Ben Hur si chinò leggermente, senza rimuovere lo sguardo da lei.
Essa continuò;
— «Mi sovviene d'un costume in voga presso i giuocatori di dadi; quando il giuoco è finito, essi consultano le loro tavolette e tirano le somme; poi libano in onore degli Dei, e pongono una corona sul capo del fortunato vincitore. Anche noi abbiamo giuocata la nostra partita che ha durato diversi giorni e diverse notti: ora ch'essa è finita dobbiamo vedere a chi spetta la corona?» —
Sempre cogli occhi fissi su di lei, Ben Hur rispose in tono d'indifferenza — «Un uomo non può combattere contro una donna risoluta a fare la propria volontà.» —
— «Dimmi,» — proseguì essa inclinando maggiormente il capo e sogghignando, — «dimmi o principe di Gerusalemme, ov'è quel figlio d'un falegname di Nazareth e non meno figliuolo di Dio, del quale tante grandi cose erano attese in questi ultimi tempi?» —
Egli fece un gesto impaziente, e rispose: — «Sono forse il suo custode?» —
La bella testa si chinò ancor più.
— «Ha egli distrutto Roma?» —
Ben Hur stizzito ripetè lo stesso gesto della mano.
— «Ove ha egli stabilita la sede della sua capitale?» — continuò la donna, — «È permesso vedere il suo trono e i suoi leoni di bronzo? ov'è il suo palazzo? Diamine! chi può far sorgere i morti deve poter costruire palazzi dorati!» —