L'uno di fianco all'altro, separati da un intervallo quasi impercettibile, i due cocchi si avvicinavano alla prima mèta.
Il plinto su cui s'ergevano i tre pilastri, veduto da ovest, presentava l'aspetto di un muro, in forma di semi cerchio, offrendo la convessità della curva agli spettatori, parallela all'opposta concavità del balcone di faccia. Questa voltata costituiva la prova di fuoco dei guidatori; Oreste medesimo vi aveva fallito. Un generale silenzio regnante nell'assemblea testimoniava l'interessamento con cui il pubblico seguiva questa fase.
Il calpestìo dei cavalli ed il rumor delle ruote erano distintamente avvertibili.
Allora, per la prima volta, sembrò che Messala si avvedesse della presenza di Ben Hur; e subito tutta l'audacia dell'uomo si manifestò in un modo sorprendente.
— «Abbasso Eros, evviva Marte!» — egli gridò, brandendo il flagello. — «Abbasso Eros, evviva Marte!» — egli ripetè, assestando sulla schiena degli Arabi di Ben Hur, una sferzata, quale essi non avevano mai ricevuto.
Il colpo era stato veduto da ogni settore, e lo stupore fu generale.
Il silenzio divenne terribile nella sua intensità; sugli scranni intorno al Console i più coraggiosi trattennero il respiro, aspettando con gli occhi sbarrati. Solo un istante durò la tensione, poi, come rombo di tuono, scoppiò l'indignazione del pubblico.
I quattro cavalli trasalirono dallo spavento e balzarono innanzi. Nessuno li aveva mai toccati, se non in segno di affetto; erano cresciuti accarezzati come bambini, e la loro fiducia negli uomini era commovente.
Che cosa dovevano fare quelle delicate creature se non slanciarsi avanti come pazze?
Il carro traballò.