Il Khan, a Betlemme, davanti al quale Giuseppe e sua moglie si fermarono, era un buon esemplare della sua specie, non essendo nè molto primitivo nè molto principesco. L'edifizio era puramente orientale; cioè era un blocco quadrangolare di pietre greggie ad un solo piano, col tetto piatto, esternamente non interrotto da alcuna finestra, con una sola entrata principale, un portone fatto a volta, dal lato est o facciata. La strada era così vicina alla porta che la polvere copriva per metà l'architrave. Un riparo fatto di roccie cominciava all'angolo sud-est del fabbricato, si estendeva per molti metri giù pel pendìo, ad un punto del quale si divideva all'ovest verso un promontorio di pietra calcarea, formando ciò ch'è più essenziale ad un Khan ragguardevole, cioè una sicura staccionata per gli animali. In un villaggio come Betlemme, siccome non v'era che uno sceicco, non ci poteva essere più di un Khan; e sebbene nato in quel luogo, il Nazareno, dopo aver a lungo vissuto altrove, non aveva alcun diritto ad ospitalità nella città. Inoltre, l'enumerazione per la quale egli veniva poteva essere lavoro di settimane o di mesi. I legati Romani, nelle provincie, erano conosciuti per pigri, e, mettere sè stesso e la moglie per un periodo così incerto a carico di conoscenti o di parenti, non era possibile. Così, prima di avvicinarsi alla gran casa, mentre saliva il versante, cercando nei posti più scoscesi di sollecitare l'asino, il timore di non poter trovare da accomodarsi nel Khan divenne una dolorosa ansietà, perchè egli trovò la via affollata di uomini e di ragazzi, che, con gran chiasso, spingevano il loro bestiame, cavalli e cammelli, su e giù per la valle, alcuni per abbeverarli, altri alle vicine caverne. Ed allorchè si avvicinò, il timore non si mitigò scoprendo una folla che stipava la porta dello stabile, mentre l'attiguo recinto, largo com'era, sembrava già pieno.

— «Noi non possiamo arrivare alla porta. — disse Giuseppe col suo parlare lento — fermiamoci qui e cerchiamo di sapere, se possiamo, ciò che è accaduto.» —

La moglie, senza rispondere, tranquillamente si tirò indietro il velo.

L'aspetto affaticato che prima mostrava il suo viso mutò, assumendo un che di interessante.

Ella si trovò vicino ad un gruppo di persone che non potean esser altro che un oggetto di curiosità per lei, benchè fosse abbastanza frequente il ritrovarne nei Khan comuni agli stradoni che le gran carovane solevano attraversare. V'erano uomini a piedi che correvano di qua e di là parlando con voce stridula e in tutte le lingue di Siria; uomini a cavallo che urlavano; uomini sui cammelli; uomini che si affaticavano dietro ai buoi infuriati e alle pecore impaurite; uomini che vendevano pane e vino; e, fra la moltitudine, una turba di ragazzi apparentemente a caccia di una muta di cani. Tutti e tutto sembravano muoversi nel medesimo tempo. Forse la bella spettatrice era troppo stanca per esser a lungo attratta da quella scena; dopo un po' ella sospirò e si accomodò sul suo cuscino, e, come se fosse un ora di pace e di riposo, o in aspettativa di qualcuno, guardò lontano al sud e alle alte rupi del monte del Paradiso, che eran leggermente arrossate dal sole che tramontava.

Mentre ella stava guardando un uomo si spinse fuori della folla e fermandosi vicino all'asino osservò, incuriosita, il gruppo. Il Nazareno gli chiese:

— «Poichè io sono ciò che credo voi siate, buon amico, — un figlio di Giuda — posso domandarvi la causa di questo assembramento?» —

Lo straniero si voltò bruscamente, ma, visto l'aspetto solenne di Giuseppe, fu così compreso della sua profonda, lenta voce e dal suo discorso che alzò la mano in cenno di saluto e rispose:

— «Pace sia con voi, o Rabbi! Io sono un figlio di Giuda e vi risponderò. Abito in Beth-Dagon che, voi sapete, è ciò che una volta era la terra della tribù di Dan.» —

— «Sulla via fra Joppa e Modin — interruppe Giuseppe.» —