In aggiunta all’avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria, affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica. Sono invitati ugualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne avessero.
Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parocchia, ove si organizzeranno in compagnia di cinquanta ed eleggeranno provvisoriamente il loro capo, il quale si metterà in corrispondenza col Municipio per le successive disposizioni.
Casati, Podestà.
Berretta, Assessore.
Poco dopo sventolarono i vessilli tricolore sulla maggior guglia del Duomo, piantati dai valorosi cittadini Luigi Torelli di Valtellina e Scipione Bagaggia di Treviso, e le campane della Cattedrale fanno eco a quelle delle principali chiese della città.
L’esempio dato dai soldati posti a custodia del palazzo Vicereale, fu imitato anche dai Poliziotti, o polizai, come il popolo li chiama, forte baluardo posto a difesa del palazzo della Direzione Generale di Polizia. Come s’impossessassero i nostri di questo infame nido, quali atti magnanimi usassero coi vinti, l’arresto di Bolza e di Galimberti ci vengono descritti con molto garbo dall’autore delle lettere che portano il titolo di Infamie e crudeltà austriache, valore e generosità dei Lombardi nel marzo 1848; ed io crederei di far torto a quel distinto scrittore (che ci vuole tacere il nome) se dovessi servirmi altrimenti che delle sue parole per quest’importante fatto della giornata.
«Appena fatto chiaro il lunedì 20 marzo, molti della contrada S. Margherita fecero occhiolino dalle imposte spiando cautamente lungo la via, e non veggendo alcun poliziotto, e non scorgendo alcun soldato, si fecer coraggio ad allungare il capo fuori dalle finestre, e non conoscendosi assaliti nè minacciati da armi da fuoco, si azzardarono a farsi brevi domande e brevi risposte coi vicini di contro. Sono andati, pare?—Indietro, potrebbero essere in agguato!!—Che vi possa essere un tradimento?—Sono Tedeschi!—Ei Pietro, Rosina, indietro, vi è un tradimento.—Ma un coraggioso che venia ornato di coccarda e munito di bastone dalla Piazza dei Mercanti, annunziando che le Piazze del Duomo e dei Mercanti eran vuote, fece sorgere un cicalio, una gioja, un coraggio da non dire. Giù dalle scale, fuori dalle porte, eccoti non pochi correre all’ingresso del covacciolo del lupo. Ma.... e se vi è un tradimento?.... Un giovane dello speziale di fianco all’abbandonata Polizia, si fa animo, entra inerme....Ritorna poco dopo recando un fucile ed una giberna dei fuggiti Poliziotti: allora non vi fu più freno; il correre, l’entrare, l’escire, chi con uno schioppo, chi con una sciabola, chi con una accetta, chi con un piccone, chi con una pentola, chi con un secchio, chi con una cazzeruola, chi con una montura da poliziotto fu un punto solo; i portanti le prime corsero diffilati nelle vicine contrade a chiamar gente, onde vengano ad armarsi: chi recava le seconde, ed erano robe del custode delle carceri, le gettano per terra, le calpestano, le stracciano, le fracassano. Gli antivegenti però ed i più cauti traggono invece subito a far barricate; tavole, panche, sedie, casse, tutto si pone insieme. Una mano dei più ardenti prontan le scale per istrappare l’abborrita aquila, il pesante stemma della Polizia; e senza istrumenti tanto fanno, che alla fin fine la smuovono, la fanno cadere, e fra i fischi e gli urli la collocano arrovesciata a far parte della più vicina barricata. La contrada allora prende un carattere nuovo; dal silenzio, passa repentina ad un fracasso forsennato: chi con zappe comincia a strappar i ciottoli, chi con leve cerca alzar i lunghi marmi del selciato, chi grida, chi ordina, chi consiglia, chi lavora, chi getta dalle finestre materiali ad ingrossar le barricale, sembra insomma una vera Babilonia».
«Una voce sonora però nel frastuono si fa sentire a chiedere: Ed i prigionieri?—Fuori i prigionieri, libertà ai prigionieri!—fu la risposta in coro. E pochi minuti appresso, eccoti le prime vittime. Chi erano mai? Erano.... quelle donne della gioja.... quella peste della società.... No, no, fuori i prigionieri politici, sentesi a gridare, e voi, o donne, a casa....Vengono invece faccie pallide, brutte, sinistre, le quali appena sortite da quella porta vi sporgano la mano cercando pane confessando che sono 40 ore che non mangiano! fra le quali due, padre e figlio che dicono essere un anno che penano, e che non fu nemmeno loro cominciato il processo, e che ignorano la causa della loro carcerazione!!—Ma i prigionieri politici dove sono? Dopo un quarto d’ora si sente rispondere—Che s’ignora ove si trovino.—Allora l’oste della contrada dei Due Muri, che nel suo commercio vendeva vino e commestibili ai custodi dei detenuti, e che da loro sapea il numero della stanza nella quale erano rinchiusi, grida che questi si trovano nelle carceri ai numeri 18, 30, 36 e 37. Rinvenute le chiavi, eccovi persone civili, fra le quali il marchese Villani, il sig. Ravizza, il sig. Marcora ed altri precipitar da quel crudo ingresso. Al loro apparire grida di gioja gli accolgono, tutti corron loro incontro, i conoscenti balzan loro al collo, gli baciano con calde labbra, gli stringon tutti con quella consolante allegrezza, che anche i cuori i più indifferenti avrebbe mosso a dolci lagrime. Se avesti veduto, o Torresani, le tue vittime come venivano accolte, e con qual giubilo! Tu, uom senza cuore, anzi col cuor da tigre, avresti....Ma che dico? Ti narrerò invece, amico lettore, un altro tratto della bontà di cuore del prelodato Torresani. Spogliata la Polizia dell’armi da fuoco che saran state 22, o 15, e di un centinajo di armi da taglio, si passò a correre le camere degli ufficj, alcune delle quali si trovarono spoglie di libri, e specialmente la segretaria, che, come dissi, furono bruciati nella notte della domenica, come ne fanno fede le rinvenute ceneri, e gli illeggibili avanzi quasi tutti scritti in francese. In altri locali si trovarono gli effetti rubati, che la paterna Polizia non restituiva mai, o quasi mai ai proprietarj, e nella chiesuola del locale 5 cadaveri di poliziotti uccisi, un altro di costoro morto in sul solajo, e tre feriti, in fine penetrarono i cittadini nelle eleganti stanze da dove imperava il Torresani: dato mano a rompere ed a fracassare qualche mobile, passarono di là in un elegante gabinetto, nel quale trovarono giovine signora vestita di seta nera, stringentesi al seno una bambina con a lato una cameriera, entrambe pallide, tremanti stavano ginocchioni. Mandò questa uno straziante gemito all’entrar del primo, credendosi vicina ad essere sacrificata, poichè misurato il cuore di questi dal cuore del suo suocero, giacchè dessa era la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio del Torresani con il frutto di tale malaugurato connubio, si credette perduta e morta colla sua bambina. Ma l’entrato, che era munito di fucile da caccia a due canne, il cui nome ignoro e che volentieri pubblicherei accompagnandolo della lode che bella si merita, confortandola invece, e dato ordine che con modesto sciallo si coprisse la testa e la faccia lagrimosa, presala sotto il braccio, e chiamato un altro cittadino armato in suo ajuto, disceser le scale per escire. Alla insperata moderazione degli occupanti si fecer animo anche le donne del portinajo del Torresani e qualche servo di casa a seguire quei pietosi cittadini armati, i quali apertasi la via tra la moltitudine, guidarono quel derelitto convoglio alla casa paterna dei conti Giovio, ma trovatala chiusa, lo ripararono presso la famiglia dei signori Morandi.»
«La moglie poi del Torresani caduta anch’essa in potere dei nostri, non che una fra le tante concubine dello sporco Radetzky sono trattate con tanta amorevolezza da chi le ricovera, che se lo sapessero i nemici nostri, come lo sapranno, dovrebbero non arrossire, ma morir di vergogna nel confronto. Io qui ti fo riflettere, o cittadino lettore, se il Torresani avesse almen sentito i dolci vincoli della famiglia, avrebbe potuto abbandonare, e la propria donna e colei che per unirsi al suo figlio abbandonò la propria famiglia, i propri parenti, i propri amici, il proprio nome, il proprio onore, giacchè chi prima era famigliare della giovine contessina Giovio, non la riconobbe più fattasi moglie al figlio di un Torresani? Ma non ragioniam più oltre di lui, se la mano degli uomini non lo potrà afferrare, la mano di Dio graviterà sicura sul suo capo; ed il rimorso, il più fiero dei martirj, lacererà a quest’ora quell’anima, se un’anima informa quel crudele.—Chi lo dice nel seguito della fuggitiva armata austriaca, chi lo dice nascosto ancora qui in Milano, chi lo dice fuggito per altre vie sotto mentite spoglie. Ove sarà, un dì lo sapremo.»
«Si posero allora all’opra i sempre crescenti armati cittadini ad inseguire il nemico che vilmente abbandonava i posti, ed a far caccia de’ sparpagliati oppressori della caduta Polizia. Primo tra questi ultimi che smaniosamente si cercava era il famigerato Luigi Bolza. Scorsero alcune ore avanti averne notizie, ma spiato da due suoi dipendenti, che coraggioso era corso a nascondersi nel fieno sulla soffitta in un ripostiglio vicino alla sua dimora, lo trovarono difatto dopo un’accurata indagine pallido, contraffatto, coi capegli irti, chiedente, pietà, misericordia, quella pietà e quella misericordia che mai sentì per gl’infelici che per tanti anni da vero carnefice tormentò ed uccise. Lo trovaron, dissi, sotto un forte strato di fieno. Cavatolo di là apparve la sua grottesca figura: e fatte sulla sua persona le diligenti inquisizioni se avesse armi, onde non potesse tradire, od uccidersi, giacchè lo si credeva un coraggioso, capace di bruciarsi le cervella, gli si rinvennero invece le tasche colme di pane e formaggio!! Figurati, lettore cittadino, la faccia scomunicata di quel laido vecchio, smorta e sbasita, con quella bocca puzzolente che grugnisce come il porco, e quella persona tremante, coperta tutta di pagliuzze di fieno, che colle braccia aperte si lascia frugare nelle tasche, e ne cavano invece di stili o di pistolle, ne cavano pane e formaggio!! L’ira dei più accaniti, si volse in riso, e dimenticando che avrebbe meritato una fine più crudele di quella data al Prina lo si condusse invece in casa dei Conti Borromeo, ove dimorò sino al giovedì, dopo fu tradotto in casa Vidiserti, sorvegliato e custodito dal Marchese Villani, quello stesso uscito poche ore prima dalle carceri politiche di santa Margherita, e dopo tre giorni, di notte fu tradotto alle carceri del Criminale, ove, in onta a’ suoi meriti, è trattato con quella generosità che è propria dell’attuale Governo Provvisorio, generosità che lo rende a tutta l’Europa chiaro e riverito.»