— «Portalo, sorellina. Accresce la tua bellezza, quantunque credo che tu non ne abbia bisogno.» —

Soddisfatta, ritornò l'amuleto all'orecchio proprio nel momento in cui Amrah entrò nella stanza recando il vassoio col catino, coll'acqua e coll'asciugamano.

Non essendo Giuda un Fariseo, le abluzioni furono semplici e brevi. La schiava uscì e Tirzah si accinse ad acconciargli i capelli, tirando fuori di tanto in tanto un piccolo specchio metallico che portava alla cintura, alla foggia delle donne ebraiche, e porgendoglielo affinchè egli si accertasse della maestrìa con cui procedeva nell'artistico lavoro. Frattanto la conversazione non languiva.

— «Che cosa ne dici, Tirzah? Io parto.» —

Essa lasciò cadere le mani per lo stupore.

— «Parti? Quando? Dove? Perchè?» —

Egli rise.

— «Quante domande in una volta sola! come sei curiosa!» — Poi facendosi più serio: — «Tu conosci la legge; essa prescrive a ciascuno una professione. Nostro padre ce ne fornì l'esempio. Tu stessa mi disprezzeresti se io consumassi nell'ozio quanto la sua industria e la sua sapienza accumularono. Vado a Roma.» —

— «Oh, voglio venir con te!» —

— «Tu devi tener compagnia alla mamma. Se la lasciassimo entrambi, ne morrebbe.» —