E poichè si hanno a raccontare dolci parole e tristi fatti, non è da passar sotto silenzio le dimostrazioni non dissimili con le quali si procedette col nobile Querini, destinato dalla repubblica veneziana ad inviato appresso al consesso nazionale di Francia. Avevano coloro che nei consigli di Venezia prevalevano sperato di solidar veppiù lo stato della repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza, acciocchè con la presenza e con la destrezza dimostrasse esser vera e sincera la determinazione del senato di volersene star neutrale. Perlochè, adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non sapresti se stato sia maggiore o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o l'amore verso la sua patria; che certo tutte queste cose erano in lui grandissime.

Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al consesso nazionale, e vicino al seggio del presidente postosi, con bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica dai tempi antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari e pel desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una repubblica che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue vittorie. Qual cosa, in fatti, poter essere a lui più lusinghiera, quale più gioconda, di quella di comparire in cospetto del nazionale consesso di Francia a fine di confermar la amicizia che il senato e la repubblica di Venezia alla repubblica franzese portavano? Sperare la conservazione di questa antica amicizia: sperarla, desiderarla, volerla con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se, al mandato della sua cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede, e se conceduto gli fosse di vedere che il consesso medesimo, fatto maggiore di sè, e benignamente agli strazii dell'umanità risguardando, con generoso consiglio dimostrasse aver più cura della pace che della guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di tutti.

Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla repubblica franzese quel giorno in cui compariva avanti a sè l'inviato della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini in volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima sotto la tirannide dei re, ora dover l'accordo esser più dolce, perchè libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche: sorta la veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei barbari; pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al mondo per la sua sapienza e pei suoi illustri fatti; avere spesso le querele dei re giudicato, spesso l'Occidente dai Barbari preservato: similmente sorta la Franzese fra le tempeste del mondo in soqquadro; gente più barbara dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori le armi, dentro le insidie, chiamato in aiuto la civile discordia, ma tutto stato essere indarno: la libertà avere vinto: non dubitasse pertanto Venezia, che siccome pari era il principio e pari l'effetto, così sarebbe pari l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando ancora stava la gran lite in pendente, accolto l'inviato della franzese repubblica onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con procedere generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata non aveva dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così godrebbe sicuramente i frutti d'una fortuna certa: avere potuto la Francia, quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata essere ed ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana riconoscente essere e leale, e con tanto miglior animo riconoscere l'obbligo, quanto il benefizio non era senza pericolo: andasse pur sicura Venezia e si confortasse che la nazione franzese nel numero de' suoi più puri, de' suoi più zelanti alleati sarebbe: quanto a lui, nobile Querini, se ne gisse pur contento che la franzese repubblica contentissima si reputava di averlo per ministro di una repubblica amica, e che di pari estimazione in Francia goderebbe di quella che già si era in Venezia acquistata; i desiderii di pace essere alle due repubbliche comuni; confidare, sarebbero presto con la quiete universale d'Europa adempiti.

Per tal modo si vede che per testimonio del presidente Lareveillere-Lepaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo ed un soldato la distrussero, chiamandola vile, schiava e perfida.

Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al Querini, si rallegrarono vieppiù coloro che avevano voluto fondar lo Stato piuttosto sulla fede di Francia che sull'armi domestiche, e si credettero di aver in tutto confermato lo impero della loro antica patria.

Dalla parte d'Italia, dov'era accesa la guerra, incominciavano a manifestarsi i disegni dei Franzesi. Doleva loro l'acquisto fatto della Corsica dagl'Inglesi, e desideravano racquistarla. Oltre a ciò le genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per una estrema carestia di vettovaglia; importava finalmente che il nome e la bandiera di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con incredibile celerità a Tolone una armata di quindici grosse navi di fila con la solita accompagnatura delle fregate e di altri legni più sottili. Genti da sbarco e viveri in copia vi si ammassarono; usciva nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque delle isole Iere, aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi pensieri.

Il vice-ammiraglio inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con una armata in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte inglesi, ed una napolitana, con tre fregate inglesi e due napolitane, avuto subitamente avviso dell'uscita dei Franzesi, pose tosto in alto per andar ad incontrare il nemico, e combatterlo ovunque il trovasse. Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio franzese Martin, al quale obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere con lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente le ancore ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle battaglie l'imperio del Mediterraneo. Incominciò a dimostrarsegli con lieto augurio la benignità della fortuna, perchè avendo l'Hotham, tosto che ebbe le novelle del salpar dei Franzesi, spedito ordine alla nave il Berwick, che stanziava a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta celerità venisse a congiugnersi con lui verso il capo Corso, essa, abbattutasi per viaggio nell'armata franzese, fu fatta seguitare dal vascello ammiraglio il Sanculotto (con questi pazzi nomi chiamavano i Franzesi di quell'età le navi loro) e da tre fregate, per modo che, combattuta gagliardamente, fu costretta ad arrendersi in cospetto di tutta l'armata repubblicana, che veniva via a vele gonfie per secondare i suoi che già combattevano; sì mal concio però uscendo dal feroce contrasto il Sanculotto che ritirossi per forza nel porto di Genova e poco poscia in quello di Tolone. Intanto arrivarono le due armate l'una al cospetto dell'altra nel giorno 13 marzo. Quivi incominciò la fortuna a voltarsi contro i Franzesi, perchè separata da una forte buffa di vento dalla restante armata la nave il Mercurio, per questi accidenti si trovarono i Franzesi al maggior bisogno loro con due navi di manco, delle quali il Sanculotto, essendo a tre palchi, era la principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi il vantaggio del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso il capo di Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In questo, tra pel mareggiare, ch'era forte a cagione del vento assai fresco, e per la forza dell'artiglierie inglesi che già si erano approssimate, perdè il vascello il Caira gli alberi di gabbia, e perseguitato dalla fregata l'Incostante e dal vascello l'Agamennone, si difese bensì gagliardamente, soccorso da' suoi sino a notte, ma per la difficoltà del muoversi continuando tuttavia a rimanere troppo più vicino agli Inglesi che la salute sua non richiedesse, come anche la nave il Censore che l'aveva aiutato. Questi accidenti, parte inevitabili, parte fortuiti, furono cagione che la mattina del 14 fossero queste due navi nuovamente assaltate. Contrastarono esse con tanto valore, che gl'Inglesi non poterono venire così tosto a capo del disegno loro di rapirle. Chiamarono in soccorso l'Illustre ed il Coraggioso, ma furono anche queste tanto lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane, che la prima, non più abile a governarsi, fu arsa, la seconda andò per forza a ritirarsi nel porto di Livorno. Ma finalmente le due navi della repubblica, non potendo pel silenzio dei venti essere aiutate dal grosso dell'armata, calata la tenda, si arrenderono. Continuava agl'Inglesi il benefizio del vento; alla fine, essendosi messa una brezza leggiera anche pei Franzesi, se ne prevalsero, solo per altro per ritirarsi con minor danno che possibil fosse da quel campo di battaglia oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì poco ordinata nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; ma un cattivo consiglio fu compensato da un valore inestimabile, sì che gl'Inglesi medesimi ne restarono maravigliati. Assicurò per allora questa vittoria le cose di Corsica a favor degl'Inglesi.

Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da ambe le parti il valore, ma maggiore dalla parte degli Inglesi la perizia e l'ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai Franzesi l'impresa di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del Mediterraneo, le provincie meridionali di Francia penuriarono vieppiù di vettovaglie, i repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali strette ridotti, che se si mostrarono mirabili nel vincere i pericoli della guerra, più ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli della fame.

In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la repubblica franzese e il re di Prussia, accidente gravissimo e che diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione come per la diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare che l'imperator d'Alemagna ed il re di Sardegna non rimanessero in costanza; anzi cominciando a manifestarsi in Piemonte gli effetti del trattato di Valenciennes, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano arrivati, malgrado l'alienazione della Prussia, alzarono la mente a più importanti pensieri, colla speranza di cacciar del tutto i repubblicani dalla riviera di Genova. Per la qual cosa avviate le genti loro verso il Cairo, dal quale i Franzesi si erano ritirati, ed occupata la sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto memorabile.

Erano in tal modo ordinati i confederati, che l'ala loro sinistra guidata dal generale Wallis faceva sembiante di volersi impadronire di Savona, e di assaltare i Franzesi che si erano fortificati al ponte di Vado: il mezzo, dov'era presente il generalissimo Devins, e che era il nervo principale, minacciava di voltarsi al cammino dei siti molto importanti di San Giacomo e di Melogno; la destra, che obbediva al generale Argenteau, dava a dubitare che, con impeto improvviso avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di cavalleria piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi o gli Apennini ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria. Corpi sufficienti di truppe, massime piemontesi, munivano le valli di Stura, di Susa e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come li chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia, nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermi e precipitosi delle nizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine e moderazione fra di loro, bastavano per frenar appetiti così smoderati e disumani.