Inalberatesi le scale, molti uomini vi salirono per soccorrermi, il che appena vedutosi dalla scima, ed altresì l’impossibilità di fuggirsene con la sua preda camminando con sole tre zampe, mi adagiò ella sopra un bucato tegolo, e se ne andò. Ivi me ne ristetti per qualche tempo in distanza di trecento verghe da terra, aspettando ad ogni momento che il vento mi gittasse a basso, oppure che qualche capogiro rotolar mi facesse da’tegoli in una grondaja. Ma un de’servidori della mia Nutrice, il qual era un obbligantissimo giovane, si rampicò perfino a me, e dopo di avermi posto in una saccoccia de’suoi calzoni, mi portò a terra sano, e salvo.

Lo sbigottimento, e il dolore, cagionatimi da quella brutta bestia, mi produssero una malattia, che per quindici giorni mi tenne obbligato al letto. Il Re, la Regina, e tutti i principali Signori della Corte, mandavano, tutti i dì, per sapere dello stato mio, e la Regina in persona, in tempo della mia infermità, volle avere la compiacenza di farmi molte visite.

Quando dopo il mio ristabilimento fui presso il Re per attestargli i propj miei doveri, e ringraziarlo di tutte le sue beneficenze, fecemi egli qualche motteggio sopra l’Avventura, unica cagione dell’incomodo mio. Mi dimandò ciò che pensassi, e quali specolazioni fossero le mie, in tempo che la Scimia mi teneva fralle sue zampe; e di qual tempera avessi trovata l’aria che respirasi in su del tetto del Palazzo? Qual partito avreste preso, egli aggiunse, se somigliante cosa fossevi accaduta nel Paese vostro? Risposi a Sua Maestà, che in Europa non abbiam noi la razza di simili bestie; e che altre non ve ne sono, fuor di quelle che per curiosità vi si trasportano; ma che erano tuttavia sì picciole, che agevolmente avrei potuto tener faccia con una dozzina, se avuta avessero la temerità d’assalirmi. Che quanto al mostruoso animale, (poichè senza esagerazione egli era del taglio d’un Elefante,) che aveami praticato uno scherzo così incivile; se il mio spavento mi avesse lasciato l’uso libero della mia spada, (nel così dire io messi la mano sull’impugnatura, non senza un’aria d’intrepidezza,) quando egli avanzava la sua zampa nella mia camera, gli avrei forse impressa una tal ferita, che ci non avrebbe mancato di ritirarla, per lo meno così presto, come sporgevala. Fu espressa con un tal tuono questa risposta, che bastevolmente spiegava la mia indignazione per la proposta ingiuriosa che mi si faceva: E pure non servì ella che ad eccitare uno schiamazzio di ridere vie più oltraggioso. Patj la tentazione di andar in collora; ma le ne diedi lo sfratto; riflettendo che il presumere di farci valere presso que’con cui è impossibile in qualunque modo di misurarci, è la più pazza di tutte le follie.

Non passava giorno ond’io non regalassi di qualche ridicola scena la Corte, e tutto che Glumdalclitch mi amasse teneramente, non lasciava di narrar alla Regina tutto ciò che poteva promuovere il riso di lei a sole mie spese. Un giorno la sua Governatrice l’avea condotta a una lega dalla Città, per farle prendere un poco d’aria, trovandosi alquanto incomodata. Ancor io tenni accompagnata la mia Nutricina in quel Viaggio; ed ella essendo uscita della Carrozza, ripose il mio picciolo cassettino a terra in un viottolo. Spasseggiar io volea; ma per disgrazia mi abbattei in una bovina, sopra cui m’era forza di far un salto, per superarla. Mi accinsi ad effettuarlo; ma sì mal ci riuscj, che precisamente vi saltai nel mezzo, e mi vi profondai perfino alle ginochia. Me ne trassi nella maniera migliore; e un servidore a piedi, così così col suo fazzoletto mi asciugò; mercè che sì diabolicamente io mi trovava letamato, che Glumdalclitch mi tenne nella mia cassetta finchè a casa fummo ritornati: ove immediate ne fu reccato alla Regina il ragguaglio della mia Avventura; il che per alcuni giorni a costo mio, fece scoppiar dalle risa tutta la Corte.

CAPITOLO VI.

L’Autore, con ogni sorta di mezzi procura di guadagnarsi la benevolenza del Re, e Della Regina. Da saggio della propia abilità nella Musica. Informasi il Re dello stato dell’Europa, e l’Autore soddisfa ampiamente alla curiosità di lui. Riflessioni del Re sopra quanto gli ha raccontato l’Autore.

UNa, o due volte per settimana mio costume si era di trovarmi al levarsi dal letto del Re; e con poche fiate fui presente quando il suo barbiere il radeva; il che, innanzi che mi avvezzassi, mi sembrava uno spettacolo orribile: poichè il raso io era triplicamente luogo quanto una falce comune. Secondo il costume del Paese. Sua Maestà si facea radere due volte in sette giorni. Ottenni, una volta, dal barbiere un poco della saponata che adoprata egli avea, e trattine quaranta, o cinquanta peli, gli accomodai in un pezzo di legno che era formato in ischiena di pettine; ove, un’aguglia, io avea profondati alcuni buchi in eguale distanza. Si industriosamente assettai gli peli in questi bucci, che mi riuscì di farmi un pettine, onde servir mi potenva in difetto del mio, i cui denti, poco men che tutti, erano rotti: non essendovi per altro, verun Artefice nel paese, che avesse l’abilità di lavorarmene un altro. Quest’esperimento un secondo me ne suggerì, che mi tenne a bada per molti giorni. Pregai le Dame della Regina di mettermi a parte alcune pettinature de’capelli di Sua Maestà, onde in poco tempo n’ebbi una quantità ragionevole. Dopo ciò, feci venir da me il Falegname mio amico, il quale già, una volta per sempre, ricevuto avea l’ordine di travagliarmi in picciolo qualunque cosa che fosse di mio gusto, e gli dissi di far due sedie, della grandezza stessa di quelle del mio cassettino, ma che non avessero nè il fondo, nè lo schienale. Aveva io l’intenzione d’intrecciar i capelli in maniera che servir potessero di spalliere, e di sedili; a un di presso, come le sedie a fondo di canna che si praticano in Inghilterra. Compiuta che fu ogni cosa, ne regalai la Regina, che ripor le fece nel suo Gabineto, ove ella mostravale come rarità, e per dir vero, ni un vi fu che di maraviglia non ne restasse preso. Dissemi la Regina che mi sedessi sopra una di quelle scranne; ma a patto veruno ubbidirle non volli, protestando che piuttosto sofferte avrei mille morti, che di collocaro una parte sì indecente del mio corpo, sopra que’preziosi capelli, che servito aveano d’ornamento alla testa di Sua maestà. De’capelli medesimi formai altresì una galante picciola borsa, che in lunghezza non tirava più che cinque piedi, col nome della Regina a lettere d oro, di cui con permissione della Principessa ne feci un presente a Glumdalclitch. Veramente, anzi che per l’uso, serviva quella borsa per sola mostra, non avendo forza bastevole per sostenere il peso delle più massicce monete, e perciò la fanciulla alcune picciole leggierissime bagattelluzze solamente vi riponeva.

Il Re, che di Musica si dilettava all’ultimo grado, ordinava frequentemente de’concerti alla Corte, a’quali talvolta assisteva ancor io, accomodato sopra una tavola entro il mio cassetino. Ma era sì confusamente strepitosa quella Musica, che mi riusciva impossibile di distinguerne i tuoni. Ardisco pur di asserire, che tutte le trombe, e tutti i tamburi d’un Esercito, quando si suonassero, e si battessero tutti in una volta in un Appartamento medesimo, non arriverebbono a far tanto strepito, quanto ne fanno quelle sorte di armonie. Il mio metodo si era di far mettere il mio cassettino il più lungi che era possibile da’Musici; e poscia di chiuderne le porte, e le finestre; dopo di che io trovava assai sopportevole la loro Musica.

Essendo giovane, io aveva alquanto appreso a suonar di spinetta: Una ne tenea in sua camera Glumdalclitch, e un Mastro andava a darlene la lezione due volte per settimana. Dico che era una spinetta; perchè quel musicale strumento molto le rassomigliava, e per la figura, e pel modo di servirsene; mi venne in pensiero di ricreare il Re, e la Regina, suonando su quello strumento un’arietta Inglese. Ma, oh quanto sudai per riuscirvi! mercè che la spinetta era lunga più di sessanta piedi, e ogni chiave, d’un piede larga; cosicchè in istendendo tetto il mio braccio, io non ne poteva scorrere più che cinque, e oltracciò sarei stato obbligato di dare de’furiosi colpi di pugno per abbassarle, e tanto e tanto non ne avrei ottenuto l’intento. Ecco quale fu la mia invenzione. Allestj due bastoni tondi, più grossi da una parte che dall’altra, e ricoprj la loro estremità più grossa con un pezzo di pelle di sorcio, affinchè in battendo non restasse danneggiata la parte superior delle chiavi, e che lo strepito de’colpi, ingratissimamente non si confondesse col suono che la spinetta renduto avrebbe. Al d’avante di quello strumento collocossi un banco più basso di quattro piedi che le chiavi, ed io fui adagiato su questo banco. Vi scorsi sopra, ora da un canto, ora dall’altro battendo co’miei due bastoni le chiavi necessarie, e procurando di suonare una Giga, che parve fosse intesa con gran piacere dalle loro Maestà: ma posso realmente dire che a’giorni miei non ho praticato un sì violento esercizio; e pure mi fu impossibile di scorrere più di sedici chiavi, e per conseguenza di toccare il basso, ed il soprano insieme, come fanno altri Musici; il che avrebbe aggiunta una nuova gentilezza alla mia Giga.

Il Re, che, come il dissi, era un Principe di somma abilità, e spiritosissimo, spesse volte mi facea portare nel mio cassettino, e riporre sopra una tavola nel Gabinetto di lui; dopo di che mi comandava di prendere un de’miei seggi, che i faceva mettere con esso meco al di sopra del cassettino, in distanza di tre verghe dalla sponda; il che più o meno, mi costituiva a livello della faccia di Sua Maestà. In questo modo godei di molte conversazioni con esso lei. Presi un giorno la libertà di dirle, che il dispregio che Ella testimoniava per l’Europa e pel rimanente della Terra, non mi sembrava va accordarsi con quel maraviglioso discernimento, che io sempre avea in lei ravvisato. Che i gradi d’intelligenza non erano regolati secondo la grandezza de’corpi: Che pel contrario osservavasi nel mio Paese, che le persone più grandi, per ordinario, n’erano le men provvedute: Che fra gli animali, le Api, e le Formiche, passavano per le più industriose, e le più sagaci. E che tal che io le pareva, mi lusingava di poter renderle qualche segnalato servigio. Mi ascoltò il Re con attenzione, e di là in poi, egli formò di me un giudizio del tutto opposto. Pregommi di dargli una idea, la più esatta che potessi, del Governo dell’Inghilterra; imperocchè, diceva egli, per quanto sieno comunemente intestate le Nazioni de’propj loro costumi, sarebbegli un gran piacere di apprendere qualche cosa che egli imitare potesse.