Accordossi nell'atto dell'abdicazione che il re rinunziava alla sua potestà, e comandava ai Piemontesi che obbedissero al governo temporaneo da instituirsi dal generale di Francia; comandava altresì a' suoi soldati che come parte dell'esercito franzese si sottomettessero al generale medesimo; disdiceva il manifesto del giorno 7 e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella: che il governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e le proprietà; che i Piemontesi che desiderassero spatriarsi, il potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile e di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti che volessero ripatriarsi, medesimamente il potessero fare e ricuperassero tutti i diritti loro; potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia ritirarsi in Sardegna; finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti e scorta mezza franzese e mezza piemontese; se il principe di Carignano eleggesse di rimanersi in Piemonte o di andarsene, sì liberamente il potesse fare, con godersi e con disporre de' suoi beni; incontanente si suggellassero gli archivii e le casse dell'erario; non si accettassero nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche di Francia.

Creava Joubert un governo che per modo di provvisione ed insino a tanto che i tempi permettessero un assetto definitivo, reggesse il Piemonte. Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono, Galli, Braida, Cavalli, Bandisone, Rossi, Sartoris; per un secondo, Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate qualità ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù, o per altezza di cariche o per nobiltà di natali, e molti per tutte queste qualità insieme, nè erano certamente degni di governare in tempi sì miseri la patria loro; sì che in breve non per colpa propria, ma dei tempi, perdettero presso i compatriotti loro la confidenza, presso i forastieri l'amicizia.

Grouchy, conseguita una tanta mutazione sforzava i soldati Piemontesi a giurare in nome della repubblica Franzese: il che fecero piuttosto sbalorditi dal caso che per volontà deliberata. Damiano di Priocca andava a porsi in cittadella in potestà dei repubblicani; Priocca, esempio d'animo forte, di mente sana, di sincerità singolare e d'una fede inalterabile; uno degli uomini dei quali l'Italia e l'umanità più si debbono pregiare.

Abbandonava il re, abbandonavano i reali di Piemonte la gloriosa sede degli antenati loro. Era la notte, fra le 9 e le 10 della sera, oscura e piovosa; occupava la città un alto terrore: scendevano al lume dei doppieri le scale, ed usciti dalla porta che dà nel giardino e quivi in carrozza montati, per l'altra porta ch'è tra le due del palazzo e del Po, alla strada maestra di verso Italia pervenivano. Lasciava il re nelle abbandonate stanze per una continenza che mai non si potrà abbastanza lodare e per debito di religione, come protestava, le gioie preziose della corona, tutte le argenterie e settecento mila lire in doppie d'oro. Alcuni fra i principi piangevano; il re e la regina mostravano una grandissima costanza. Scortavangli ottanta soldati a cavallo franzesi, altrettanti piemontesi; gli accompagnavano fino a Livorno di Piemonte. Condussersi gli esuli principi in Parma, poi in Firenze: quivi furono accolti dal granduca come si conveniva al grado, alla parentela ed alla disgrazia. Fu suggellato il palazzo reale dal commissario del direttorio Amelot, e dall'architetto Piacenza, architetto del re. Ma alcuni giorni dopo, rotti i suggelli da uomini rapacissimi, furono portate via le gioie e le altre suppellettili preziose, alle quali Carlo Emmanuele per la sua illibatezza e sincerità aveva, partendo, portato rispetto.

Così ruinò la casa reale di Savoia. Nè sapremmo se si abbia a raccontare l'intimazione di guerra fatta il dì 12 dicembre dal direttorio, quando già la guerra non solo era stata fatta, ma anche terminata con la distruzione dell'autorità regia in Piemonte.

Partito il re da Livorno di Toscana in sull'entrare del 1799, arrivava il 3 di marzo, in cospetto di Cagliari. Quivi, vistosi in potestà propria, volle fare manifesto a ciascuno e pubblicò solennemente, come altamente ed in cospetto di tutta Europa ei protestasse contro gli atti, per forza dei quali era stato costretto ad abbandonare i suoi territorii di terraferma, ed a rinunziare per un tempo all'esercizio della sua potenza. Accoglievano i Sardi, come ben si conveniva, con dimostrazioni di rispetto e d'amore l'esule stirpe di Emmanuele Filiberto.

Mentre la sede antica dei re di Sardegna diveniva preda dei repubblicani, le sorti della parte meridionale d'Italia, tentate dal re di Napoli, partorivano accidenti insoliti e terribili. Non aveva il generale Mack trovato nello Stato romano quel seguito, che si era concetto con la speranza, poichè l'essersi ritirati, ma interi, non rotti, i Franzesi, e la fama ancor fresca del loro valore, davano timore, che ove fossero ingrossati, si precipitassero di nuovo alle offese con danno estremo di coloro, che troppo vivamente si fossero scoperti contro di loro. Il terrore poi concetto per le infelici pruove fatte contro i medesimi in parecchie parti d'Italia, massimamente il caso spaventoso di Verona, teneva sospeso l'animo d'ognuno, impediva che si movesse cosa alcuna contro i repubblicani, e frenava i popoli desiderosi di prorompere. Si aggiungeva che sebbene i Romani odiassero i Franzesi, non amavano però i Napolitani, e pareva loro di uscire da una servitù abbominata per sottentrare ad un'altra forse non meno odiosa. Tutte queste cose non erano nascoste a Mach, e però argomentando che la guerra era piuttosto incominciata di nome che di fatto, e che se con qualche fazione importante, in cui si venisse al sangue, non dimostrava che le mani fossero tanto forti quanto le lingue pronte, il tempo avrebbe presto condotto una mutazione di fortuna, si deliberava ad andare all'incontro delle armi repubblicane. Del che tanto maggiore necessità gli sovrastava, quanto Championnet raccoglieva genti in fretta e continuamente si ingrossava.

Avendo adunque avuto avviso che con felice navigazione era Naselli sbarcato a Livorno e Ruggero di Damas ad Orbitello, si muoveva a tentare la fortuna delle battaglie, eleggendo di far impeto contro l'ala destra dell'esercito franzese che, governata dal generale Macdonald, da Terni si distendeva fin verso Nepi, Cività castellana e Monterosi.

Marciava Mack, divisi i suoi in cinque schiere, il dì 5 dicembre, da Baccano contro i repubblicani, mentre al tempo stesso ordinava un moto verso Civitaducale per tener in rispetto i Franzesi da quella banda. Prevaleva di gran lunga di numero, conducendo quaranta mila soldati contro un nemico, che se arrivava agli otto mila, non li passava, poichè in questo numero consisteva l'ala destra dei repubblicani. Sboccava la prima schiera Napolitana verso Nepi, la seconda, insistendo sull'antica via romana, verso Rignano, la terza verso Santa Maria di Falori, schiere destinate tutte a combattere sulla destra sponda del Tevere. La quarta aveva il carico d'impadronirsi di Vignanello per guadagnare la terra d'Osta, e quivi varcare il fiume. Finalmente per fare un po' di spalla a destra a tutte queste genti, la quinta schiera dei regi marciava contro a Magliano, e già aveva traversato il Tevere al passo di Ponzano.

I Franzesi, sentita prestamente la venuta del nemico, non si fermarono ad aspettarlo, ma siccome quelli che stimavano sè stessi da quegli uomini valorosi che erano e tenendo in poco conto le genti napolitane, uscirono incontanente ad incontrarle. I capi poco dubitavano della vittoria, perchè oltre il provato valore dei soldati, sapevano che gli assalti dei Franzesi, per la natura pronta dalla nazione, sono sempre più fortunati che le difese.