Per condurre, ad effetto l'accordo di Milano pubblicava il re patenti d'indulto a favore dei sollevati, Brune da Milano il dì 6 luglio pubblicava altre cose, al fine delle quali esortava ed ammoniva tutti gli amici dei Franzesi, che a ciò condotti dalle ingiurie, dalle minacce e dalle persecuzioni della parte contraria, avevano prese le armi per difendere la vita e l'onore, deponessero queste armi e tornassero alle sedi loro, dove troverebbero sicura e quieta vita. Circa quelli poi, minacciava, che tenute in niun conto queste solenni ed amichevoli esortazioni, si adunassero a far corpi armati, non dipendenti dagli ordini dell'esercito franzese o dalle truppe dei governi d'Italia, gli chiamerebbe nemici della Francia, partigiani dell'Inghilterra, autori di sedizioni e come gente di tal fatta li perseguiterebbe.

A dì 3 di luglio entravano i Franzesi condotti da Kister nella cittadella di Torino, essendone uscito al tempo stesso il reggimento di Monferrato che la presidiava. Fuvvi dolore pei fedeli, festa pei novatori, sdegno per chi abbominava le violenze e le fraudi. Le curiose donne ed i galanti giovani concorrevano volentieri, essendo il tempo bellissimo, a vedere quest'ultimo sterminio della patria loro. Così, contro la data fede e contro ogni rispetto sì divino che umano, viveva il re di Sardegna sotto le bocche dei cannoni repubblicani di Francia.

Al fatto della cittadella i ministri di Russia e di Portogallo e l'incaricato di affari d'Inghilterra instarono appresso ai sovrani loro per aver licenza di ritirarsi da Torino, allegando essere Carlo Emmanuele non più re di Sardegna, ma servo di Francia e l'ambasciator franzese vero e reale sovrano del Piemonte.

Comandava il direttorio ai Liguri, per mezzo di Belleville, incaricato d'affari a Genova, cessassero le ostilità: quando no, gli avrebbe per nemici. Obbedirono molto umilmente. Comandava nel tempo stesso, per mezzo di Ginguenè, al re sotto pena di guerra, cessasse dall'armi. Si uniformava Carlo Emmanuele allo intento, non senza però lamentarsi e protestare con forti e generose parole contro quella insolente imperiosità del direttorio. Cessò intanto la guerra sui confini; solo i regi fecero ancora alcune dimostrazioni per ricuperare Loano ed altri paesi perduti nella contesa precedente; le quali sarebbero troppo minuta e fastidiosa narrazione.

Ma è ben d'uopo raccontare un fatto orribile in sè, orribile per le cagioni, e forse ancora più orribile per gli autori. Erano i Piemontesi nemici del nome reale tornati a stanziare ed a far massa a Carrosio da poi che il re, per gratificare alla repubblica, aveva ritirato le sue genti da quella terra. Quivi ebbero, non che sentore, certo avviso da quelli stessi che più intimamente assistevano ai consigli segreti di Brune, dell'accordo che si trattava tra Francia e Sardegna per la rimessa della cittadella e per la quiete del Piemonte. Nè parendo loro che quello fosse tempo da perdere, perchè se seguiva l'accordo ogni speranza di poter turbare il Piemonte diveniva vana per essere obbligati a risolvere le loro masse, si deliberarono di prevenir il divieto col fare un moto, il quale confidavano avesse ad allargare se non tutto almeno parte considerabile del Piemonte. Era il fondamento di questa macchina, che i repubblicani di Carrosio si muovessero improvvisamente verso Alessandria, gli ufficiali del generale Menard, che comandava a tutte le truppe franzesi in Piemonte avevano loro dato speranza che le truppe repubblicane di Francia che stanziavano in quella città si accosterebbero loro ad impresa comune contro il re. Non dubitavano che un moto di tanta importanza, accresciuto dalla fama della congiunzione delle armi di Francia, non voltasse sossopra tutte lo provincie che bevono le acque del Tanaro; il che, giunto all'occupazione della cittadella di Torino, persuadeva ai novatori che anche le provincie del Po si leverebbero a cose nuove: una compiuta vittoria aspettavano in tutto il Piemonte. Era stato l'indulto pubblicato in Torino il lunedì, secondo giorno di luglio, ed il giorno seguente erano i Franzesi entrati nella cittadella.

La mattina del 5 molto per tempo uscirono i sollevati, ed in numero di circa mille, e passando vicino a Tortona, senza che i Franzesi che presidiavano la piazza facessero alcun motivo per impedirli, marciavano alla volta di Alessandria, e già comparivano alla Spinetta, alle ore cinque e mezzo della mattina. La fazione sarebbe stata molto pericolosa, se Solaro, governatore di Alessandria, non avesse avuto avviso anticipato di quanto doveva seguire. Ma un prete Castellani, il quale, per essere intervenuto nelle congreghe segrete dei novatori, era consapevole di ogni cosa, l'aveva fatto avvertito. Per la qual cosa, Solaro, che era uomo da saper fare, aveva ordinato un'imboscata alla Spinetta, collocando circa cinquecento buoni e fedeli fanti e cento cavalli tra la Spinetta e Marengo sotto la condotta del conte Alciati di Vercelli, capitano, siccome molto dedito al re, così anche molto avverso ai novatori. Ebbe il disegno del prudente governatore il suo effetto; imperciocchè uscendo i regi all'impensata dall'agguato, e con repentino romore assaltando ai fianchi ed alle spalle i repubblicani, che a tutt'altra cosa pensavano piuttosto che a questa, li ruppero facilmente, togliendo loro due cannoni e bestie da soma cariche di non poche munizioni. I soldati regi, salvo nel primo impeto della battaglia, si portarono lodevolmente, non uccidendo gl'inermi e gli arrendentisi; ma si erano a loro mescolati gli abitatori della Fraschea, gente fiera di natura ed avversa al nome franzese ed a coloro che l'amavano. Costoro, crudelmente procedendo, ammazzavano e spogliavano chiunque veniva loro alle mani. La crudeltà loro era venuta in abbominio agli ufficiali ed ai soldati regi che si sforzavano, sebbene con poco frutto, di moderare il loro furore. Nè la barbarie si ristette alla battaglia: nella sparsa e precipitosa fuga essendosi i vinti repubblicani nascosti chi qua chi là per le selve, pei vigneti e per le campagne feconde di biade, erano spietatamente ed alla spicciolata uccisi dai Frascheruoli. Ad ogni momento si udivano per quei luoghi folti, spari annunziatori della morte dei repubblicani. Durò ben due giorni questa piuttosto caccia che battaglia, e piuttosto carnificina che uccisione. Perirono seicento: morì fra loro uno Scala, giovane di natali onesti e di molta virtù, e che non ebbe altro difetto se non di opinioni false ed esagerate in materia di libertà.

Fu accusato a quei tempi Brune dello aver suscitato questo moto per far rivoltare gli Stati del re. Allegossi avere lui indugiato a bella posta sino al 6 del mese a pubblicare i suoi ordini per la risoluzione delle masse dei sollevati, mentre a ciò fare già insin dal giorno dell'accordo fatto con San Marsano si era obbligato. Fu accusato Menard dell'avere incitato con promesse di aiuto delle sue genti i sollevati, poi dell'averli traditi col rivelare al governo regio ciò che macchinavano; cosa troppo enorme e non credibile, neanco in quei tempi, se si considera la natura di Menard. Certo è bene che gli ufficiali che stavano ai fianchi sì di Brune che di Menard spendevano presso i sollevati il nome loro per far credere che questi due generali secondassero il movimento che si voleva fare. Quanto a Brune, egli è certo che con parole forti e sdegnose risolutamente negava ogni partecipazione in questo tentativo. Fu accusato il governo regio dell'avere, dopo consentito per forza all'indulto, in tale modo ordinato gli accidenti, che gli fosse fatto facoltà di versare a suo piacere il sangue a copia, ed affermossi che il governator d'Alessandria Solaro l'abbia secondato in sì orribile proposito. Della qual cosa gli autori di sì perversa opinione pigliavano indizio da questo, che l'indulto pubblicato ai 2 in Torino, non fu pubblicato se non ai 6 in Alessandria, quando già erano seguite le uccisioni. Scrissene molto risentitamente Ginguenè a Priocca. Rispondeva risolutamente il ministro che anche alle orecchie sue erano pervenute certe cose pur troppo dolorose, le quali gli avevano dato a conoscere, perchè il picciol corpo dei sollevati si fosse con tanta confidenza condotto tanto avanti, e che se in questa faccenda vi era perfidia, certamente non era dalla parte del re; parole terribili e pregne di cose molto sinistre.

L'occupazione della cittadella di Torino per parte delle genti repubblicane di Francia, che doveva, secondo i trattati, esser cagione di concordia fra le due parti e di sicurtà pel Piemonte, partorì al contrario maggiori sdegni, e per poco stette ch'ella non facesse sorgere una sanguinosa battaglia tra i Franzesi ed i Piemontesi nel grembo stesso della real Torino. Soleano i Franzesi sul battere della diana vespertina suonare, accogliendosi sui bastioni di verso la città, ogni giorno le loro arie repubblicane, e non si astenere nè anco da quelle che tutto il mondo conosceva essere state composte in ischerno e derisione del re ai primi tempi della rivoluzione. Mescolavansi in mezzo a questi suoni, cosa più vera che credibile a chi non conoscesse i tempi, nella cittadella medesima voci o motti ingiuriosi al re. Aveva il governo della fortezza l'aiutante generale Collin, il quale, siccome quello che faceva professione di repubblicano vivo, e teneva pratiche coi novatori che ad ogni ora lo infiammavano, si mostrava molto indulgente nel permettere a' suoi soldati queste intemperanti dimostrazioni. Ne nasceva che ogni sera accorrevano da tutte le parti ad ascoltare quelle musiche strane i curiosi per scioperio, i novatori per disegno e si faceva calca presso alle mura della cittadella. Il governo, sforzato a provvedere alla quiete ed alla salute del regno, mandava soldati per prevenire ogni scandalo, ma essi, udendo il vilipendio che si faceva del loro sovrano, a grandissima rabbia si concitavano ed a mala pena potevano frenar sè stessi che non venissero ai fatti. Così all'ire cittadine si mescolavano l'ire soldatesche, ed un nembo funestissimo era vicino a scoppiare sul Piemonte.

L'intemperanza repubblicana non si rimaneva ai suoni ed ai canti: appunto il giorno dopo delle querele di Priocca, cioè il 16 settembre, o che fosse sola imprudenza giovanile o disegno espresso, come si credè con maggiore probabilità, dei novatori, massimamente di quei più arditi che dipendevano dal fomite cisalpino, si venne ad un fatto mostruoso che riempì di terrore tutta la città, e poco mancò che di uccisione ancora la riempisse. Verso le ore quattro meridiane una vergognosa e schifa mascherata usciva dalla cittadella. Era una tratta di tre carrozze, nelle quale si trovavano femmine vivandiere travestite alla foggia delle dame di corte, ed ufficiali mascherati ancor essi alla cortigiana secondo gli usi di Torino, con abiti neri, con grandi parrucche, con borse nere a capelli, con lunghe spade, con else d'acciaio, pure nere, e con piccioli cappelli sotto il braccio, tutto alla foggia della corte; dietro le carrozze lacchè abbigliati parimente all'uso del paese. Perchè poi lo scherno fosse ancor più evidente, precedevano altri uffiziali vestiti in farsetto bianco con bacchette di corrieri: scortavano tutta questa mascherata quattro usseri franzesi, comandati da un ufficiale. Erano fra gli ufficiali mascherati il vicegerente ed il segretario di Collin. Andavano attorno per tutti i canti, poi si aggiravano su tutte le passeggiate: i corrieri con mazzate, gli ussari con piattonate si facevano sgombrar davanti le brigate. Comparve la mascherata avanti alla chiesa di San Salvario sulla passeggiata del Valentino all'ora in cui il popolo stava divotamente intento alla benedizione, essendo giorno di domenica. Gli usseri, crosciando nuove piattonate, sforzavano, non senza romore, i circostanti a scostarsi dalla chiesa: il popolo s'accendeva di sdegno. Posta in tal guisa ogni cosa a romore con uno scherno tanto indecente della corte e dei costumi nazionali del Piemonte, le maschere imprudentissime ritornavano sotto i viali della cittadella, dov'era la solita passeggiata frequentissima di popolo. Quivi i mascherati a guisa di corrieri, da insolenze gravi ad insolenze ancor più gravi trascorrendo, con le mazze loro abbatterono per terra tre vecchie donne, affinchè fosse sgombrata prestamente la strada alle carrozze della mascherata: al tempo medesimo gli usseri menavano piattonate forti a tutti che incontravano. La musica concitatrice nel tempo stesso dalla cittadella suonava e risuonava. Allora non vi fu più modo al furore che dal popolo passò ai soldati. Erano questi in grosso numero in Torino o nelle vicinanze; perciocchè il re, per non essere del tutto a discrezione dei repubblicani, aveva raccolto i suoi intorno alla sua regia sede; il che come disegno gli fu poscia imputato dai repubblicani. Udironsi in questo mentre archibusate, prima rare, poi moltiplicate: il popolo spaventato con una calca incredibile fuggiva; i soldati piemontesi, cui niun comandamento poteva più frenare, accorrevano a furore; alcuni soldati franzesi restarono uccisi. Lo spavento, il furore, la vendetta occupavano le menti d'ognuno. I Franzesi, che alloggiavano nella cittadella, udito il romore delle armi e dai fuggenti il pericolo dei compagni, precipitosamente già uscivano armati e pronti a far battaglia contro i regi. Una estrema ruina sovrastava, presente il re, alla reale Torino.

In questo punto il generale Menard, che non per ufficio, ma per accidente si trovava in Torino, veduto che se più si procedesse, vi andava la salute dei Franzesi, la salute dei Piemontesi, correva in mezzo a' suoi, comandava a Collin che non si movesse, e con le sue esortazioni, con le sue minaccie, con l'autorità del suo grado tanto operava, che fece fermare e tornare in cittadella i repubblicani, impedì che traessero, soppresse i suoni concitatori, e frenò un impeto, il cui fine, s'ei non fosse stato presente, sarebbe stato funestissimo. Il governatore non tralasciò uffizio, perchè il furore improvviso dei soldati piemontesi si raffrenasse, e diede ordine perchè se ne tornassero alle loro stanze. Così fu salvata la capitale del Piemonte dalla generosità di Menard e dalla moderazione di Thaon di Sant'Andrea.