Così, delicatamente, egli cercò di eludere la sottomissione del negoziante, ed invece della relazione fra padrone e schiavo, volle sostituire un vincolo più elevato e più santo.
Simonide lasciò cadere le mani, e volgendosi ad Ester disse:
— «Una sedia per il padrone, o figlia.» —
Essa si affrettò a portargli una sedia, e rimase in piedi, con le gote coperte di rossore, guardando ora all'uno, ora all'altro, da Ben Hur a Simonide, da Simonide a Ben Hur. Dopo una breve pausa Ben Hur prese la sedia dalle sue mani e l'avvicinò alla poltrona del negoziante.
— «Io siederò qui,» — egli disse.
I suoi occhi incontrarono quelli di lei, per un istante solo, ma egli ed Ester si sentirono migliori per quello sguardo.
Simonide si inchinò e disse con un sospiro di sollievo:
— «Ester, mia figlia, portami le carte.» —
Essa andò ad un tavolato nella parete, lo aperse e ne estrasse un rotolo di papiri che porse al padre.
— «Tu dicesti bene, figlio di Hur» — cominciò Simonide, spiegando i fogli — «intendiamoci chiaramente. In anticipazione della richiesta — che io avrei offerto spontaneamente se tu l'avessi rifiutata io ho preparato alcune note che lumeggiano la situazione. Due sono i punti che hanno bisogno di essere spiegati — la proprietà dapprima, e poi i nostri rapporti. L'esposizione è chiara riguardo ad entrambi. Vuoi leggerla?» —