Quando il dromedario uscì dal canale, che era già giunto allo sbocco, il viaggiatore aveva passato il confine dell'El Belka, l'antico Ammon. Dinanzi a sè egli aveva il sole coperto da vapori di nebbia, e il deserto sterminato; non le regioni delle sabbie in balìa del Simun, le quali eran più lontane, ma la regione ove il verde si fa meno frequente, e dove il terreno è cosparso di ciottoli e di pietre grigie e brune. Qua e là delle acacie languenti, dei ciuffi d'erbe, dei piccoli arbusti. Quercie, rovi, e vari alberelli, eran rimasti addietro, al confine del deserto, quasi allineati, a gruppo, come se fossero venuti fin lì e poi si fossero fermati a guardare l'arida stesa, spauriti, senz'aver il coraggio d'inoltrarsi. Il giorno era alto. Quella parte di strada che era ben mantenuta stava per terminare.
Il cammello sembrava più che mai seguire una direzione costrettovi dalla mano dell'uomo, tanto allungava ed affrettava il passo col muso rivolto all'ampio orizzonte, aspirando l'aria a più riprese per le larghe narici. La lettiga dondolava, si sollevava e s'abbassava come un battello alla mercè delle onde. S'udiva il fruscìo delle foglie secche calpestate e, di quando in quando, un profumo simile all'odore d'assenzio raddolciva l'aria. Allodole e rondini svolazzavano intorno, e pernici bianche s'allontanavano emettendo strani sibili. Meno di frequente una volpe od una iena correvano veloci per venir a studiare gli ospiti intrusi a una relativa distanza.
A destra sorgevano le montagne della catena del Jebel; il velo grigio-perla che le copriva, cambiava, da un momento all'altro, in un colore di porpora che il sole poco dopo rendeva anche più rosso. Sopra le più alte cime un avvoltoio si aggirava, con lentezza, librandosi sulle grandi ali, ma il viaggiatore, rannicchiato sotto alla sua tenda verde, pareva non occuparsi di quanto succedeva all'intorno. I suoi occhi fissi, immobili, sembravano essere in preda ad un sogno. Uomo ed animale procedevano come guidati da una mano invisibile.
Per due ore il dromedario camminò, certo della propria via, rivolto ad oriente. E il viaggiatore non cambiò mai di posizione e non guardò nè a destra nè a sinistra.
Nei deserti le distanze non si misurano a miglia o a leghe, ma a saat (ore) o a manzil (tappe); il saat corrisponde a tre leghe e mezza, il manzil a quindici o venticinque; e il saat è, su per giù, la velocità dei cammelli comuni. Un cammello siriano da trasporto, può, facilmente, compiere in un'ora tre leghe e mezza, e, a gran fatica, competere di velocità col vento ordinario. Il paesaggio, lungo il cammino, subì una completa trasformazione. Il Jebel si stendeva lunghissimo, come un nastro color celeste chiaro. Mucchi d'argilla e di sabbia calcarea si trovavano ad ogni passo. Di quando in quando si vedevano delle masse di pietre basaltiche, sentinelle avanzate della montagna ai confini della pianura. E, infine, stese immense di sabbia, ora piana, ora ammucchiata, ora come divisa in solchi, e simile al fondo d'un mare non molto prima agitato dalla tempesta. Anche l'atmosfera non era più la stessa di poco innanzi. Il sole, già alto, aveva trionfato della nebbia e riscaldata l'aria; pareva che, coi raggi, volesse baciar con dolcezza il viaggiatore sotto la tenda; la terra tutt'all'ingiro era illuminata da una luce biancastra, e anche il cielo aveva degli splendidi riflessi.
Due ore trascorsero senza alcuna sosta e senza mutar direzione. Ormai tutto era sterile ed arido intorno. La sabbia stessa era così indurita e formava una leggiera crosta che si rompeva crepitando ad ogni passo del cammello.
Il Jebel era scomparso in lontananza e pareva di essere nel letto di un oceano sconfinato. L'ombre del cammello e del suo cavaliere, che prima si disegnavano dietro ad essi, ora si riproducevano davanti, e continuavano ad essere le loro uniche compagne. Il viaggiatore però, non vedendo alcuna oasi, si sentiva preso da un forte scoraggiamento. Nessuno, è bene ricordarlo, traversa il deserto per semplice piacere. Chi compie il tragitto, costrettovi dal commercio o da ragioni famigliari, lo compie per sentieri cosparsi di ossa di morti, dimenticate a guisa di tristi emblemi funebri. Tali sono le strade interminabili che disgiungono l'ultima sorgente dalla sorgente più prossima, e pascolo da pascolo. Il cuore del più vecchio sceicco batte forte quando lo sceicco si trova solo nei tratti senza sentiero. Così il nostro amico non poteva certo essere in viaggio per puro divertimento, nè aveva l'aspetto di un fuggitivo poichè non guardava mai dietro a sè. Allorchè uno si trova in una situazione come questa, sente paura e curiosità, ma egli non era nè pauroso nè curioso. L'uomo quando si trova solo, si adatterebbe, in genere, a qualunque compagnia; il cane gli diviene un buon camerata, il cavallo un amico, ed egli non si vergognerebbe di colmarli di carezze e parlar loro d'affetto. Il cammello però non riceveva mai dall'uomo un simile tributo, una carezza, una parola gentile.
A mezzogiorno preciso, il dromedario si fermò, spontaneamente, emettendo un lamento pietoso. Pareva volesse protestare per il peso soverchio e chieder un trattamento cortese e un po' di sonno. Il padrone si scosse come se si destasse dall'aver dormito a lungo. Alzò la tenda del houdah, guardò il sole, esaminò il paese da tutte le parti, minutamente, come per identificare la posizione. Soddisfatto poi dell'esame, respirò a pieni polmoni e scrollò il capo come per dire: «Finalmente! Finalmente!» Un momento dopo incrociò le mani sul petto, chinò la testa e pregò in silenzio. Compiuto questo dovere, si preparò a discendere. Gli uscì di bocca un suono gutturale, famigliare senza dubbio ai cammelli di Giobbe: Ikh! Ikh! cioè il segnale d'inginocchiarsi. Lentamente il cammello ubbidì, prorompendo in un lungo urlo. Il cavaliere, fattosi un punto d'appoggio del magro collo dell'animale, scese sulla sabbia.
CAPITOLO II.
Il nostro uomo era ammirevole per le proporzioni del corpo, più tarchiato che alto. Slegando la corda di seta che gli stringeva il kufiyeh alla testa, lo cacciò indietro in modo da lasciar completamente scoperto il viso, un viso energico, abbronzito; la fronte era bassa e spaziosa, il naso aquilino, gli occhi fatti a mandorla; i capelli fitti, ruvidi, di un lucido metallico, gli scendevano sulle spalle in molte treccie e gli davano un'aria originale. Assomigliava ai Faraoni o agli ultimi Tolomei: a Mizraim, padre della razza egiziana. Indossava il kamis, camicia di un tessuto di cotone bianco, scendente fino ai piedi, dalle maniche strette, aperta davanti, e ricamata sul collo e sul petto. Sopra questa portava un soprabito di lana marrone, chiamato aba, con sottana lunga, maniche corte, foderato intieramente di stoffa di seta e di cotone ed orlato tutt'all'ingiro da una lista giallo scura. I piedi erano calzati da sandali legati con striscie di pelle morbida. Una fusciacca gli attorniava la vita e fermava il kamis.