E qui forse non sarà cosa priva di vezzo pel leggitore il sapere alcun che sul mio governo domestico e metodo di vivere in questo paese durante i nove mesi e tredici giorni che vi dimorai. La mia mente essendo naturalmente ben disposta ai lavori meccanici, e d'altronde costretto dalla necessità, mi fabbricai da me co' più grossi alberi del parco imperiale una tavola ed una scranna convenienti abbastanza. Duecento cucitrici furono impiegate per farmi camicie e biancherie da letto e da tavola, il tutto con le tele più forti e ruvide che poterono mettere insieme, le quali nondimeno dovettero ripiegare a più doppi e trapuntare, perchè nel loro stato naturale erano un po' più sottili delle più fine tele di cui si fanno manichetti in Europa. I loro drappi sono per solito alti tre dita, e la lunghezza di tre piedi forma una pezza. Perchè le cucitrici mi prendessero la misura, mi stesi per terra; l'una di esse mi stava al collo, l'altra alle metà delle gambe, con una forte cordicella tesa che ciascuna di esse teneva per una estremità, intantochè una terza misurava la lunghezza della cordicella con un passetto lungo un dito. Indi misurarono il mio pollice destro, nè ebbero bisogno di far altro, perchè con un calcolo matematico sapeano che due volte la lunghezza di questo faceva il circuito del mio manichino, come sapeano che la mia cintura era due volte il circuito del mio collo. Presa in oltre per modello una mia vecchia camicia che stesi per terra, eseguirono appuntino tutte le cose.
Così pure vennero impiegati cento sarti nel farmi un abito, ma questi per pigliarmi la misura adottarono un metodo affatto diverso. Postomi ginocchione, essi pontarono una scala che veniva da terra sino al mio collo, e saliti su la scala, lasciarono da questa cadere sul pavimento un piombino che corrispondeva esattamente alla lunghezza del mio giustacuore; quanto alla cintura e alle braccia, ne presi la misura da me medesimo. Poichè il mio vestito fu terminato (manifattura tutta eseguita fra le pareti della mia casa, altrimenti i più gagliardi fra que' sartori non sarebbero riusciti ad introdurvelo), l'unione di tutti i pezzetti che lo formavano, lo faceano parere un abito da arlecchino, ma tutto di un colore.
Avevo trecento cuochi per prepararmi il mio mangiare; abitavano essi in convenienti baracche alzate intorno alla mia abitazione ove vivevano insieme con le loro famiglie, e mi preparavano due piatti per ciascheduno. All'ora del mio pranzo io mi prendeva in mano trenta de' miei camerieri e li collocava sopra la tavola; un centinaio d'altri stavano servendomi a' piè della tavola stessa, chi tenendo vivande, chi barili di vino e liquori che lor pendeano dalle spalle; i camerieri che stavano sopra la tavola tiravano su d'essa queste cose con giudiziosissimi congegni di corde simili a quelle di cui ci serviamo in Europa per tirar fuori i secchi dai nostri pozzi. Un piatto delle loro vivande faceva una buona boccata, come una ragionevole sorsata un de' loro barili di vino. I castrati di quel paese cedono in bontà ai nostri, ma il manzo è squisito. Mi capitò una volta un lombo sì grosso che dovetti farne tre bocconi per mangiarlo; fu per altro un caso raro. La mia servitù rimaneva attonita al vedermi mangiare questi grossi animali e fin le loro ossa come da noi si mangia una coscia d'allodola. Le loro oche, i loro gallinacci me li mangiavo in una boccata, e devo dire che erano di gran lunga migliori de' nostri. Quanto agli uccelli di becco gentile, io ne infilzava le ventine e le trentine su la punta del mio coltello.
Un giorno l'imperatore, essendo stato informato del mio modo di vivere, desiderò aver la fortuna, mi valgo delle stesse parole che si degnò profferire, di venire a pranzar meco egli, la sua imperiale consorte ed i principi del sangue d'entrambi i sessi. Vennero di fatto e li collocai tutti seduti nelle loro sedie di stato, circondati dalle loro guardie, su la mia tavola rimpetto a me. Vi era pure Flimnap, il gran tesoriere, con la bacchetta bianca della sua carica, e notai che mi volgea certe occhiate torve; pure fingendo non accorgermene, continuai a mangiare d'un appetito che faceva onore alla mia cara patria e rese ammirata tutta quanta la corte. Ho qualche particolare motivo per credere che questa visita di sua maestà offrisse a Flimnap una opportunità di prestarmi mali ufizi presso del suo padrone. Costui era sempre stato il mio segreto nemico, benchè in apparenza mi facesse più finezze di quante se ne poteano solitamente aspettar dalla disamenità del suo carattere. Egli non si stancava di far rimostranze all'imperatore su lo stato piuttosto esausto del suo tesoro, su la necessità in cui era di cercar danaro con grave scapito sopra le cedole dello scacchiere che perdevano un nove per cento al di sotto del pari; gli diceva ch'io era costato a sua maestà un milione e mezzo di sprug (la loro più grande moneta d'oro, della grossezza circa di una paglietta); in somma, la finiva concludendo che sua maestà avrebbe fatto ottimamente cogliendo la prima occasione di disfarsi di me.
Mi corre qui il dovere di risarcire l'onore di un'ottima dama che soggiacque innocentemente a di ben gravi molestie per ragion mia. Era saltato al gran tesoriere il ghiribizzo di essere geloso di sua moglie, e ciò produssero alcune male lingue col mettergli nelle orecchie ch'essa aveva presa una violenta passione per me; la maldicenza cortigianesca andò per qualche tempo al segno di vociferarsi che una volta ella era venuta segretamente a trovarmi in mia casa. Fu questa un'infamissima impostura, priva d'ogni fondamento, e quanto v'ha di vero si è unicamente che sua eccellenza, la signora grande tesoriera, mi dava grandi contrassegni di confidenza e d'amicizia, ma sempre ne' termini della più stretta onestà. Confesso che venne spesse volte in mia casa, ma pubblicamente e con tre altre persone nella sua carrozza, le quali erano per solito una sua sorella, una giovinetta sua figlia ed una terza signora di sua intima conoscenza; e ciò praticavano parimente altre dame di corte, e me ne appello a tutta la gente di mio servizio, perchè dica se ha mai veduta dinanzi alla mia porta una carrozza senza conoscere le persone che ci stavano entro. Ogni qual volta si davano di questi casi, ed appena un mio servo veniva ad avvertirmene, io correva sempre alla porta, e dopo avere usati i miei convenevoli ai visitatori, mi prendeva in mano con tutto il riguardo la carrozza e un paio di cavalli (erano carrozze a tiro da sei, ma il postiglione staccava gli altri quattro cavalli), e mi portava tutte queste cose su la mia tavola, intorno a cui io aveva congegnato un parapetto, alto cinque dita, da mettere e levare per andar contro a tutte le possibili disgrazie. Quante volte su questa mia tavola ho avute sin quattro carrozze piene di persone, ed io me ne stava seduto sulla mia scranna con la faccia parallela ad esse.