Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già abbiamo detto in parte ciò che rendeva il governo poco accetto. Seguitava che i municipali di Torino, imitando quei di Parigi ai tempi della rivoluzione, l'emulavano e traevano con sè molto seguito. A questo erano stimolati da alcuni repubblicani franzesi, i quali si lamentavano di non aver avuto dal governo piemontese quelle ricompense che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.

I musei intanto e le librerie si spogliavano rapivasi la tavola Isiaca, rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio e quanto si credeva poter ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In mezzo a tutto questo mandava il governo l'avvocato Rocci ed il conte Laville deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della data libertà, il tenessero bene edificato ed esplorassero qual fosse il suo pensiero intorno alle sorti future del Piemonte.

Abolivansi i fedecommessi, abolivansi le primogeniture, facendo di ciò vivissime istanze i cadetti delle famiglie nobili, ma la esecuzione fu sospesa dal direttorio di Francia per opera del conte Morozzo, che si era condotto espressamente a Parigi. Abolivansi anche i titoli di nobiltà e furono arsi pubblicamente sulla piazza del castello.

Intanto le sette, per l'incertezza delle sorti piemontesi, si moltiplicavano e s'inasprivano. Chi voleva esser Franzese, chi Italiano, chi Piemontese. Si viveva in queste incertezze, quando arrivava da Parigi l'avvocato Carlo Bossi, uno degli eletti al governo. Egli adunque avendo avuto l'intesa da Joubert, da Taleyrand e da Rewbell, uno dei quinqueviri, di ciò che il direttorio voleva fare del Piemonte, e parendogli che miglior consiglio fosse l'essere congiunto con chi comandava che con chi obbediva, si era deliberato a proporre in cospetto del governo il partito della unione con la Francia. Seguì tosto l'effetto, perchè avendo parlato con singolare eloquenza, da quell'uomo d'ingegno piuttosto mirabile che raro ch'egli era, e confermato il suo favellare con raziocinii speciosissimi, perciocchè nell'una e nell'altra parte valeva moltissimo, vinse facilmente il partito; non avendovi nissuno contraddetto, perchè alcuni non vollero, altri non seppero, stantechè la proposta era inaspettata. Accettatosi dal governo il partito dell'unione, furono tentati al medesimo fine i municipali di Torino. Vi aderirono volontieri. La deliberazione della capitale fu di grandissima importanza, perchè, essendo conforme a quella del governo, facilmente tirava con sè tutto il paese. Si mandarono commissarii nelle provincie a far gli squittini per le unioni. I popoli non l'intendevano e certamente ripugnavano. Ma l'autorità del governo e la presenza dei Franzesi facevano chiarire i magistrati in favore. Mandavansi a Parigi per portar i suffragi Bossi, Botton di Castellamonte, e Sartoris, uomini di celebrato valore e di gran fama in Piemonte; ma vissuti, discordi a Parigi, produssero discordia nella patria loro.

Questa risoluzione del governo lo scemò di riputazione, perchè il popolo non amava l'imperio dei forastieri; gl'Italiani si adoperavano per farlo vieppiù odioso. Fu anche non cagione, ma occasione di un moto più feroce e ridicolo che nobile e pericoloso nella provincia d'Aqui. Dieci mila sollevati, compromessi molti luoghi, si disperdevano e della loro imbecillità pativano i danni Strevi, Aqui, ed altri comuni ancora.

Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli era divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di commissario politico e civile, affinchè vi ordinasse il paese alla foggia franzese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei si voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degli Italici. Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali, i magistrati distrettuali e municipali secondo gli ordini usati in Francia. Per riordinar le finanze tanto peggiorate, chiamava a sè Prina, che molto ed anche troppo se n'intendeva. S'ingegnava di sopire le passioni accese, perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo grave; già nuovi nembi, che s'ingrossavano verso settentrione, dando timori e svegliando nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le passioni già tanto accese.

Così, come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte. Meglio Genova e Milano si mantenevano per aver governi più ordinati, ma più la prima che il secondo, perchè l'amor della adulazione verso i forestieri vi era minore. Roma era straziata continuamente da uomini avari e da importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano apparecchiate le occasioni alla tempesta, che già si avvicinava ai confini d'Italia.

Le arti dell'Inghilterra, delle quali abbiamo altrove parlato, partorivano gli effetti che da loro si erano aspettati, e già tutt'Europa novellamente si muoveva a danni della Francia e dei nuovi Stati che ella aveva creato. Aveva l'Austria mandato un forte esercito in Italia, alloggiandolo sulle sponde dell'Adige e della Brenta. Al tempo stesso aveva operato che la parte che nei Grigioni inclinava a suo favore la chiamasse a preservar il paese dall'invasione dei Franzesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni per occupar quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si estendevano da una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra sino a quei della Valtellina. Omessi i generali vinti, commetteva l'imperadore Francesco il governo militare a pruovati capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a Melas in Italia; era con lui Kray, guerriero che si era acquistato buon nome nelle guerre germaniche e molto amato dai soldati. In tal guisa l'Austria si preparava alla guerra.

Ma il fondamento principale di tutta l'impresa erano i soldati di Paolo imperadore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del Tanai, marciavano alla volta della Germania ed erano destinate a fare con gli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso, per l'incredibile suo ardimento, a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli della guerra. A tutta questa mole, già di per sè stessa tanto grave, si aggiungevano le forze marittime dell'Inghilterra, della Russia, e della Turchia, le quali, l'Adriatico dominando ed il Mediterraneo correndo, potevano effettuare sulle coste di Italia subiti trasporti e sbarchi, abili a disordinare i disegni dei capitani della repubblica. Nè, come abbiam veduto, era l'Italia sana rispetto ai Franzesi, perchè infiniti sdegni vi erano raccolti, sì per la contrarietà delle opinioni attinenti allo Stato od alla religione, e sì per le offese recate dal nuovo dominio.

Dall'altro lato era intento del direttorio di far guerra con tre eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato il Reno di assaltare la Baviera, che s'era accostata alla lega, il secondo governato da Massena negli Svizzeri, facesse opera di cacciare gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e, camminando avanti, di dar mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia. Era stato proposto alle genti italiche il generale Scherer, vincitore di Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva, passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per conquistare gli Stati ereditarii. Aveva con sè congiunti i Piemontesi ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi generalissimo, e molto capace per l'ingegno, l'ardire e l'esperienza di governar questa guerra, aveva chiesto licenza, ed il direttorio, che riteneva in tutte le cose le solite sospizioni, temendo di lui, molto volentieri glie l'aveva conceduta. Compariva Scherer, non senza parigino fasto; il che rendeva più notabile la semplicità del vivere di Joubert e lo squallore dei soldati. Ciò fece anche sospettare che le opere del peculato avessero peggio che prima a ricominciare: ognuno stava di mala voglia.