N.o XIX.
Caro Ernesto!
Verona, 19 marzo 1848.
Ho ricevuto il danaro. A Leopoldo ho appunto scritto, quindi egli sa già ciò che in questi luoghi accadde. Qui siamo in un grande ospedale di pazzi. Le notizie di Vienna, che sanno assai dell’imperatrice madre e Sofia, le quali non vogliono che si arrechi ai loro Viennesi il minimo danno, ebbero anche in questi luoghi le loro naturali conseguenze. Cosa sia accaduto in Bergamo io non lo so bene, ma tu sei più vicino alla sorgente di me. Un’ora fa arrivò Colletti della Cancelleria, che disse aver trovate in Brescia barricate, e che si deve aver fatto fuoco. Certo è che nella notte in cui dormimmo in quella città, nel Collegio de’ Gesuiti si sparò un petardo per atterrire i rispettivi abitanti. Se non cadesse nel tempo presente questo sarebbe veramente un pensiero classico. I Gesuiti devono già essere fuggiti a Chiari. Qui accaddero e accadono ancora delle pazzie; jersera, dopo che al nostro arrivo si era raunata tutta la popolazione, e che tutti, tanto quelli colla barba che senza, ci aveano salutati assai cortesemente, doveva essere illuminato quel quartiere della città dove abitiamo. In quella circostanza si dovevano fare degli evviva alla Costituzione e simili, ma per fortuna piovve. Verso le 8 ore però si raunò una immensa moltitudine innanzi al nostro albergo gridando: Viva il Vicerè, viva l’Italia, la Costituzione; fuori il Vicerè, abbasso i Gesuiti! ecc., ecc.; e siccome non fruttarono nulla le parole del Podestà e del Delegato, e quella gente dichiarava di voler andarsene tranquilla a casa appena avesse veduto il Vicerè, comparve questi al balcone, e fu ricevuto con immenso applauso. Le grida continuarono quando egli si era già ritirato, e i capi della sommossa si portarono dal Delegato, e dichiararono che papà dovesse pubblicare anche qui le concessioni arrivate da Vienna e già pubblicate da Pallfy a Venezia. Ma siccome non era arrivato nulla, si mandarono in pace, ed essi gridarono partendo: Domani alle dieci, ed alcuni aggiunsero: armati. Allora ognuno perdette la testa: tutti si credevano già messi allo spiedo, arrostiti, ecc., ecc.; si decise di andare a Mantova, ed anzi di partire alle 2 ore della notte. Era già dato l’ordine di fare i bagagli, quando la signora madre che per evitare ogni conflitto col militare, e per le altre cagioni che tu conosci, pendeva assai per questo espediente, mi chiamò e mi domandò cosa io ne pensassi. Certo non mi aspettava una tale domanda, pure dissi liberamente la mia opinione: essere questo un errore molto grossolano, mostrando con ciò al popolo d’aver timore, e di fuggire in una fortezza, ove la conseguenza sarebbe stata una simile, e forse peggiore dimostrazione, ed ove v’è una guarnigione di appena tre battaglioni, mentre qui ve ne sono di più con varj generali per condurli. Mi guardò con maraviglia, e mi domandò se vedessi volontieri che la truppa avesse ad agire, e che si spargesse sangue. Non potei a ciò rispondere che sì, ma soggiunsi che, seguendo il mio consiglio, non si sarebbe sparso sangue, ma fui deriso. Fummo mandati a casa che erano già le 9-1/2, e si doveva partire alle 2 del mattino. Non erano cinque minuti che era arrivato a casa, che papa mi mandò a chiamare per dirmi che non si partiva, ciò essendogli stato dichiarato per imprudente da tutti i generali; ciò che fece ammutolire la signora madre. Pella città circolarono quindi numerose pattuglie militari; ma tutto era tranquillo. Questo stato durò sino ad oggi alle 10, quando tutto il mondo affluì alla Piazza dei Signori. Presso di noi vi è una mezza compagnia del tuo reggimento a guardia; ed un’altra mezza compagnia di Brodiani con otto cavalleggieri come riserva. Innanzi alla casa sfilarono un’altra compagnia di Brodiani, e due altre alla Piazza de’ Signori. Frattanto era stato comunicato nell’avviso qui incluso un estratto della Gazzetta di Vienna, di modo che quei signori non sapevano bene cosa fare. Finalmente si scelse una deputazione di cinque individui che doveva pregar nostro padre che ritirasse la truppa, e concedesse una Guardia Civica, che avrebbe certamente mantenuto l’ordine.
Le truppe dovettero ritornare nelle caserme, eccettuati quelle che sono qui nella casa, e una mezza compagnia avanti alla Delegazione; e siccome in Vienna erasi accordato l’armamento degli studenti, papà permise la formazione di 400 uomini, che scelti fra facoltosi cittadini, dovessero seguire non armati le pattuglie militari, curare l’ordine, ed evitare i conflitti tra i militari e borghesi. Tutto ciò non è che provvisorio, perchè deve essere approvato dall’Imperatore, ma pure ora s’incominciò e dove finiremo? Sino a quanto si aumenterà il numero quando otterranno anche l’armamento? Cosa ne dirà il militare? Vorrei sentire S. M. Appena era stata fatta questa concessione, si radunò una immensa moltitudine innanzi alla abitazione di nostro padre, e lo chiamò fuori. Da questo momento furono tutti pazzi. I ricchi distribuivano danaro e coccarde tre colori; i più poveri le prendono e si ubbriacano, e così tutti girano tumultuando colle coccarde tre colori pella città gridando: Viva l’Italia!
Oggi alle 3 tutti quelli che vogliono prender parte alla Guardia Civica devono farsi inscrivere nell’Arena; naturalmente se ne presenteranno assai più di 400, e pretenderanno l’accettazione, e allora incomincerà il guazzabuglio. Peccato che s’abbia dato principio a Vienna, e s’abbia esteso a tutte le provincie, cosicchè non si può qui negare ciò che fu concesso a tutti, dal che nascerà vero malcontento ed insurrezione; noi ne abbiamo bastanti esempi. Me ne duole per l’armata; ora abbiamo la Guardia Civica in Verona, e naturalmente sarà introdotta in tutto il regno, e per Venezia sono già stati accordati 200 uomini alle medesime condizioni. Dicesi si sia fatto fuoco sulla piazza di San Marco, e perciò morti cinque uomini (nessun danno). In Vicenza si voleva prendere la Delegazione d’assalto, e piantarvi la bandiera tre colori, ma non riuscì. Da Padova non si sa ancora nulla. La posta da Milano che solitamente arriva alle 8 ore del mattino, non è ancora giunta alle 4. Se là fosse accaduto qualche cosa, auguro ai Milanesi che ne sieno restati per lo meno 500 sul luogo. Ecco la conseguenza degli avvenimenti di Vienna. La truppa deve esser stata mal condotta, o, ciò che è il più verosimile, e che ho detto sino da principio, deve esser stato proibito dall’alto (donne) di far fuoco; altrimenti i Viennesi avrebbero ottenuto altre concessioni. Si sollevano i capelli sulla fronte in pensando cosa si pretenderà già in Ungheria, a Vienna, in Boemia, in Gallizia. Se non succede un miracolo possiamo tutti quanti fare il nostro bagaglio. La casa di Metternich alla Landstrasse, dicesi distrutta interamente. E questi sono i fedeli Viennesi!
I capi sono completamente impazziti.
La maggior parte di loro sono ubbriachi, e girano per la città gridando: Viva l’Italia! Essi abbracciano i soldati del confine come fratelli, e lo stesso fanno cogli ufficiali del caffè al Prà, che sono assai titubanti. Essi presero un uffiziale degli Usseri sulle spalle, e lo portarono intorno gridando: Vivano i fratelli Ungaresi! Per questa sera m’aspetto qualche altro gran guazzabuglio; e se accade qualche cosa domani scriverò.
Il tuo reggimento e il battaglione di Brodiani hanno una bellissima presenza; anche Windischgrätz è bello, e gli uomini che io vidi hanno buonissime cavalcature. Sento in questo punto che fra un’ora incomincia l’inscrizione della Guardia Civica, dove vi saranno certamente delle liti per la preminenza; alcuni dicono che in questa circostanza si benediranno le bandiere, naturalmente tricolori, al che assisterà anche il Vicerè! E ciò accade in una città di provincia austriaca!