Fermossi ella, secondo gli ordini del Re, sopra alcune Città, i cui Abitatori presentar dovevano diverse suppliche. A tal effetto si calavano molti funicelli tenuti tesi da qualche peso nella loro estremità inferiore. Legava il Popolo le sue suppliche a questi funicelli, che poscia si traevano ad alto; e talvolta, col mezzo d’alcune carrucole, e vino, e provvisioni di qualunque sorta ritiravamo dal basso.
Ciò che io sapeva in Matematica fummi d’un grande ajuto per apprendere la loro favella, i cui termini, per la maggior parte, an rapporto con questa Scienza, e con la Musica, onde vantarmi posso di non essere tutto affatto ignorante. Son continui oggetti delle loro meditazioni le Linee e le Figure. Se voglion essi, per esempio, lodar la bellezza d’una Donna; o di qualche altro animale, fanno entrare nel loro Elogio, Romboidi, Circoli, Parallelogrammi, Ellisi, ed altre Geometriche Figure; ovvero de’Musicali termini. Osservai nella Cucina del Re ogni sorta di Strumenti di Matematica, e di Musica, le cui figure servono di modello alle vivande della mensa di Sua Maestà.
Son mal costrutte le loro Abitazioni; e notai che non aveavi in veruno degli Appartamenti neppur un angolo retto; il che proviene dal disprezzo che an essi per la Geometria pratica, che come troppo meccanica riggettan; e per disgrazia, gli Architetti loro non anno lo spirito di comprendere le loro astratte Dimostrazioni; stupidezza, a cagione di cui patiscono i loro edifizj.
I Lapuziani generalmente son cattivi Ragionatori, e molto contraddicenti, se eccetuisi quando lor avviene d’aver ragione, il che è cosa assai peregrina. Immaginazione ed Invenzione sono termini ch’eglino non conoscono, e pe’quali non an neppure vocaboli in loro lingua; essendo circonscritti, e in qualche modo consecrati alle due Scienze testè da me mentovate, tutti i pensieri delle lor anime.
I più di essi, e principalmente que’che si applicano allo studio dell’Astronomia, sono gran Fautori dell’Astrologia Giudiciaria: comechè arrossiscano di professarla in pubblico. Ma ciò che in ispezielta ammirai, e che nel tempo stesso parvemi incomprensibile, si è l’estrema loro curiosità per gli Politici affari, e il loro eterno furore di formar giudizi, e disputar sopra qualunque cosa al Governo ed agli Stati attinente. Per vero dire, riflettei ch’era questa un infermità assai comune del maggior numero de’Matematici di mia conoscenza in Europa; ma non per tanto non siegue che io non sappia qual relazione esservi possa tra una somigliante smania, e la loro professione; purchè essi non suppongano, che come un picciolo cerchio non ha più gradi che un grande, ne venga in conseguenza che non abbisogni maggior abilita per governar il mondo, che per girar un Globo in sensi diversi. Ma più inclino a credere, che una tale irregolarità provenga da un difetto comune alla Natura umana, che renderci più curiosi delle cose che ci concernono meno, e per cui men di talento noi possediamo.
E’suggetto quel Popolo ad inquietudini perpetue, non gustando mai d’un solo instante di riposo; e derivano le sue inquietudini da cagioni tali che non sono affettate dal rimanente degli Uomini. Ei teme che ne Corpi Celesti non succedano certi cangiamenti. Per esempio, che la Terra, se il Sole continui sempre ad accostarsene, non resti un giorno inghiottita da quest’Astro: Che la superficie del Sole non sia poco a poco ricoperta d’una crosta, che gl’impedisca alla fine di farci parte del suo calore, e del suo lume. Racconta, che molto poco vi vuole che l’ultima apparuta Cometa non siasi urtata con la Terra, il che se seguito fosse, doveva questa, senz’altro, ridursi in cenere; e che secondo tutte le apparenze resterà infallibilmente distrutta dalla prima Cometa che si lascerà vedere; il che avverrà da quì a trenta e un anno, secondo il suo calcolo: essendo che questa Cometa, nel suo perielio dee molto avvicinarsi al Sole, per concepire un grado di calore dieci mila volte più grande di quello d’un ferro rovente; e dopo di aver lasciato il Sole, strascicar dietro se una fiammeggiante coda, che eccederà la lunghezza di quattrocento mila leghe; da cui, se la Terra passa in distanza di trenta mila leghe dal Corpo della Cometa, non può certamente non restar incendiata, e ridotta in cenere. Che il Sole, perdendo ciascun giorno una porzion de’suoi raggi senza ricevere qualche alimento che ne compensi la perdita, a guisa di candella si smorzerà alla fine: dal che per necessità ne proverà il distruggimento della nostra Terra, e de’Pianetti tutti che da lui il lume ricevono.
Sì fattamente sono inquietati que’Popoli da fomigliantti spaventi, che non trovano luogo e quiete di sorta, nè san gustare delle comuni soavità della vita. Quando la mattina si abbattono in alcuni de’loro Amici, versa la prima lor quistione sopra la sanità del Sole, come par ch’ei si porti nel suo tramontare, e nel suo risorgere, e se vi ha raggio di speranza di poter isfugire della prima Cometa il rincontro. In trattenimenti di questo genere, si lascian vedere a prendere il piacere medesimo onde gustano i fanciulli, quando intendono Storie di Fantasmi, e d’Apparizioni: Storie, ch’essi ascoltano con la più avida curiosità, ma che imprimendo loro del terrore, lor non lasciano trovar la strada d’andar a letto.
Le Donne dell’Isola sono molto vivaci, spregiano i propj Mariti, ed impazziscono per gli Stranieri. Scelgono fra questi i lor Cicisbei; ma il mal si è che con troppo agio, e troppa libertà coltivano i loro amori; piochè trovasi sì profondato nelle sue meditazioni lo Sposo, che gli Amanti potrebbono in presenza di lui appigliarsi alle maggiori confidenze senza timore del suo accorgimento, purchè solamente egli avesse della carta, e i suoi strumenti, e che non gli fosse a’fianchi il suo Risvegliatore.
Le Femmine e le Donzelle si lagnano amaramente d’essere rinchiuse in quell’Isola, non ostante che, a mio credere, sia quegli il più bel Paese del Mondo: e tutto che vi vivan elleno in tutta l’abbondanza più immaginabile in un modo il più magnifico, e che sia lor permesso di far ciò che vogliono, muojon di voglia di veder il mondo, e di gustar i piaceri della Capitale; il che non è lor permesso, senza, perlomeno, una particolare licenza del Re, e sì facile ad ottenersi non è questa licenza; poichè la maggior parte de’Mariti, quanto sia difficile il quindi far rivenire le mogli, bastevolmente saggiò. Mi fu detto che una Dama del primo Carattere che avea molti figliuoli, e ch’era maritata con un Ministro di prima sfera, uno de’principali Signori del Regno, il qual amavala fin ad essere pazzo, e con cui ella soggiornava in un de’più bei Palagj dell’Isola, imprese il viaggio di Lagado col pretesto che spiravavi Un’aria migliore per la sanità di lei; che vi si tenne per alcuni mesi occultata, finchè li Re mandovvi un ordine di carcerazione; che fu rinvenuta in una bettola, tutta cenciosa, impegnate avendo tutte le sue vestiture per mantenere un vecchio laidissimo facchino, il qual la batteva ben bene ogni giorno, e da cui ella altresì con infinita ripugnanza si separò. La ricevè lo Sposo con tutta la bontà possibile; e senza che le ne facesse il menomo rinfacciamento: e perciò ella guari non istette ad eseguire una seconda scappata, a sportando seco tutte le sue gioje, per andar a riunirsi all’Amante suo, senza che poscia se ne abbia avuta contezza di sorta. Non è improbabile che alcuno de’miei Leggitori s’immagini che io gli narri una Storia Europea, ovver Inglese: Ma lo scongiuro di riflettere, che i capriccj del bel sesso non ristringonsi a qualche Clima, o a qualche particolare Nazione: bensì che anno una uniformità più generale, che tutto ciò che si possa dire.
Nello spazio d’un mese io avea fatti bei progressi nella loro favella, e mi trovava in istato di rispondere alla maggior parte delle quistioni del Re, quand’io avea l’onore di vederlo. Non dimostrò Sua Maestà curiosità veruna in proposito delle Leggi, del Governo, della Storia, della Religione, o de’Costumi de’Paesi che io avea visitati; ridusse bensì tutte le sue ricerche alle sole Matematiche, ed ascoltò con molto sprezzo, e con molta indifferenza ciò che le dissi su quest’argomento, tutto che i due Destatoti ch’ella teneva accosto, diligentemente le proprie incombenze effettuassero.