Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento. Kellerman, avute le novelle de' fatti avversi accaduti nell'Alpi marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per mettere in opera que' rimedii che i tempi richiedessero. Il pericolo maggiore era quello che l'esercito alleato, facendo punta verso il Varo, si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto, fe' munire accuratamente i posti che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra dell'esercito dell'Alpi marittime; e ciò col fine di tener aperte le strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus, per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla valle di Stura, per qualche passo de' gioghi sommi che coronano le Alpi da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il varco è molto più agevole.
A riscontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio e munito di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime fino al forte di Saorgio, avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di conseguire qualche onorata vittoria.
L'arrivo delle armate inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli Stati d'Italia che già si erano dichiarati, diede anche occasione di manifestarsi a coloro che, più per timore che per desiderio di neutralità, se n'erano stati fino allora ad osservare. Per la qual cosa il re di Napoli, scoprendosi intieramente, chiudeva i porti a' Franzesi, e si obbligava a fornire alla lega di sei mila soldati, con grosse navi da guerra e molte minori. Il papa medesimamente, che aveva causa particolare di temere de' Franzesi, armava e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi, per farle venire ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i negoziati politici; mostrarono in questi trattati, massimamente con Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un saggio, e potè prendere augurio di quello che i forastieri le preparavano.
Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Seristori, ministro del granduca, dopo un superbo preambolo: sapesse il granduca che l'ammiraglio Hood avea comandato che un'armata inglese con una parte della spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello che sua altezza volesse farsi; sapesse inoltre sua altezza, e ciò l'Harvey dichiarare per bocca dell'ammiraglio Hood e in nome del re suo signore, che se in termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi Stati De La Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene sua altezza a quello che si facesse, poichè solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra era di eseguire puntualmente e subito quanto ora le si domandava, cioè cacciasse La Flotte, e con quel governo regicida di Francia rompesse; facesse causa cogli alleati.
Con tanta insolenza Harvey favellava ad un sovrano indipendente, ad un principe di casa austriaca; con altrettanta rimproverava ad altrui un Inglese di aver ucciso un re. Rispose assai rimessamente Seristori che il granduca aveva dato ordine che De La Flotte ed i suoi aderenti, fra cui Chauvelin e Fougère, se ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si scoprì quanto allo accostarsi alla lega ed al romper guerra alla Francia.
Le stesse minacce furono fatte e nel medesimo tempo dal ministro inglese Drake ai Genovesi; ed alle minacciose ed inconvenienti parole si aggiunsero fatti più minacciosi e più inconvenienti ancora. Imperciocchè, trovandosi la fregata franzese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu improvvisamente assalita da due navi inglesi, che le si erano a questo fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marineri che vi si trovarono a bordo.
Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se prima si temevano le insolenze franzesi in uno stato così vicino, ora più si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto si ebbe a Nizza notizia di questo attentato che i rappresentanti del popolo, Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono uno sdegnosissimo scritto che conchiudeva che Genova si risolvesse incontanente a voler essere o amica degli amici o nemica de' nemici della società oltraggiata nelle persone de' repubblicani franzesi; protestavano poscia al popolo genovese che se il senato tardasse a risolversi ed a punire con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel suo porto e sotto le bocche delle sue artiglierie, sarebbe stimato ostilità, e la repubblica avrebbe di per sè fatto quanto crederebbe necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.
Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore contro Genova, favellando alla tribuna del consesso nazionale; e così il governo di Genova, stretto da due necessità, non sapeva a qual partito appigliarsi. Pure, siccome il non risolversi era peggio che risolversi, tutto bene ponderato, il senato deliberò di starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne stette sui generali.
Il senato veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era residente in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliere Worsley, personaggio non tanto rotto quanto Hervey e Drake, ma pure intentissimo a procurare gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura sua più temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto a Venezia più potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, fece modestamente le sue rappresentanze al senato, favellando piuttosto per modo di consiglio che di richiesta. Pregava pertanto ed esortava caldamente il senato che fosse contento di allontanare da Venezia quella occasione di scandali, quella sentina di mali, quella radice di corruttele dell'ambasceria franzese. Concludeva che se il senato consentisse a licenziare l'ambasceria, e se vietasse ai Franzesi le tratte d'armi e di vettovaglie dagli Stati della repubblica, sarebbero gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e che, in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero gli Stati con tutte le forze della lega; che già fin d'allora gli si offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinate di modo che ne fossero preservati da ogni insulto. Queste parole terminò dicendo, porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che glielo comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt; porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le Russie, dell'imperatore d'Austria e del re di Prussia. Si riscuotesse adunque e prendesse quelle deliberazioni che a tempi tanto pericolosi, a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose ed alla salute stessa della repubblica si convenivano.
Il senato veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e capace di fare qualche sbocco in Italia, volendo altresì conservare salvi i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbare intera la neutralità, non poter risolversi a licenziare lo incaricato d'affari di Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbe incaricato della nazione franzese, non della repubblica.