O Severino, de' tuoi canti il nido,
Il covo de' tuoi sogni io ben lo so,
Ondeggiante di canape è l'infido
Piano che sfugge a 'l curvo Reno e al Pò.
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Da gli scopeti de la bassa landa
Pigro il pizzaccherin si drizza a volo:
Con gli strilli di chi mercè dimanda
Levasi de le arzàgole lo stuolo,
Stampando l'ombra su per l'acqua lenta
Ove l'anguilla maturando sta.
Oh desìo di canzoni, oh sonnolenta
Smania di sogni ne l'immensità!
Oh largo su gli alti argini del fiume
Risplender rosso de l'estiva sera!
Oh palpitante de la luna a 'l lume
Tenero verdeggiar di primavera!
Quando i pioppi contemplano le stelle
Innamorati con lungo sospir,
Ed un lontano suon di romanelle
Viene da' canapai lento a morir!
Allor che agosto cada, o Severino,
E chiamin l'acqua le rane canore,
Noi tornerem poeti all'Alberino,
Tutti solinghi in bei pensier d'amore.
Ed a' tuoi pioppi ne le notti chete
Noi chiederem con desiosa fè:
O alti pioppi che tutto vedete
Ditene dunque: Biancofiore ov'è?
Siede in riva a un bel fiume? o il colle varca
Tessendo a 'l capo un cerchio agil di fiori?
O dentro una sestina de 'l Petrarca
Beata ride i nostri vani amori?
Anch'io saluto ancora una volta passando, la vostra immagine, o alti pioppi che tutto vedete — che vi incurvaste, giganti benigni, alla mia debole [pg!256] infanzia; — alti pioppi dalla rude base frondosa nell'ombra, dalla cima esile intrisa di luce, come un grandioso sogno umanitario! Quando l'anima è di poeta, da ogni più insignificante episodio, da ogni più arida pagina di storia sbocciano fiori. Il comune rustico per andamento di verso, per l'elegante semplicità quasi ingenua che vi spira dentro e che si modella meravigliosamente all'idea, per efficacia di rappresentazione, è una gemma. Un simbolista direbbe: uno smeraldo.
O che tra faggi e abeti erma su i campi
Smeraldini la fredda ombra si stampi
A 'l sole de 'l mattin puro e leggero,
O che foscheggi immobile ne 'l giorno
Morente su le sparse ville intorno
A la chiesa che prega o a 'l cimitero
Che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
Sognando l'ombre d'un tempo che fu.
Non paure di morti ed in congreghe
Diavoli goffi con bizzarre streghe,
Ma de 'l comun la rustica virtù
Accampata a l'opaca ampia frescura
Veggo ne la stagion de la pastura
Dopo la messa il giorno de la festa.
Il Consol dice, e poste ha pria le mani
Sopra i santi segnacoli cristiani:
— Ecco, io parto fra voi quella foresta
D'abeti e pini ove a 'l confin nereggia.
E voi trarrete la mugghiante greggia
E la belante a quelle cime là.
E voi, se l'unno o se lo slavo invade
Eccovi, o figli, l'aste, ecco le spade,
Morrete per la nostra libertà. —
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Un fremito d'orgoglio empiva i petti,
Ergea le bionde teste, e de gli eletti
In su le fronti il sol grande feriva.
Ma le donne piangenti sotto i veli
Invocavano la Madre alma de' cieli.
Con la man tesa il Console seguiva:
— Questo, a 'l nome di Cristo e di Maria,
Ordino e voglio che ne 'l popol sia,
A man levate il popol dicea: Sì.
E le rosse giovenche di su 'l prato
Vedean passare il piccolo senato,
Brillando su gli abeti il mezzodì.
Termino con un sonetto giovanile non molto conosciuto, credo. È classicamente severo, è mesto, eloquente. S'indirizza in fine alla giovinezza — così amo ripeterlo associandovi nel mio pensiero a una memoria cara mentre la vita che ancora per voi non è che un dolce ritmo di danza vi attira fuori dal mio verziere. Io ci rimango a far l'ortolana, faticosamente, placidamente:
Se affetto altro mortal per te si cura,
Spirto gentil cui diamo il rito pio,
Pon dal ciel mente a questa vita oscura
Che già ti piacque e al bel nido natìo.
Vedi la patria come sua sventura
Di tua candida vita il fato rio
Piangere, e 'l fior degli anni tuoi cui dura
Preme l'ombra di morte e il freddo oblìo.
Quindi ne impetra tu che a te simile
Dritta all'oprar, modesta alla parola,
Cresca la bella gioventù virìle:
E senta come a fatti egregi è scola
Anco una tomba cui pietà civile
E largo pianto popolar consola.
NOTE
| [1] | Autore d'un articolo provocante: «Contro le donne che scrivono». (Vita Moderna, Milano, Gennaio 1892). N. d. A. |
| [2] | Carlo V. |
| [3] | Questo scritto apparve la prima volta nel «Bios» di Napoli (Ottobre 1891). Il Sanfelice ha pubblicato ancora: Il Guercino — Ercole — discorsi (Bologna, Azzoguidi 1991). — I Cenci, trag. di P. B. Shelley — Traduzione (Verona, Tedeschi 1862). — Prometeo liberato, dramma di P. B. Shelley — Traduzione (L. Roux, Torino-Roma 1894). — Adorazione, Poema, (Parma, Ferrari e Pellegrini 1894). — Dalla Neve alla Rosa (Velletri, Pio Stacca 1895). — Thomas, dramma (Parma, Ferreri e Pellegrini 1895) ed altro ancora. Il Sanfelice, purtroppo, va spegnendosi per una implacabile infermità che lo ha tolto completamente alla conoscenza della vita e alla sua arte. N. d. A. |
| [4] | Gli ha raccolti sotto il titolo: Il Convegno dei cipressi. (Milano, Chiesa e Guindani, 1895) e fecero già il giro dell'Italia meritatamente apprezzati e applauditi. N. d. A. |