Il conte Veneri, presidente, aprí la seduta coll'aver raccomandato e fatto promettere il piú rigoroso silenzio in tutti gli oggetti che si fossero proposti, discussi e risoluti. Quindi passò a leggere, 1. una lettera del duca di Lodi, cancelliere guardasigilli della corona, data il dí 16, in cui lo autorizzava a convocare straordinariamente il Senato; 2. il messaggio che qui si unisce,lett. A; 3. un progetto di decreto, che parimenti viene qui allegato,lett. B. Alla replicata lettura di tali fogli, la di cui sostanza era di spedire a S. M. l'Imperatore d'Austria una deputazione, onde implorare la cessazione delle ostilità, l'indipendenza del regno, con il principe Eugenio in re d'Italia, alcuni senatori chiesero simultaneamente la parola. L'ottenne il primo il conte Guicciardi, il quale propose di fare precedere in ordine l'esame se era costituzionale la convocazione, non vedendo facoltà sufficiente nel cancelliere guardasigilli. Fece riflettere, che questi male a proposito si qualificava nel messaggio qual rappresentante lo Stato, mentre tutto al piú poteva rappresentare il governo, e finalmente fece istanza che prima di procedersi ad alcuna discussione, si procurasse di sapere se il regno era veramente vacante, cioè se il re vivesse, se avesse, ed in quali termini, abdicata la corona. L'ottenne il secondo il conte Dandolo, il quale dimostrò, che in affare tanto grave, quanto ne fosse mai stato portato al Senato, non si doveva passare ad alcuna proposizione, se prima non fosse sottoposta alla matura analisi di una commissione, alla quale si accordasse almeno lo spazio di due giorni. A tali mozioni interpolatamente risposero il conte Paradisi, il conte presidente Veneri e il conte ministro dell'interno. Dissero che l'espressione rappresentante lo Stato era corsa per equivoco, e si sarebbe corretta; che il duca di Lodi era munito di tutte le facoltà, che avrebbe resa ostensibile, quando si fosse voluto, una lettera di S. A. I. il principe Viceré, e che su gli altri fatti non chiari ancora, il Senato poteva somministrare lumi piú positivi. Il presidente Veneri propose come piú conveniente, che l'affare fosse discusso in comitato segreto, e cosí si prendessero momentaneamente quelle saggie e prudenti determinazioni che si credessero del caso. Si oppose il conte Guicciardi, mostrando che non si era mai praticato nel corpo il metodo del comitato segreto, il quale non era additato né dal sesto statuto costituzionale, né dal regolamento organico delli 9 novembre 1809. Appoggiò quindi la mozione del conte Dandolo, con l'aggiunta che la commissione si occupasse dell'affare, non meno in ordine che in merito, presi prima gli opportuni schiarimenti dal duca di Lodi. Il conte Vaccari, appoggiato dalli conti Veneri e Paradisi, aggiunse che la commissione poteva pure aver luogo, giacché si voleva, ma che onninamente doveva riferir e prendersi una risoluzione in giornata. In tale circostanza palesò che S. A. I. aveva combinato un armistizio con S. E. il generale Bellegarde, sotto la condizione, che si fosse spedita una deputazione in Francia, sino al risultato della quale si sarebbero sospese le ostilità, e che dalla nomina di tale deputazione dipendeva l'attuale esistenza politica del regno, e la concessione di uno spazio alle negoziazioni, mentre senza di essa era inevitabile l'invasione immediata della capitale. Asserí inoltre, che l'armata aveva acclamato il principe Eugenio, il che non era senza fondamento, sapendosi i movimenti promossi in Mantova da alcuni capi.

Questo riflesso quietò i molti che opinavano per la totale esclusione del progetto. Fu posto alle voci, se piacesse la commissione secondo le massime esternate dal conte Guicciardi, e fu approvata. Si chiese se doveva essere di cinque membri e si rigettò; se di sette, e vi si convenne. La commissione pertanto fu nominata, per via di schede, nelle persone delli signori Guicciardi, Bologna, Cavriani, Castiglioni, Costabili, Verri e Dandolo. Si noti che la pluralità dei suffragi escluse dalla medesima ognuno di quei senatori che aveva opinato per il comitato segreto, o che aveva perorato in sostegno del progetto del duca di Lodi, o aveva mostrato adesione al medesimo. Il presidente invitò i membri della commissione a dare il loro rapporto nello stesso giorno, alle ore 8 della sera.

Adunatasi questa, all'istante combinò concordemente, che tre de' suoi membri, li signori Guicciardi, Verri e Dandolo, si recassero subito dal duca di Lodi, per porsi al giorno di quanto occorreva. Si prestò subito il duca alle ricerche; giustificò la sua autorizzazione con un decreto di antica data del re, che, nell'assenza del Principe Viceré, gli conferiva amplissime facoltà, tra le quali egli intendeva che anche quella vi fosse compresa di convocare il Senato. Mostrò loro una lettera di S. A. I., in cui gli partecipava di andare a segnare un armistizio, da durare fino all'esito delle negoziazioni da intraprendersi da una deputazione, che il regno avesse spedito alle AA. PP. Alleate, e parlava pure dell'unione del Senato per la nomina dei deputati. Molte e ben molte ragioni addusse inoltre per determinare l'adesione del Senato al suo progetto.

La commissione, ciò inteso dalli suoi tre membri, convenne unanimemente sulla necessità di occuparsi sul merito dell'affare, e passò a redigere un nuovo progetto che era nelle considerazioni e negli articoli differente di quello già proposto al Senato, a cui nella stessa sera fu letto dalla tribuna. Conteneva in sostanza: 1.º, che si spedissero tre deputati, in nome del Senato, alle Alte Potenze, per presentare loro i suoi omaggi, e supplicarle per la finale cessazione delle ostilità; 2.º, per chiedere che il regno fosse ammesso al godimento della sua indipendenza; 3.º, che il Senato coglieva quest'incontro per rinnovare a S. A. I. il principe Eugenio i sentimenti dell'alta sua stima e del piú sincero attaccamento.

Alla lettura di un tale rapporto fu grande la commozione di alcuni, massima poi quella del conte Paradisi e del ministro Vaccari. Dissero apertamente che, esclusa la domanda di S. A. I. in Re d'Italia, era inutile l'oggetto della controrisoluzione, e che l'intruso complimento era piuttosto ingiurioso. Il conte Paradisi ricercò che si leggesse di nuovo il progetto del cancelliere guardasigilli. Questo e l'altro furono letti piú volte. A ciò successe una ben lunga discussione, nella quale presero parte, da un lato, il presidente, Paradisi, i ministri Prina e Vaccari, e dall'altro, Guicciardi, Dandolo, Massari, Verri, Castiglioni.

Fra le altre opposizioni del conte Guicciardi vi fu quella, che i senatori attaccati da un giuramento all'osservanza de' statuti costituzionali, non potevano dimenticare il primo ed il quarto tra essi, li quali accordavano la successione, in preferenza di un adottivo, ad un figlio legittimo naturale del Re, quando non sia per portare nel suo capo la corona di Francia, e che era tra i possibili, che questo caso si verificasse nel Re di Roma. Motivò in risposta il conte Prina, un nuovo articolo da lui redatto in questi termini: «È incaricata la deputazione di far conoscere alle AA. PP. il dritto eventuale acquistato dal principe Viceré alla corona d'Italia in forza del primo e del quarto statuto costituzionale, diritto reso piú sacro dall'amministrazione, dalla gratitudine, dai voti e dal desiderio della nazione». Con molte ragioni dimostrò il conte Guicciardi, che non era lecito di porsi in campo il dritto eventuale, finché non fosse escluso il positivo, ed accennò l'inconvenienza di ricercare alle potenze alleate, e specialmente all'Austria, il principe Eugenio in sovrano. Il conte Massari insistette che non si dovesse improntare il nome della nazione; ma solamente quello del Senato, qualunque fosse la sua deliberazione. Il conte Verri fece delicatamente conoscere d'essere in dubbio che in questo momento concorressero a favore del principe i suffragi della nazione.

Dopo lungo dibattimento si decise di porre prima a partito il progetto della commissione, il quale, qualora non fosse accettato, poteva mettersi alle voci il progetto del duca di Lodi, e cosí le modificazioni proposte. Il conte Dandolo fece istanza che ciascuna delle proposizioni subisse lo sperimento dello scrutinio segreto per via di ballottazione. Il conte Presidente si rifiutò, avendo ordinato che i singoli dassero apertamente i loro voti per alzata in piedi e seduta, e con tal metodo la massima parte dei Senatori approvò le considerazioni e gli articoli dalla commissione proposti. Il solo terzo articolo subí la seguente modificazione, proposta dal conte Moscati, e redatta dal conte Mengotti: «Li deputati saranno incaricati di presentare in quest'occasione alle AA. PP. li sentimenti di ammirazione del Senato per le virtú del principe Viceré, e della sua viva riconoscenza per il di lui governo» (Allegatolettera C ). Qui fu che gli individui del contrario sentimento, e sopratutti il conte Vaccari, si diedero a declamare fortemente contro l'ingiustizia e l'ingratitudine del Senato. Tacquero gli altri, ed ognuno si fece un riguardo di non dar luogo a contestazione in quest'argomento. Chiese la parola il conte Luosi, ed espose che, sebbene non si potesse piú proporre il progetto del duca di Lodi, come contradetto dall'altro adottato, pure gli sembrava che non fosse in opposizione con questo l'articolo redatto dal conte Prina, sul dritto eventuale del principe Eugenio. Domandò ed ottenne di interpellare su di esso la volontà del Senato, ma essendo stato confutato di nuovo dal conte Guicciardi, fu posto alle voci e fu escluso.

Altro allora non restava che la nomina dei deputati. Il conte Paradisi credette di proporre, che gli sembrava opportuno di rimettere la scelta di essi alla prudenza del governo. Questa istanza non si poté porre in deliberazione, perché un grido generale la escluse appena pronunciata. Posteriormente poi si vociferò che il governo aveva destinato di spedire lo stesso conte Paradisi ed il conte Prina. Si passò dunque allo scrutinio e dallo spoglio delle schede risultò che il conte Castiglioni fu contemplato da 27 voti, il conte Testi da 25, Guicciardi da 23. L'ulteriore maggioranza de' voti concorse nel conte Paradisi il quale però non fu favorito che da sei solamente.

Il conte Testi si scusò di non poter presentarsi a tale onorifico incarco, per la sua manifesta malattia d'occhi. Il conte Guicciardi soggiunse, che se ammettevano scuse egli era il primo a proporre le sue, perché ognuno conosce le fisiche indisposizioni che soffre, non che il danno nell'allontanarsi da una famiglia di 14 figli. Alle rispettive deduzioni credette d'imporre silenzio il conte Presidente, col pronunziare che la seduta era sciolta; rispose alcuno che era in sua facoltà il chiudere la discussione, e passare la proposizione, se avesse avuto il suo sfogo. Egli però ripeté piú volte, che credeva di essere investito di tale facoltà, e perciò dichiarava onninamente sciolta la seduta. Non si poté insistere in ciò, perché i conti Paradisi e Carlotti erano partiti, e sebbene dagli uscieri richiamati, non furono raggiunti.

LETTERA A.