«Sappiate, mi confidò, che i nostri affari non sono in una condizione così florida come apparisce agli occhi degli stranieri. Noi siamo travagliati sotto il peso di due potenti disgrazie: una violenta fazione al di dentro e il pericolo dell'invasione d'un formidabile nemico al di fuori. Quanto al primo male, avete a sapere che da circa settanta lune in qua sursero a lottar fra loro in questo impero due potentissime sette col nome di tramecksan e di slamecksan,[16] così chiamate dai calcagnini alti e bassi delle scarpe che le distinguono. Alcuni pretendono, per dir vero, che i calcagnini alti si conformino meglio con l'antica nostra costituzione; ma, che che ne sia, sua maestà ha deciso che gli impiegati negli ufizi amministrativi del governo e tutte le cariche privilegiate della corona non portino, come senza dubbio dovete esservene accorto, se non calcagnini bassi; e soprattutto avrete notato che i calcagnini di sua maestà imperiale sono almeno un drurr più bassi di tutti gli altri (il drurr in que' paesi è circa la quarta parte di un dito). Le animosità fra le due parti si sono spinte sì innanzi, che l'una non vuole nè mangiare, nè bere, nè conversare con l'altra. A conti fatti i tramecksan o sia quelli dei calcagnini alti, ci superano di numero, ma il potere è tutto dalla nostra banda. Ci fa un po' di paura sua altezza imperiale, l'erede della corona, che vogliono sia alquanto propenso ai calcagnini alti; certo un fatto evidente ad ognuno si è che porta un calcagnino più alto dell'altro, ciò che lo fa parere zoppo quando cammina.

«Ora in mezzo a queste intestine discordie, ne accade essere minacciati d'una invasione da quei dell'isola di Blefuscu, altra grande monarchia dell'universo, quasi vasta e potente siccome quella di sua maestà. Perchè quanto al fatto che v'abbiamo udito asserire più volte, dell'esistenza cioè d'altri reami di questo globo abitati da creature umane della vostra mole, è cosa che i nostri filosofi mettono grandemente in dubbio, ed inclinerebbero piuttosto a pensare che voi foste caduto dalla luna o da una stella. In fatti è cosa indubitata che un centinaio di mortali dotati delle vostre proporzioni farebbero presto a divorarsi tutte le rendite e gli armenti dei dominii di sua maestà, oltrechè le nostre storie, che rimontano a seimila lune, non hanno mai fatto menzione d'alcun altro paese fuor degl'imperi di Lilliput e di Blefuscu.

«Questi due potenti imperi dunque, come vengo ora a dirvi, sono stati impegnati per trentasei lune addietro in un'ostinatissima guerra, e guardate qual ne fu l'origine. Non si era mai revocato in dubbio che il vero posto ove si dee cominciare a rompere un uovo prima di mangiarlo non sia la più piana delle sue estremità. Ma accadde alla buon'anima dell'avolo del vivente monarca che, quand'era fanciullo, volendo mangiare un uovo e rompendolo secondo la pratica inveterata, si fece un taglio alle dita. Da quell'istante l'imperatore padre pubblicò un editto che obbligava, minacciando le più severe pene contra i trasgressori, tutti i suoi popoli a non rompere più le uova se non dall'estremità aguzza. Rincrebbe tanto al popolo questa legge, che, come narrano le nostre storie, nacquero sei ribellioni per cagione di essa, ribellioni in forza delle quali un de' nostri imperatori ci mise la vita, uno de' suoi successori perdè il trono.[17] Queste nostre civili sommosse vennero sempre favoreggiate dai monarchi di Blefuscu, e quando erano represse, i profughi trovavano costantemente asilo e protezione nel loro impero. Si è fatto in più volte il conto di undicimila persone le quali hanno preferita la morte alla schiavitù di rompere le uova dalla parte aguzza. Centinaia e centinaia di volumi in foglio sono stati pubblicati su tal controversia, ed i libri dei piattuovisti furono a lungo proibiti dall'imperiale censura, ed i lor partigiani dichiarati dalla legge incapaci a sostenere qualunque pubblico incarico. Nel tempo di queste turbolenze, gl'imperatori di Blefuscu spedirono, col mezzo de' loro ambasciatori, frequenti rimostranze che ne accusavano di formare uno scisma religioso coll'andar contro alle dottrine fondamentali stabilite al capitolo cinquantesimoquarto del Blundecral: è questo il loro Corano.

«Noi per altro, continuò il mio visitatore, crediamo essere questa obbiezione una vera stiracchiatura fatta sul testo, che dice a lettere di scatola: Tutti i veri credenti romperanno le uova dalla buona banda; e il determinare questa buona banda, secondo il mio debole parere, dipende dalla coscienza di ciascuno, o tutt'al più dall'arbitrio del supremo magistrato della nazione. Ora, i piattuovisti acquistarono tanto credito alla corte dell'imperatore di Blefuscu, e si assicurarono tanti partigiani e cooperatori nell'interno del medesimo nostro regno, che si accese una sanguinosissima guerra tra i due imperi, durata trentasei lune, ve l'ho detto, e con variato successo; perchè in tutto quel tempo, noi dal canto nostro abbiamo perduto quaranta navi di linea e grande numero di bastimenti d'ordine inferiore, oltre a trentamila de' nostri migliori marinai e soldati; ma a calcoli fatti, il danno sofferto dai nemici è alquanto maggiore. Ciò non ostante, nel momento che vi parlo, hanno giù allestita una numerosissima flotta, e s'accingono a fare uno sbarco su le nostre coste. Ora, sua maestà imperiale, che pone grande fiducia nel vostro valore e nella vostra forza, mi ha comandato di presentarvi questo specchio delle cose nel modo in cui sono».

Pregai il segretario ad umiliare gli omaggi del mio rispetto a sua maestà, e volerle ad un tempo far conoscere che non conveniva a me, nella mia qualità di straniero, l'intromettermi siccome giudice fra le parti; che nondimeno sarei sempre stato pronto, col pericolo stesso della mia vita, a difendere la sacra persona di sua maestà ed i suoi stati contro ogni estranio invasore.

CAPITOLO V.

Inaudito stratagemma di cui si vale l'autore per impedire un'invasione. — Alto titolo d'onore conferitogli. — Ambasciatori spediti con istanze di pace dall'Imperatore di Blefuscu. — Caso che mette in fiamme il palazzo dell'imperatore. — Come l'autore arrivi a preservare il rimanente dell'edifizio.