Dopo una sì magistrale conclusione li pregai lasciarmi dire una o due parole. Poi voltomi principalmente al re, assicurai sua maestà che io veniva d'un paese ove abbondavano a milioni creature d'entrambi i sessi di statura uguale alla mia; ove gli animali, gli alberi e le case erano tutti in proporzione con que' milioni di creature, ed ove per conseguenza io era abile a difendermi ed a trovare di che sostentarmi quanto il potessero essere quivi i sudditi di sua maestà, con che mi pareva aver assai adeguatamente risposto agli argomenti di que' galantuomini. Ma i tre dotti con un ghigno di sprezzo mi dissero che il fittaiuolo mi aveva insegnato a dir bene la mia lezione. Il re per altro, dotato di molto migliore discernimento, licenziò i tre dottori, e mandò pel fittaiuolo che fortunatamente non era ancora partito dalla città. Primieramente sua maestà lo esaminò ella stessa in disparte, indi postolo a confronto con me e con la giovinetta, cominciò a credere che quanto entrambi le avevamo raccontato potesse essere vero.
Il monarca pregò pertanto la regina ad ordinare che si avesse una cura speciale della mia persona, e fu d'avviso che la Glumdalclitch continuasse tuttavia nell'antico ufizio d'assistermi, poichè notò che avevamo una grande affezione l'uno per l'altro. Assegnatole un conveniente appartamento in corte, ella ebbe in oltre una specie di governante incaricata di prendersi pensiere della sua educazione, una cameriera per vestirla e due fantesche pei più triviali servigi. Quanto a me poi, la regina ordinò al suo architetto aulico di fabbricarmi una cassetta che mi servisse di camera da letto secondo il disegno che gliene darebbe la Glumdalclitch, e tale che fosse in oltre di mio aggradimento. Questo architetto, uomo fornito di grande ingegno, arrivò con la mia direzione a finire in tre settimane una camera di legno per mio uso, larga sedici piedi quadrati, alta dodici, con due finestre e le loro gelosie fatte a saracinesca, un uscio e due gabinetti, come le stanze da letto di Londra.
Le piane che formavano il cielo della camera, erano disposte in modo da potersi aprire e chiudere onde far entrare dal disopra della stanza stessa il mio letto, che fu prontamente fornito dal tappezziere di sua maestà. Un artefice famoso per certi piccoli dilicati lavori si prese l'assunto di fabbricarmi due scranne con fusto e spalle di una sostanza non dissimile dall'avorio, due tavole ed un armadio per riporvi le cose mie. La stanza avea le pareti, il cielo, il pavimento riparati da una imbottitura per andar contro ad ogni incidente derivato da poca cura di chi la portava attorno quando io vi era dentro e per evitarmi scosse troppo violenti allorchè io veniva condotto entr'essa in carrozza. Domandai una serratura pel mio uscio, onde impedire che v'entrassero sorci o topi. Il fabbro ferraio, dopo molti esperimenti, arrivò a farne una che fu la più piccola di quante si fossero mai vedute dianzi fra loro; dico fra loro, perchè io mi ricordava d'averne veduta una di maggior mole alla porta di strada della casa d'un nobile inglese. M'ingegnai custodirne la chiave nelle mie scarselle per paura che la Glumdalclitch me la smarrisse. La regina avendo in oltre ordinato l'acquisto di panni possibilmente i più fini per farmi dei vestiti, si riuscì trovarne di quelli che non erano molto più fitti dei nostri panni da letto; cosa veramente un pochino incomoda finchè non mi ci fui assuefatto. La forma di que' vestiti, piuttosto grave, s'adattava alla moda del paese, che aveva un po' del persiano, un po' del chinese, e facevano una figura assai decente alla vista.
La regina s'invaghì tanto della mia compagnia che non potea desinare senza di me. Io aveva un tavolino fattomi fare a posta che stava su la tavola ove sua maestà pranzava e che le veniva giusto al gomito: la mia scrannetta era proporzionata al tavolino. La Glumdalclitch avea sul pavimento della sala uno sgabello su cui stando in piedi, si trovava a livello del mio tavolino. Mi era stato espressamente assegnato un servigio di piatti e piattini d'argento, i quali, in proporzione di quelli della regina, poteano paragonarsi alle masserizie domestiche d'una fantoccia che si vedono a Londra nelle botteghe di fanciulleschi balocchi. Con la regina non pranzavano altri che le principessine reali, la maggiore di sedici anni e la minore di tredici ed un mese. Sua maestà soleva mettere sopra uno de' miei piattelli un morsello delle sue proprie pietanze, ch'io poi mi trinciava da me, e si divertiva a considerare quella mia mensa in miniatura, perchè quanto a lei (e notate che non era una donna di grande appetito) si mangiava in un boccone quanto sarebbe stato una pietanza sufficiente per la tavola di una dozzina di fittaiuoli dell'Inghilterra, la qual vista, se ho a dirvi la verità, mi mettea non poco fastidio. Essa masticava ossa e tutto d'un'ala di lodola grossa quanto un'intera grassa gallinaccia, ed i suoi bocconcini di pane equivalevano a due nostre pagnotte da dodici soldi l'una. Entro una tazza d'oro ella si bevea quasi una delle nostre ordinarie botti in una sorsata. Le sole lame de' suoi coltelli erano due volte della lunghezza di una scimitarra, i cucchiai, le forchette e gli altri attrezzi seguivano la medesima proporzione. Mi ricordo che una volta la Glumdalclitch mi portò a vedere altre tavole di corte imbandite, e questi enormi coltelli e forchette stavano in piedi a dozzine disposti in fasci piramidali come i moschetti de' soldati ne' nostri campi di guerra, nè credo aver mai veduto cosa di più formidabile aspetto.
Tutti i mercoledì (che, come ho notato, teneano vece di domenica in quei paesi) era di stile che il re, la regina ed i loro figli d'entrambi i sessi facessero una tavola sola nell'appartamento del sovrano, al quale io era divenuto grandemente accetto. In tali occasioni la mia scrannetta e la mia tavolina venivano collocate a sinistra del re, rimpetto ad una saliera. Quel monarca si dilettava assai conversando meco ed interrogandomi su le usanze, la religione, le leggi, il governo, lo stato delle cognizioni in Europa, intorno a che lo informai il meglio che seppi. Il suo intendimento era sì chiaro e i suoi giudizi sì esatti che a quanto io gli andava raccontando intromettea sempre osservazioni le più sensate. Per parte mia, confesso che fui un poco prolisso nel parlargli del mio amato paese, del nostro commercio e delle nostre guerre terrestri e marittime, dei nostri scismi religiosi e delle nostre fazioni politiche. In quel momento i pregiudizi della sua educazione prevalsero tanto in lui che non potè starsi dal prendermi su con la sua mano destra, dal farmi una carezza, gentile se vogliamo, con la sinistra e dal chiedermi dando in una potentissima risata: E voi siete wigh o tory? Indi, voltatosi al primo ministro, che stava di servigio dietro a lui con la sua bacchetta bianca (alta quanto fra noi l'albero maestro del nostro bastimento il Reale Sovrano), gli disse:
«Guardate che cosa da poco è l'umana grandezza se viene posta in azione mimica da questi insetti (e l'insetto, di cui parlava il re, era io). Scommetto io che hanno anch'essi i loro titoli, le loro distinzioni d'onore; che si fabbricano anch'essi i loro piccoli alveari e tane, e che li chiamano città e case; che sfoggiano anch'essi in abiti e carrozze; che amano, che combattono, che disputano, che gabbano, che tradiscono».