Il capo d'Ester s'abbassò e la guancia sua sfiorò il volto del padre.
— «L'altro oggetto del mio affetto non è che una memoria, di cui posso dire, che, pari a una benedizione di Dio, essa potrebbe abbracciare una intera famiglia, purchè» — qui la sua voce si fece fioca e tremula — «purchè sapessi dove questa si trova.» —
Acceso in volto, Ben Hur fece un passo avanti e proruppe con impeto: — «Mia madre e mia sorella! oh sì, è di loro che parlate!» —
Ester, quasicchè quelle parole fossero state rivolte a lei, alzò il capo, ma Simonide, ripresa la sua calma abituale, rispose con freddezza:
— «Ascoltatemi fino alla fine. In nome di quegli oggetti del mio amore a cui accennai, prima ch'io ti risponda circa i miei rapporti col principe Hur, dammi le prove della tua identità. Le tue testimonianze sono atti scritti o persone viventi?» —
La domanda era chiara e la sua ragionevolezza indiscutibile. Ben Hur arrossì, giunse le mani, balbettò e si smarrì. Simonide continuò incalzandolo.
— «Le prove, le prove, dico! Portamele e mettile davanti ai miei occhi.» —
Ben Hur ammutolì. Egli non aveva preveduto questa domanda, ed ora per la prima volta gli si affacciò la terribile verità che i tre anni trascorsi sulla galera lo avevano privato di tutte le prove circa la sua identità. Quinto Arrio era il solo che conoscesse la sua storia e che avrebbe potuto deporre in suo favore. Ma, come risulterà qui appresso, il prode romano era morto. Giuda aveva altre volte provato il peso della sua condizione solitaria, ma, mai come in questo momento, ne provò tutta la gravezza.
Compreso della propria superiorità Simonide rispettò il suo dolore e lo guardò in silenzio.
— «Messer Simonide» — diss'egli alfine. — «Io posso narrarvi la mia storia. Ma voi dovete promettermi di sospendere il vostro giudizio fino al suo termine, e di ascoltarmi con benevolenza.» —