E vi confesso un orribile sospetto: mi pare d'aver capito che l'ammirazione di cui ci onorate scema in ragione dell'aumento del nostro peso cerebrale. Come sarà?
Ma io sono alla fine, e mi accorgo di avervi detto, più meno garbatamente, un sacco di vituperi. [pg!20] Per fortuna che siete un uomo giovane e forte e che posso risparmiarmi di dirvi pardon, anche se vi ho camminato un poco sui piedi. Che volete? Il vostro articolo mi ha messo addosso cento diavolini, e vi assicuro che se non fossi una donna che scrive, avrei cominciato oggi a scrivere per aver il piacere di potervi rispondere. Io non sono una virago, tutt'altro; ma sono una donnina che ha più coraggio di quello che pare. Poi mi chiamo Jolanda, e gli scacchi matti non mi spaventano troppo. Anzi, qualche volta, me li lascio dare apposta.
[pg!21]
[Un libro che giunge a proposito.]
[E. Zola: La Débacle.]
È un romanzo. Un volume tutto pieno di sangue e di fuoco, lanciato come un fulmine da un piccolo Giove fra la pensosa trepidazione della lunga vigilia di un migliore avvenire. È un libro sulla guerra scritto da Emilio Zola, il solo fra gli scrittori moderni, credo, che potesse adoperare l'ardente materia senza sminuirla, senza accrescerla di qualche elemento soggettivo, senza scottarsi le dita. La gente che legge non avrebbe più il diritto di lagnarsi per un anno almeno, poichè un lavoro così poderoso, così imparziale, d'un interesse così unanime basta a determinare il valore artistico d'un periodo non breve di tempo.
Quaranta o cinquanta anni fa, prescindendo dalle condizioni sociali e politiche d'Italia, un libro simile avrebbe menato chiasso; chi sa per quanti mesi si sarebbe commentato e discusso, ci sarebbero stati partigiani bollenti e avversarii ostinati; ma quell'ingenuo tempo è passato: ora nel mondo intellettuale si sbriciola con un feroce sorriso o, se l'opera s'impone, ci si abitua subito alla sua superiorità. L'ammirazione muore, ahimè, l'ammirazione che ingentiliva e metteva le ali alle giovinezze. Nulla colpisce più.
[pg!22] Pure la Débacle deve scuotere; è impossibile che non scuota. Mentre si parla della necessità del disarmo ed echeggiano ancora le voci che nei congressi domandano la pace, mentre ancora per l'aria vola come un fragrante fior di gelsomino un volumetto scritto per la buona causa da un'aristocratica mano femminile, e sottovoce ne implorano il trionfo milioni di cuori, e un vecchio Slavo sogna, con la pace, di rinnovare il mondo, ecco un brusco e involontario cambiamento di sistema, ecco la malattia curata omeopaticamente, ecco lo Zola a dimostrarci che la guerra è non solo necessaria ma salutare, ma provvidenziale, come un rimedio energico contro la putredine delle nazioni. Mi par di ricordare che il libro dovesse intitolarsi «La Saignée» — titolo che ai simbolisti sarebbe piaciuto di più e che avrebbe forse meglio sintetizzato lo spirito, non voglio dire l'intento, del volume. Débacle, «lo scioglimento — lo sgombero — la catastrofe» è meno brutale, meno... Zoliano. Del resto è con compiacenza che qui noto come il Maestro accenni a sbrattare la sua arte che resta così di un sincero e sano naturalismo ben degna di esser madre di un'arte nuova ideale. In seicentotrentasei pagine fitte non ve n'ha una che obblighi la signora che legge a velarsi la faccia; e, come osserva acutamente il Depanis nel suo sagace articolo della Gazzetta Letteraria, questa volta non bisogna attribuire la straordinaria tiratura delle copie a una ragione di pornografia.
No; la ragione, grazie a Dio, è affatto spirituale. Nessuno più ignora che il romanzo dello Zola è tramato sulla guerra franco-prussiana; si può dire anzi che romanzo non c'è: sono episodi, macchiette, figure che aiutano a ricostruire dilettevolmente e [pg!23] sommariamente la storia di quella disgraziata campagna, permettendoci di penetrare con una rara verosimiglianza nell'ambiente dell'atroce dramma, direi nei cuori. I vecchi ricordano, i giovani respirano l'aria di un passato che evapora già nell'epopea, nella leggenda: tutti poi in quest'ora, in cui gli spiriti bellicosi sono anestetizzati, vogliono osservare riflessa l'immagine dello spaventoso fantasma già lontano.
L'immagine è orribile infatti. Ora, a mente fredda, pare impossibile di averlo potuto sopportare tanto tempo; pare impossibile che si avesse a tollerarlo ancora fra noi. È ancora e sempre la selvaggia moralità dell'opera zoliana, che par derivata dalle teorie di un certo filosofo vero o immaginario di cui parla in qualche luogo il Bourget, un filosofo che consigliava agli ammalati di qualche amorazzo dei sensi la cura d'un'osservazione all'ospedale delle infermità più schifose che affliggono il corpo umano. È il rudimentale rimedio degli antichi, che disgustavano dall'ubriachezza con l'esposizione dello schiavo ebro. Forse questo libro che mette la guerra come una condizione imposta dalla natura nell'eterna lotta d'ogni giorno; che la dice necessaria all'esistenza stessa delle nazioni; che la chiama la forza mantenuta e rinnovellata dall'azione, la vita rinascente sempre giovine dalla morte; questo libro popolato di larve e scritto da un romanziere è destinato alla gloria di essere un condottiero ideale della gran crociata bandita contro la guerra in nome della civiltà.