tendenze si è energicamente sviluppato mentre altre vedute ed altre tendenze, che dovrebbero farsi sentire a lato delle prime, restano deboli ed inattive. E gli uomini non agiscono già male perchè i loro desiderî sono ardenti, ma perchè sono deboli le loro coscienze: anzi non vi è una relazione naturale tra eccitamenti energici e debole coscienza: la relazione naturale è in senso opposto. Dire che i desiderî e i sentimenti di una persona sono più vivi e numerosi di quelli d'un'altra è dire semplicemente che la dose di materia bruta della natura umana è, in quella persona, più abbondante; per conseguenza, essa è capace forse di far più male, ma senza dubbio di far più bene. Insomma, gli impulsi potenti rappresentano, sott'altro nome, dell'energia; ecco tutto. L'energia può essere mal impiegata: ma una natura energica può far bene maggiore di una natura indolente ed apatica. Quelli che hanno maggior quantità di sentimenti naturali sono anche quelli in cui i sentimenti, per così dire, artificiali si possono meglio sviluppare. L'ardente sensibilità che rende gl'impulsi personali vivi e potenti è pure la sorgente da cui derivano l'amore più appassionato della virtù, la più rigorosa padronanza di sè; — è coltivando questa sensibilità che la società fa il suo dovere e tutela i suoi interessi; non rifiutando la stoffa con cui si fanno gli eroi, giacchè essa non è capace di crearli. Si dice di una persona ch'essa ha del carattere, quando i suoi desiderî e i suoi impulsi appartengono in tutto a lei sola e sono l'espressione della sua propria natura, così come l'ha sviluppata e modificata la coltura sua propria; un essere che non ha, per proprio conto, desiderî nè impulsi, non possiede più carattere di una macchina a vapore. Se un uomo ha degl'impulsi non solo suoi proprî, ma forti e posti sotto il controllo di una potente volontà, esso ha un carattere energico. Chiunque pensi che non si debba incoraggiare la manifestazione e lo sviluppo dell'individualità nei desiderî e negl'impulsi, deve sostenere altresì che la società non ha bisogno di nature forti, che essa non trae vantaggio alcuno dal racchiudere un gran numero di uomini di carattere, e che infine non è desiderabile di vedere la media degli uomini possedere molta energia.
Nelle società nascenti, queste forze sono forse senza proporzione col potere che la società possiede di disciplinarle e di sorvegliarle: vi fu un tempo in cui l'elemento di spontaneità e d'individualità dominava in modo eccessivo, e in cui il principio sociale doveva con esso sostenere delle fiere battaglie.
La difficoltà allora era condurre degli uomini potenti di corpo o di spirito a subire delle regole che pretendevano controllare i loro impulsi. Per vincere questa difficoltà, la legge e la disciplina (per esempio, i papi in lotta cogl'imperatori) proclamarono il loro potere su tutto quanto l'uomo, rivendicando il diritto di sorvegliarne tutta intera la vita, allo scopo di poterne sorvegliare il carattere, per frenare il quale la società non sapeva trovare altro mezzo. Ma la società oggi ha piena ragione dell'individualità, e il pericolo che minaccia la natura umana non è più l'eccesso, bensì il difetto di impulsi e di gusti personali. Le cose sono ben mutate dal tempo in cui le passioni degli uomini potenti per la loro condizione o per le loro qualità personali erano in uno stato di abituale ribellione contro le leggi e le ordinanze, e dovevano essere rigorosamente vincolate, affinchè tutto quanto li circondava potesse godere di una certa sicurezza; nell'epoca nostra, ogni uomo, dal più elevato al più basso sulla scala sociale, vive sotto lo sguardo di una censura ostile e temuta. Non soltanto per quel che riguarda gli altri, ma anche per quel che tocca loro stessi esclusivamente, l'individuo o la famiglia non si domandano già: «Che cosa preferisco io? Che cosa si attaglierebbe all'indole mia e alle mie attitudini? Che cosa darebbe buon giuoco e le massime probabilità di svolgersi alle nostre più elevate facoltà?» — ma si domandano bensì: «Che cosa conviene alla mia condizione, e che cosa fanno di solito le persone del mio stato e della mia fortuna, o (peggio ancora) che cosa fanno di solito le persone d'uno stato sociale e d'una fortuna al di sopra della mia?» Io non pretendo dire ch'essi preferiscano ciò che il costume prescrive a ciò che loro piace: non vien neppur loro in mente ch'essi possano aver un capriccio per qualcosa che il costume non permetta. Così anche lo spirito è curvato sotto il giogo; anche in quello che gli uomini fanno per loro svago, la uniformità è il loro primo pensiero; essi amano in massa, non fanno scelte se non in generale; evitano come un delitto qualunque singolarità di gusto, quantunque, a forza di non seguire la loro natura, essi non abbiano ormai più natura; le loro capacità umane sono inaridite e ridotte a nulla; essi divengono incapaci di provare alcun desiderio vivo, alcun piacere naturale; e non hanno, in generale, nè opinioni nè sentimenti da essi elaborati, ad essi appartenenti. E tutto questo può dunque esser ritenuto una sana condizione delle cose umane?
Sì, seguendo la teoria calvinista. Secondo questa teoria, la colpa capitale dell'uomo è di avere una volontà indipendente; tutto il bene di cui l'umanità è capace è compreso nell'obbedienza. Voi non avete una scelta da fare; dovete agire così e non altrimenti; e tutto quanto non è dovere è peccato. Dappoichè la natura umana è completamente corrotta, non vi è redenzione per alcuno, finch'esso non abbia ucciso in sè la natura umana. Per chi sostiene una simile teoria, non è un male l'annullare tutte le facoltà, le capacità, le sensibilità umane; l'uomo non ha bisogno d'altra capacità fuorchè quella di abbandonarsi alla volontà di Dio, e s'egli si serve delle sue facoltà altrimenti che per eseguire in un modo più efficace i decreti di questa supposta volontà sarebbe meglio per lui che non le possedesse. Ecco la teoria del calvinismo; molte persone che non si considerano come calviniste la professano sotto un'altra forma più moderata; il temperamento consiste nel dare una interpretazione meno ascetica alla volontà supposta dell'Altissimo. Si afferma ch'egli vuole che gli uomini soddisfacciano a qualcuno dei loro gusti; non già, certamente, nel modo ch'essi preferirebbero, ma in una maniera obbediente, che è quanto dire nella maniera prescritta dall'autorità, la qual maniera è necessariamente la stessa per tutti.