Ant. e Cleopatra. — Atto IV. — Scena VIII.

CAPITOLO I.

La città di Miseno corona il promontorio dello stesso nome alcune miglia a sud-est di Napoli. Oggi non rimangono che poche rovine ad attestarne l'esistenza, ma nell'anno di grazia 24, al quale trasportiamo ora il lettore, era uno dei porti più importanti del litorale occidentale d'Italia.

Il viaggiatore che si fosse recato al promontorio per godere la vista che esso offriva, avrebbe dovuto salire sopra un muro, e, volgendo le spalle alla città, avrebbe spaziato con gli occhi sulla baia di Napoli, bella allora come oggi; avrebbe ammirata la linea impareggiabile della costa, avrebbe veduto il cono fumante del monte, l'azzurro dolcissimo e profondo del cielo e del mare; ma, abbassandoli verso il mare sottostante, avrebbe osservato uno spettacolo ignoto al turista moderno; metà della flotta Romana di riserva, ancorata ai suoi piedi. Considerata da questo punto, Miseno non sembrava un teatro indegno per l'incontro dei tre padroni di Roma, intenti a spartirsi il dominio del mondo.

In quei tempi il muro era interrotto ad un certo punto in faccia al mare, formando una specie di passaggio cui metteva capo una via, la quale, quindi, a forma di un grande molo, si stendeva per parecchi stadii nel mare.

La sentinella di guardia a questo passaggio, fu destata dal suo riposo una fresca mattina di settembre da una compagnia che discendeva, conversando animatamente e rumorosamente, la piccola via. La degnò di uno sguardo e quindi ritornò ai suoi sogni interrotti.

Era una ventina di persone, la maggior parte costituita da schiavi, con torcie che illuminavano poco, ma, in compenso, fumavano molto, e che lasciavano nell'aria un acre profumo di nardo Indiano. I padroni li precedevano tenendosi a braccetto. Uno di essi, dall'apparente età di cinquanta anni, alquanto calvo, e portante fra i radi capelli una corona d'alloro, sembrava, dalle attenzioni prodigategli, l'oggetto di qualche affettuosa cerimonia. Portavano tutti ampie toghe di lana bianca con larghe balze di porpora. Uno sguardo era bastato alla sentinella. Conobbe, senza domandare, che erano personaggi di alta condizione che scortavano un loro amico al porto, dopo una notte festevolmente trascorsa. Spiegazioni più ampie potremo trovare seguendo i loro discorsi.

— «No, mio Quinto» — disse uno, parlando all'uomo dalla corona d'alloro — «è crudele la Fortuna che ti strappa così presto da noi. Solo ora tornasti dai mari oltre le Colonne. Non hai neppure avuto il tempo di abituarti alla terra ferma.» —

— «Per Castore! — se un uomo può adoperare la bestemmia di una donna!» — esclamò un altro, alquanto alticcio. — «Non lamentiamoci. Il nostro Quinto va a ricuperare nel mare ciò che ha perduto in terra ieri sera. Giuocare a dadi sopra una nave che rulla, è qualche cosa di diverso dai dadi giuocati qui. Non è vero Quinto?» —

— «Non ingiuriare la Fortuna!» — esclamò un terzo. — «Essa non è nè cieca nè, incostante. Ad Anzio quando il nostro Arrio la interroga, gli risponde annuendo, e sul mare lo accompagna, dirigendo il timone della sua nave. Essa lo strappa dalle nostre braccia, è vero, ma non ce lo riconduce poi sempre ricco di nuovi allori?» —