[VIII.]
Sì fatta gente debbono la morte dottare, che in questo mondo ânno il molto avere, e poco n'ânno dato per l'amore di Dio, che tanto ne l'â dato e prestato; e quando cotali si partano di questo secolo[20], sì sono molto duramente sbigottiti, sì che non sanno che si fare, e se potessero tornare a misericordia uno solo dì in loro ricchezze, ellino darebbero molto volentieri cento milia tanto più che non ânno, per avere l'amistà di nostro Signore Dio. Per lo ben fare ch'altri lassa in questo mondo, non si fa dottanza della morte, e così fecero molti e fanno, che grandi ricchezze ânno ed avevano aute. Similemente fecero coloro di Serragoza, che le grandi ricchezze avevano aute; quando sentirono la gran distretta della morte per la gran fame ch'egli avevano, ciascuno si pensò che meglio lo 'veniva la morte schifare e fuggire che morire, e sì non sapevano ove si dovessero andare morendo, e se vivessero anco, potrebbero avere onore per avventura, e per tali ragioni s'arrenderono; e bene sappiate che non è sì gran distretta come la fame, imperciò che si conviene o morire o arrendare, e perciò s'arrenderono, che non volsero morire.
[IX.]
Quando la città si fu arrenduta, Anibal fece prendare l'oro e l'argento, e drappi della seta e l'altre ricchezze, e poi vi fece mettare lo fuoco per tutta la città, e così fu distrutta Serragoza per Anibal re di Cartaggine; e questa fu la vendetta e lo cominciamento della distruzione che Anibal fece per lo re Amilcar suo padre, il quale era stato sconfitto, ond'elli odiava li Romani sopra tutte creature, e perciò si vendicò in questa maniera. Allora comandò Anibal, che molto era fiero e crudele, ad Astrubal suo fratello, che rimanesse in Ispagna per conquistare tutto lo reame tanto come si stendeva infino al mare, che molto era grande e maraviglioso, e quando elli avesse ciò fatto, elli disse che mettesse in sua signoria tutte l'isole del mare; poi venisse dopo lui per Gaule e per Italia tosto e prestamente, che sì voleva combattare colli Romani, ch'elli odiava mortalmente, e sì voleva avere la potestà e la signoria di Roma. E quando ciò fu divisato infra due frategli, Anibal venne con sua gente verso Italia, ed Astrubal rimase in Ispagna, ove prese molti forti castelli, e conquise molte fortezze innanzi che la mettesse sotto sua volontà. Di Astrubal vi lassarò ora stare, il quale rimase in Ispagna per acquistare lo reame, e non ne udirete parlare più al presente, ma innanzi che la fine venga, vi dirò che ne fu; ed ora al presente vi dirò di Anibal, che verso e monti di Meos prese sua via il più dritto che potè con sua grande oste, se ciò non fusse cosa ch'eglino uscissero del camino per ponare campo sopra fontane o sopra riviere, chè bene potete sapere senza dottanza, che sì grande gente, com'elli aveva assembrata, non poteva passare senza acqua, perciò ch'elli aveva grande gente appiè e a cavallo.
[X.]
E così andava Anibal, che tutto confondeva ciò che trovava dinanzi da lui, ed a gran pena passò li monti di Spagna per le strette vie che non erano battute nè usate, ma elli fece la via acconciare e dilargare con picconi di ferro e d'acciaio, acciò che sua gente che lo seguiva, passasse più sicuramente, se bisogno fusse d'essare assaliti. Quando lo re Anibal fu oltre passato e sua gente a gran pena, eglino andaro poi due mesi interi, e presero loro via il più tosto che potero verso lo Rodano; ma innanzi che vi giugnessero, assembrarono li Gallici da tutte parti, e quali combatterono con Anibal e con sua gente con ciò che poterono, ma e' nollo vensero niente nè sconfissero, chè troppo avea con lui grande gente e grande cavallaria, di che furono molto dolenti e molto ontiosi[21], che non ne vennero a fine, ma s'accordaro con lui.