Il maggior propugnacolo che avessero era il castello montano di San Felice. Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto un grosso alloggio a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a battere quel castello; che anzi, più oltre procedendo, avevano piantato due cannoni in San Leonardo, donde per essere il sito sopraeminente al castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Franzesi uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivano stragi, incendii, ruine. I villici avevano di volontà propria spedito corrieri al generale austriaco Laudon; Balland aveva dato avviso a Chabran, a Brescia, ed a Kilmaine, in Mantova; Victor medesimo era stato da lui avvertito del pericolo: anche da Bologna s'accostava una schiera per istringere la città combattente. Giovanelli, considerato il nembo che da ogni parte gli veniva addosso, aveva aperto una pratica d'accordo con Balland, la quale però non ebbe effetto, perchè il generale di Francia richiedeva, per prima ed indispensabile condizione, che i villani deponessero le armi, si riaprissero le strade alle comunicazioni dello esercito, il presidio veneziano alle poche genti di prima si riducesse. Non erano alieni i magistrati della repubblica dallo accettar queste condizioni; ma le turbe di campagna, tuttavia infiammate, non volevano a patto nissuno udire che avessero a deporre le armi: viemmaggiormente s'infuriavano.

Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa che rappresentavano essere mescolata con la causa dello Stato la causa della religione. Generavano i discorsi loro effetti incredibili. Stupivano massimamente e s'infiammavano le genti ad uno spettacolo maraviglioso che sorse in mezzo a quella avviluppata tempesta, e questo fu di un frate cappuccino che predicava ogni giorno sulla piazza, stando attentissimo il popolo affollato ad ascoltarlo. Le parole sue, dette e replicate più volte, destavano negli animi già tanto concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi gli uni gli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva in Venezia un caso pieno di insolenza ad un tempo e di crudele risentimento.

Aveva il senato comandato, seguendo un antichissimo istituto ed a cagione dei romori presenti, che nissuna nave forestiera, che fosse armata, potesse entrare nell'estuario; il quale divieto era stato significato a tutti i ministri delle potenze estere residenti in Venezia, ed il Franzese ne aveva come tutti gli altri avuto notizia. Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a tutti giusta e conveniente cosa, com'era veramente, che non si dovesse turbare con la presenza d'armi forastiere la sede del governo. Ma ecco la sera del 20 aprile avvicinarsi al Lido di san Nicolò un legno armato in forma di corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto. Si scoverse legno Franzese condotto dal capitano Laugier. Domenico Pizzamano, deputato alla custodia del Lido, gli mandava significando il divieto del senato e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla quale l'Inghilterra medesima aveva obbedito. Il capitano, o per insolenza propria o altrimenti che fosse, non curando le esortazioni del Pizzamano e seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto e vi poneva l'ancora con violazione manifesta d'una legge veneziana in Venezia. Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, come per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera veneziana; pensiero veramente strano del volere, con pubblica dimostrazione, render onore ad una potenza nel momento stesso in cui sotto gli occhi del suo principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una sua principalissima legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni franzesi, giunto alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere al comandante veneziano che si covasse qualche macchinazione o dentro o fuori. Perilchè, allestiti ancor esso i suoi cannoni, traeva rendendo fuoco per fuoco, contro il legno franzese. Era da arrestarsi il legno, ed obbligarlo, senza fargli altro danno, ad uscir del porto. Ma le cose non si rimasero a queste prime dimostrazioni, nè poteva essere che più oltre non procedessero a cagione degl'incredibili sdegni che allora passavano tra una nazione e l'altra; imperciocchè trovatosi Laugier tra legni di Schiavoni, gente avversa al nome di Francia e devota a Venezia, assaltavano con grandissima forza e con arma bianca la nave del capitano franzese, nella quale sfogando, troppo più che all'umanità si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di un'estrema ferocia. Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque Franzesi, fra i quali il capitano medesimo: otto restarono feriti; che anzi se gli ufficiali degli Schiavoni non avessero frenato il furore dei soldati loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo uccisi. Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con pubblico decreto Pizzamano e gli ufficiali; largiva di un caposoldo i gregari; mandava un sunto del fatto ai legati Donato e Giustiniani acciocchè il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione, che da altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il ministro di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato che cercasse Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi, risarcisse il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si soprassedette fino alla risposta di Buonaparte.

Terrore era in Venezia e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima si avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione. Combattevano tuttavia i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto perchè questo ardore era estremo, si doveva temere che non tardasse a raffreddarsi. Già i Franzesi ingrossavano tutto all'intorno. S'accostava Kilmaine venuto da Mantova. Chabran compariva sotto le mura verso la porta di San Zeno; le prime squadre di Victor arrivavano in luogo donde presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di Judenborgo toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque i provveditori a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo del colonnello Beaupoil; ma la pratica non ebbe perfezione, perchè il popolo non volle udire che avesse a depor l'armi e non fossero esclusi i Franzesi dai castelli; poi con Chabran, col quale andava ad abboccarsi fuori della porta San Zeno il provveditore Giovanelli. Erano col primo il generale Chevalier e Landrieux, col secondo il conte degli Emilii, il conte Giusti ed un Merighi, personaggio molto amato dai Sanzenati. Pervenivano intanto le novelle che Lahoz con una banda di tre mila soldati tra Italiani e Polacchi, al soldo della repubblica Cisalpina, aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contra le leve campagnuole di quel distretto.

Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo veneto contro i Franzesi, quando stavano a fronte di un nimico potente; che per questo era stato costretto Buonaparte a far la tregua; che i Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux (e qui ognuno pensi da sè), che i rei disegni del senato contro i Franzesi erano pruovati dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli allegando l'amicizia de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo essersi armati i sudditi per amore verso il principe e per opporsi ai ribelli apertamente incitati e protetti dai Franzesi; l'intervenzione dei Franzesi in tutti questi moti viemmaggiormente dimostrarsi da ciò che i turbatori della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale Balland come in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere contro di lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per questo aver voluto i Veronesi difendere le sedi loro e vendicare il loro principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai risentimenti ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran sdegnato minacciava che entrerebbe per forza, arderebbe e saccheggerebbe Verona. Già s'impadroniva di San Leonardo, con che assicurava il castello San Felice: già batteva fortemente la porta di San Zeno, dove solo il fosso il separava dal corpo della piazza. Instavano al tempo medesimo i castelli contro la porta di San Giorgio; e dal Castel-Vecchio uscivano spesso i Franzesi con gran terrore e ruina dei cittadini. Kilmaine si approssimava da Mantova, sbaragliando le turbe armate che gli contrastavano il passo. Già il rumore della victoriana schiera ormai vicina si udiva nella desolata città. I primi corridori di Lahoz si facevano vedere alle porte esteriori del Castel-Vecchio, e niuna cosa poteva impedire che vi entrassero.

Ebbersi in quel momento le novelle dei preliminari di pace; il qual accidente faceva abilità a Buonaparte di correre con tutto il suo esercito contro lo Stato Veneziano. Accresceva il terrore la sconfitta delle genti stanziali governate dal Maffei, e che poste alla Croce Bianca ed a San Massimo vietavano da quella parte il passo al nemico. Da tutto questo si vedeva che era già vinta Verona quando ancora combatteva. Perlocchè i provveditori pensarono ad accordarsi ad ogni modo. Convenivasi nelle seguenti condizioni: deponessero i villani l'armi e sgombrassero da Verona; i Franzesi la occupassero; tutte le armi e munizioni si dessero in mano loro; fossero consegnati in castello, come ostaggi per la sicurtà dei patti, Giovanelli, Erizzo, Giuliari, Emilii, il vescovo Maffei, i quattro fratelli Miniscalchi, Filiberi, i due fratelli Carlotti, San-Fermo e Garavetta: eseguiti i capitoli si rendessero gli ostaggi. Volevano i provveditori aggiugnere il capitolo che fossero salve le vite e le proprietà dei Veronesi, delle truppe e dei capi loro; ma Kilmaine, ch'era sopraggiunto, non volle ratificarlo. E però, sebbene fossero accettati gli altri capitoli, si rendeva Verona quasi a discrezione. La qual cosa vedutasi dai provveditori, si deliberarono di ritirarsi a Padova, lasciando che i magistrati municipali, quanto fosse in poter loro, alla salute di lei provvedessero. Fu grande in questi negozii il dolore e lo spavento dei provveditori; perchè non solamente vedevano una popolazione fedele al nome veneziano abbandonata a discrezione di un nemico offeso, ma udivano anche parole espresse e funeste della vicina distruzione della repubblica; perciocchè Beaupoil, dalle solite ambagi uscendo, ed almeno più sincerità degli altri mostrando, disse apertamente, che la repubblica di Venezia aveva sussistito bastantemente per quattordici secoli, e che conveniva adattarsi ai tempi.

Entravano i Franzesi nella sanguinosa Verona. Ci è forza raccontare un fatto orribile, e quest'è che i patriotti italiani, che pretendevano parole di libertà e d'indipendenza alle imprese loro, cercavano diligentemente, secondando il furore dei capi dei repubblicani di Francia, per le case gli autori della resistenza veronese, e trovati, li davano loro in mano perchè fossero percossi coll'ultimo supplizio. Scoprivano fra gli altri il frate cappuccino e lo consegnavano ai percussori. Gli trovavano in casa la predica, la quale, siccome pareva scritta in istile più polito che a cappuccino si appartenesse, veniva attribuita al vescovo di Parma Turchi, che era allora in grido di predicatore eccellente. Creossi un consiglio militare per giudicarlo. Sostenne il frate in cospetto de' suoi giudici la medesima sentenza che aveva sostenuto predicando. Condannato nel capo, incontrò la morte con quella medesima costanza con la quale aveva vissuto. Conservò la storia il nome di questo forte Italiano, quantunque per la malvagità dei tempi sia stata la sua morte piuttosto apposta ad ignominia che ad onore. Si chiamava frate Luigi da Colloredo; e dopo la venuta dei Tedeschi gli fu posta nella sua chiesa dei cappuccini una lapide tramandatrice ai posteri della sua eroica costanza. Furono con lui condotti a morte i conti Francesco degli Emilii, Verità e Malenza, con alcuni altri di minor nome. Tale fu l'esito della veronese sollevazione: la chiamarono le pasque veronesi a confronto dei vespri siciliani; ma se ugualmente crudi ne furono gli effetti, bene le cagioni ne furono peggiori; perchè a Verona si aggiunse la perfidia alla tirannide.

Era la città esposta alla vendetta del vincitore. Le si toglievano le armi; seguitavano minaccie crudeli e fatti peggiori; si viveva dai soldati a discrezione; fu espilato il monte di pietà; le più preziose gioie mandate al generalissimo. Gridavano i popoli a fatti tanto sacrileghi; Buonaparte ordinava, si restituissero i pegni di minor prezzo, ma fu indarno, perchè i più erano involati, e chi fu preposto alla bisogna, per render meno, ne accoppiava due in uno; nè si perdonava alle doti delle figliuole povere, perchè anche queste furono preda dei rapitori. Il commissario di guerra Bouquet, eletto commissario sopra il monte, fu carcerato e condotto in Francia per esser processato, ma non si udì mai di pena, o perchè fosse innocente o che altro si fosse. Decretava Buonaparte, pagasse Verona centoventi mila zecchini, e di più cinquanta mila per capo-soldo ai soldati dei castelli, risarcisse i danni dei soldati e degli ospedali, i cavalli dei Veronesi si dessero alle artiglierie ed alla cavalleria; ancora desse Verona nel più breve spazio fornimenti da vestire i soldati in quantità considerabile; gli ori e gli argenti sì delle chiese che del pubblico si confiscasse in pro della repubblica; i quadri, gli erbarii, i musei tanto del pubblico, quanto dei particolari fossero ancor essi posti al fisco della repubblica; i privati che meritassero di esser fatti indenni, si compensassero coi beni dei condannati.

Ma già la espilazione, prima che si eseguisse per ordine, era stata mandata ad effetto per disordine. Scriveva Augereau, la confusione dei poteri, l'esercizio abusivo fattone da parecchi uffiziali superiori aver colmo l'anarchia e la dissipazione; infatti il monte di pietà di Verona, in cui erano più di cinquanta milioni di preziose suppellettili, e così ancora quel di Vicenza (Lahoz aveva fatto rivoltar Vicenza) essere stati con tale prestezza vuotati, che gli espilatori impazienti all'indugio dell'aprir le porte, le avevano sforzate; e vero fu, quantunque Augereau non lo scriva, che vi entrarono con le scuri e coi sacchi. Sapere, continuava a scrivere, che Victor aveva fatto arrestare il commissario Bouquet, autore di questo dilapidare; non dubitare che se si venisse a processo contro di lui, non mettesse in compromesso cittadini che erano nei superiori gradi dell'esercito; non essere le campagne in miglior condizione della città; gl'incendii, i furti, le rapine generali e particolari fatte d'arbitrio e senza legale autorità, avere spopolato parecchi villaggi e ridotto famiglie ad errare disperatamente alla ventura; giunta essere a tal colmo questa peste, che uffiziali adescati dall'amor del sacco si erano fatti comandanti di piazza da sè medesimi, ed avevano commesso atti, cui la giustizia, l'onore e la severità della disciplina militare condannavano; gli arbitrii di Verona essere ancora più orribili; tolte sforzate esservi state fatte per iscritto fino a franchi sessanta mila, e negate le ricevute; rubatevi per otto giorni intieri le botteghe; regnarvi il terrore; esservi cessato ogni commercio; essere Verona deserta; alcuni uffiziali essersi impadroniti di merci spettanti a' negozianti sotto colore che calasser per l'Adige; le migliori case saccheggiate attestare il furore dei saccheggiatori. Nissuno più di lui, continuava Augereau, odiare i Veneziani, nissuno più di lui desiderar di vendicare il sangue franzese; ma nissuno più di lui odiare l'ingiustizia e la persecuzione; se i Franzesi erano stati rei di ingiustizia e di persecuzione, a lui toccare il consolar i Veneziani, a lui toccar fare ch'essi dimenticassero ch'erano obbligati d'una parte dei loro mali a' suoi compatriotti. Fatte queste querele, richiedeva Augereau da Buonaparte, moderasse le contribuzioni, ne rendesse il contado partecipe.

Giunte a Buonaparte le novelle di Verona e del Lido, dava in un grandissimo sdegno, con acerbissime parole lamentandosi del sangue franzese sparso e protestando volerne aver vendetta. Adunque scriveva al ministro Lallemand queste furiose parole: «S'insultano a Venezia i colori nazionali, e voi vi siete ancora! Pubblicamente vi si assassinano i Franzesi, e voi vi siete ancora! Per me, io dichiaro e protesto non voler udire proposta di conciliazione se prima non sono arrestati i tre inquisitori di stato ed il comandante del Lido: si carcerino, e poi venite a trovarmi.»