Vagliata così, la poesia di Emilio Praga pare onesta, casalinga, queta, tutta odorante di basilico e d'olivo. E forse questa è più sincera dell'altra che come un limo malsano viene a galla nell'effervescenza delle ore tumultuose. Udite che nomi di gentile tenerezza sa trovare per la madre sua in questi versi a lei dedicati:

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I RE MAGI

I bei vegliardi dallo scettro d'oro

Che per la neve, sotto il ciel sereno,

Sostar sommessi alla mia porta udia,

La notte della santa Epifania,

O son morti di freddo, o son malati

Nei paesi del sole,

I bei vegliardi dallo scettro d'oro!

Quando la mia scarpetta sul verone

Tutta avvizzita facea la rugiada,

E tu, madre, domestica regina,

La colmavi di doni alla mattina,

Io ricciuto avea il crin, candida l'alma,

E ogni alba che venìa

Di giornate regali il don mi offrìa

Un giovin Sire senza scettro d'oro,

Ma cui nutrian d'aromi e terra e cielo,

E una corte di sogni e di speranze

Complimentava fra beate stanze,

Era in quei giorni io stesso:

Io che il perduto imper sospiro adesso!

I bei vegliardi dallo scettro d'oro

Che per la neve, sotto il ciel sereno,

Sostar sommessi alla mia porta udia,

La notte della santa Epifania,

O son morti di freddo, o son malati

Nei paesi del sole,

I bei vegliardi dallo scettro d'oro.

Quella vena d'amara nostalgia dell'innocenza, della semplicità, che insiste, insiste opprimente quasi come un rimorso, non è già l'elevazione dell'anima, la purificazione, la redenzione?

Fino a qualche tempo addietro io non avevo molta simpatia pel Praga; mi urtava troppo quella negligenza [pg!202] della forma che i vecchi e sommi maestri m'appresero ad adorare: ma vivendo adesso con lui qualche ora d'intimità spirituale, la fragile e fresca flora di quell'anima di poeta ha adornato la mia anima d'un'insolita primavera, una primavera mite e triste come veduta tra i languori della convalescenza...

Ah quante fantasie mi susciterebbe ancora il pallido cantore! Ma lo spazio incalza: non c'è più posto che per un'ultima nota — la nota eloquentissima d'un sentimento femminile. Essa vibra nella raccoltina che ha il grazioso titolo di Domus-Mundus:

La bella mano gli posò sul crine

E disse: — io vedo il tuo serto di spine

E sento l'onda che hai qui dentro ascosa,

O mio dolce poeta, e son gelosa!

Son gelosa de' tuoi vaghi dolori,

Delle tue belle vendemmie di fiori,

Sono gelosa della fantasia

Che ti dilunga dalla soglia mia...

. . . . . . . . . .

Non vedi? son pallida

Son tacita anch'io;

Perchè quando a vespero

Favello con Dio,

Mi guardi nel viso

Con mesto sorriso?

Io mi affiso lassù, tu in basso guati;

Io mi faccio gentil, tu ti fai strano....

Oh dove sono i dì volati,

I dì che insieme viaggiavam lontano?

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Era in riva del mar, nel paesetto,

In mezzo ai boschi... mi ricordo ancora!

Quanta speranza ti cantava in petto,

Come ridendo correvamo allora!

. . . . . . . . . .

E in grazia di questa nota in cui è tutta la melodia appassionata d'un trepido cuore di donna — uno di quei cuori semplici che i poeti amano — perdonate, signorine, al triste cantore le brutture che non conoscete. È morto — e che non si perdona ai morti? E dalle vostre mani, o buone, dalle mani alacri e pie scenda sulla tomba del poeta doloroso, in questa dolce primavera, una gentile carità di fiori.

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