Confesso che mentre costoro passeggiavano così in lungo ed in largo sopra il mio corpo, mi era venuta più d'una volta la tentazione di agguantarne con la mia mano sinistra una quarantina o una cinquantina dei primi che mi fossero venuti a tiro e batterli contro al terreno. Ma la ricordanza di quanto io aveva sofferto, nè forse era il peggio che avessero potuto farmi in quella mia posizione, e la parola d'onore che aveano ricevuto da me, perchè io riguardava per tale la rassegnazione data loro a divedere, mi scacciarono dalla testa un tale estro. Poi mi consideravo anche legato dai vincoli dell'ospitalità verso un popolo che m'avea trattato con tanta spesa e magnificenza. Ciò non ostante non potevo in mio cuore desistere dallo stupirmi dell'intrepidezza di quegli esseri in bassorilievo, che salivano e si diportavano sul mio corpo, mentre io aveva una mano libera, senza tremare alla vista d'una sì sterminata creatura com'io doveva ad essi parere.

Dopo qualche tempo, e quando videro ch'io non faceva più alcuna domanda di cibo, mi comparve innanzi un personaggio d'alto conto inviato da sua maestà imperiale. Sua eccellenza, dopo essere salita su la parte sottile della mia gamba destra, venne su fino alla mia faccia, e tratte fuori le sue credenziali, munite del regio suggello, che mi piantò rasente gli occhi, parlò all'incirca dieci minuti, senza manifestare alcuna sorta di sdegno, per altro con un certo fare risoluto, spesse volte accennandomi un punto in distanza, che seppi più tardi essere la metropoli del regno, lontana di lì un mezzo miglio a un dipresso, ove, dietro beneplacito manifestato da sua maestà nel consiglio de' suoi ministri, io doveva essere condotto. Gli risposi poche cose, ma che non istavano in tuono con la proposta; poichè gli feci un segno con la mia mano sciolta che portai su la legata (tenendola ben alta dalla testa di sua eccellenza per paura di buttar giù lui o il suo corteggio), indi mi toccai con la stessa mano il capo ed il corpo per fargli capire il mio desiderio di essere libero.

Parve in fatti che m'intendesse, perchè crollò la testa in atto di dire che non andava bene il mio conto, indi diede alla propria mano tale atteggiamento donde compresi che volea condurmi di lì in istato di prigioniero. Pur fece altri segni, bisogna rendergli questa giustizia, per significarmi che avrei avuto da mangiare e da bere pel mio bisogno, e che sarei stato trattato eccellentemente. Qui pure mi tornò la voglia di provarmi ad infrangere i miei ceppi, ma sentii di nuovo il dolore della mia faccia e delle mie mani piene in parte di pustole, grazie al complimento degli spilli che vi erano stati scoccati, e alcuni de' quali ci rimanevano tuttavia conficcati, ed osservai ad un tempo che il numero de' miei nemici andava crescendo. I miei cenni pertanto furono intesi ad accertarli che mi sarei acconciato in tutto e per tutto ai loro voleri. Dietro tal mia promessa l'hurgo ed il suo seguito partirono da me con civiltà ed ottima grazia.

Immediatamente dopo, udii un generale grido e ripetutamente esclamate queste parole: Peplom selan; poi mi sentii al fianco sinistro una gran folla di gente, la quale allentò i miei legamenti tanto che fui in istato di voltarmi sul destro e dispormi ad una operazione che la mia vescica piena rendea d'inevitabile necessità: al qual bisogno soddisfeci compiutamente a grande stupore di quella popolazione che, dal primo mio atto, avendo congetturato benissimo che cosa fossi per fare, si aperse immediatamente in due ale a destra e a sinistra per non rimanere sommersa dal torrente che con tanta violenza e strepito sgorgò dal mio corpo.

Ma io dovea dire come prima di questo incidente, m'avessero spalmate le mani e la faccia con certo unguento piacevole all'odorato, che in pochi minuti mi fece passare tutto il dolore derivato dalle loro frecce. Queste circostanze, unite al ristoro portatomi dai nudrimenti e dalle bevande che mi recarono, il tutto d'una sostanza assai nutritiva, mi disposero al sonno. Dormii circa otto ore, come ne venni assicurato da poi, nè c'era di che stupirne, perchè i medici mandatimi per ordine dell'imperatore, aveano versata una dose di sonnifero nelle botti del vino che io aveva bevuto.

Sembra che fin dall'istante del mio primo addormentamento su la spiaggia, gli abitanti di que' dintorni, accortisi del prodigioso gigante dormente, ne avessero spedita per espresso la notizia all'imperatore, e che questi in pien consiglio mettesse subito il decreto perchè fossi legato nella maniera che vi ho descritta; la qual fazione seguì nella notte stessa mentre io era immerso nel sonno; sembra pure che nel medesimo tempo ordinasse l'apparecchio delle vettovaglie inviatemi e la fabbricazione di una macchina da trasporto per condurmi alla metropoli.

Una tal decisione può forse apparire arrischiata e pericolosa al massimo grado, e credo che nessun sovrano dell'Europa, in uguale occasione, la prenderebbe ad esempio. Pure a mio avviso fu una decisione circospetta e generosa oltre ogni dire. Mettete un poco che quegli abitanti si fossero provati, mentre io dormiva, ad ammazzarmi con quelle loro frecce, con quelle loro lancie. Mi sarei certamente svegliato alla prima sensazione di dolore, e questo avrebbe incitata la mia rabbia e le mie forze al segno di rompere, a costo di far male a me stesso, que' legamenti che mi teneano; e sciolto che fossi stato, quegli omettini inabili a resistermi non avrebbero potuto aspettarsi misericordia da me.

È a sapersi che quel popolo era potente nelle matematiche, ed avea raggiunta una grande perfezione nelle meccaniche, mercè le disposizioni e gl'incoraggiamenti di quel monarca, famoso proteggitore delle scienze e dell'arti. Ha questi al suo comando parecchie macchine su le ruote pel traslocamento d'alberi e d'altri grandi pesi. Spesse volte fa fabbricare le sue navi da guerra, alcune delle quali hanno sin nove piedi di lunghezza, nelle foreste stesse ove abbonda il legname da costruzione, e tali navi, poste su le macchine dianzi accennate, fanno viaggi di trecento, di quattrocento braccia per giugnere al mare. Cinquecento carpentieri ed ingegneri pertanto furono messi in opera per allestire uno de' maggiori carri che avessero. Il corpo di questo carro, alto quattro dita da terra, avea sette piedi di lunghezza e quattro di larghezza, e si movea sopra ventidue ruote. Quel grido Peplom selan che udii prima d'addormentarmi la seconda volta, contrassegnava l'arrivo di questo carro, posto all'ordine, a quanto sembra, in quattro ore di tempo dopo il mio arrivo. La macchina fu portata parallela al mio corpo giacente. Ma la difficoltà principale consistea nel sollevarmi da terra e mettermi steso su questo carro. Vennero alzati a tal uopo ottanta pilastri, alti un piede ciascuno, e gagliardissime funi, della grossezza dello spago degli uffizi di spedizione, furono attaccate con uncini a larghe fasce, di cui gli operai subalterni aveano cinto il mio collo, le mie mani, la mia vita e le mie gambe. Novecento tra i più vigorosi facchini, addetti al dicastero del genio, furono scelti per tirarmi su mediante un apparato di girelle poste all'estremità d'ogni colonna, di modo che in men di tre ore fui levato da terra, portato e disteso e legato stretto sul carro. Tutte queste cose mi vennero raccontate, perchè mentre si faceano, io era immerso nel più profondo sonno per una conseguenza de' narcotici infusi entro il mio vino. Mille e cinquecento de' più grossi cavalli dell'imperatore, ciascuno alto quattro dita e mezzo, vennero adoperati per condurmi alla volta della metropoli che, come ho detto, era lontana di lì un mezzo miglio.