Pace dentro, pace fuori, parvero a Buonaparte i più forti fondamenti della sua potenza: i Franzesi, stanchi ed afflitti da sì lunghe guerre, pace soprattutto desideravano, purchè disonorata non fosse, del che non temevano con Buonaparte capo. A questi fini indirizzava egli principalmente i suoi pensieri. Speciale intoppo alla cittadina concordia gli parevano, ed erano veramente, gli spiriti esagerati, i quali, non potendo per ambizione riposare sotto alcuna potestà, nemmeno possono quando sono giunti essi alla potestà suprema, posciachè, tirannicamente procedendo, decimano prima i popoli, poi sè medesimi, e tutti i fondamenti dello Stato fan rovinare; non gli era ignoto che il nome di costoro era odioso in Francia; perciò fece avviso che molto fosse, per operare a fine di concordia, il cacciare questi commettitori di scandali, di risse e di sangue: per la qual cosa, senza rimanersene ai formali giudizii, nè differendo contro di loro i rimedii severissimi, gli allontanava, confinandoli in terre estreme o forestiere. Purgata la Francia da questi uomini turbolenti, pensava al ribandire dal lungo esiglio coloro che avevano seguitate le parti del re, od almeno destato le esorbitanze che ai tempi più acerbi della rivoluzione si erano commesse in Francia. Pochi furono eccettuati dal clemente editto, piuttosto per lasciare un appicco a nuove grazie, che per altro fine. Rientravano gli esuli, se non sotto i tetti propri, se non nei beni loro posti al fisco, ma a rivedere i monti, i fiumi, le valli e l'aere natio: il che era pur parte di felicità. Gradivano infinitamente queste cose agli amatori del nome reale, e ne auguravano delle maggiori. Della contentezza loro godeva il consolo, volendo arrivare alla dominazione assoluta coll'appoggio dei regi e de' repubblicani. In questi pensieri tanto più volentieri si confermava, quanto non dubitava che sarebbero andati a grado delle potenze europee, siccome quelle che vi vedevano l'intenzione data da lui nei campi di Leoben e di Campoformio, di voler rimettere i Borboni, desiderio primo e principale dei principi, massimamente dell'imperadore Paolo. Sperava che con questi mezzi acquisterebbe pace con l'Europa, e tanta potenza in Francia che potesse senza pericolo finalmente scoprirsi dello aver preso il dominio per sè, non per altri. Il reggimento statuito da lui in Francia, di cui parti principalissime erano il senato ed il corpo legislativo, non gli dava apprensione, perchè del senato lo assicuravano le ricchezze, del corpo legislativo le ambizioni. L'avere poi ridotto le amministrazioni delle provincie ad uno invece di molti, fece gli ordini meglio eseguiti, l'erario pingue: ogni cosa volgeva alla monarchia. Correndo i soldi, i magistrati obbedivano, i soldati marciavano: tutti benedicevano il consolo.

A tutti questi maneggi gran momento arrecavano gli scienziati ed i letterati, siccome quelli che avevano molta autorità sui popoli, massimamente in Francia, dove erano uniti in certa specie di congregazioni, non per legge, ma per uso. Per la qual cosa il consolo gli accarezzava, gli arricchiva, gl'ingrandiva.

Grande flagello, da che aveva principiato la rivoluzione, era sempre stata la guerra della Vandea, nella quale con infinito furore combattendo e repubblicani e regi, avevano sterminato popolazioni intere, desolati paesi altre volte fioritissimi, commesso quello che solo commettono nelle civili discordie, e forse neanco in queste, gli uomini arrabbiati gli uni contro gli altri. La forza non l'aveva potuta spegnere, perchè irritava; le tregue nemmeno, perchè mal fide: ormai si nominava guerra interminabile. S'accorgeva il consolo quanta grazia acquisterebbe fra i popoli, se pacificasse quelle terre rosse di tanto sangue franzese: applicovvi l'animo; venne a capo dell'impresa. Fra il terrore del suo nome, l'apparato de' suoi soldati, le promesse di osservare la fede, le speranze segretamente date di voler procedere più oltre, vennero i capi della Vandea ad una onesta composizione: la concordia tornava sulle rive dell'insanguinato Ligeri; Parigi maravigliato vedeva i capi della vandeese guerra. Ammiravano i popoli il consolo pacificatore, uguale nel far le guerre, uguale nel far le paci.

Forti amminicoli a quanto macchinava pensava che fossero gli uomini di Chiesa tanto maltrattati dal direttorio. Volle racquistarli. Diè patria ai preti fuorusciti, libertà ai carcerati, sicuro vivere ai nascosti. Queste cose faceva apertamente, molto altre prometteva segretamente. Si aggiunse che onorò con pietosi uffizii Pio VI, papa morto, che aveva perseguitato vivo. Il suo favellare maravigliosamente piaceva a coloro che sentivano ancora di religione, massimamente ai ministri di lei. Già non solo vincitore e riformatore generoso del governo di Francia, ma ancora instaurator pio dell'antica sua religione il chiamavano. Vacando il trono pontificale per la morte di Pio VI, eransi a questo tempo adunati i cardinali in conclave a Venezia per intendere alla elezione del nuovo pontefice. Temeva il consolo che si cercasse un pontefice troppo avverso agl'interessi di Francia e proprii; perciò andava moltiplicando ne' suoi segni di affezione verso la religione, e nutriva con grandi speranze i ministri di lei. Si poteva facilmente pronosticare da questi primi favori ch'ei volesse venirne, quanto alle faccende ecclesiastiche, ad ordini legittimi e definitivi. Ciò era cagione che i cardinali raccolti in Venezia non disperassero di Francia, e non consentissero ad innalzare al pontificato un cardinale che si fosse dimostrato troppo contrario a lei.

Ma primo ed universale desiderio della Francia, tanto rotta e sanguinosa, era la pace. Questa inclinazione assecondava il consolo, non che sperasse di ottenerla con tutti, ma l'offerirla a tutti gli pareva conferente a' suoi pensieri. Stimava che a' suoi fini molto valesse e fosse molto ricercata dalle cose presenti, se non la pace, la offerta almeno della pace all'Inghilterra. Scriveva una molto bene elaborata lettera al re Giorgio. Rispose acerbamente per bocca del ministro Grenville il re Giorgio. A questo modo furono abbandonati i ragionamenti della concordia tra Francia ed Inghilterra. Pure ciò consegui il consolo, che la continuazione della guerra s'imputasse non a lui, ma al re Giorgio.

Erano tra Francia ed Inghilterra odio vivo, interessi diversi, vicinanza gelosa, pace difficilissima: molto diverse condizioni passavano tra Francia e Russia; A questa non fu avaro di promesse e di protestazioni Buonaparte; Paolo si lasciava muovere; il consolo, per fargli dar volta intieramente, pagava, provvedeva di tutto punto e rimandava liberi al loro signore i soldati russi fatti prigionieri nelle guerre di Svizzera e di Olanda. Parve atto generoso ed arra conveniente dei disegni avvenire. Da tutte queste cose mosso il sovrano di Russia, voltando lo sdegno, siccome quegli che era subito nelle sue risoluzioni, da Francia contro Inghilterra, il riceveva nella sua amicizia, e si riduceva alla sua volontà, dichiarando non volere più partecipare nella lega, e richiamava in Russia le sue genti che ancora stanziavano in Germania. Poscia, accendendo vieppiù le speranze dategli, rinnovava contro la potenza marittima dell'Inghilterra i patti della lega del Nord, cacciava da Pietroburgo gli agenti del re Giorgio, imputando agl'Inglesi l'esito infelice della spedizione d'Olanda. Così Paolo, scostandosi dall'amicizia d'Austria e d'Inghilterra, si precipitava in quella di Francia.

Rappacificatosi Buonaparte coll'imperatore Paolo, pensava a confermarsi l'amicizia della Prussia. Non gli accadde di sforzarsi molto in queste faccende, perchè ottenne facilmente che Federico Guglielmo, perseverando nell'amicizia fermata a Basilea, consentisse alle ultime mutazioni fatte in Francia, e lui come capo del governo franzese riconoscesse.

L'Austria restava sul continente contro la Francia. Tentava il consolo l'animo dell'imperatore Francesco, offerendogli di tornare alla capitolazione di Campoformio con quel di più che si negozierebbe per sicurezza delle monarchie e delle possessioni austriache in Italia. Ripugnava l'Austria al rinunziar del tutto ai frutti delle ultime vittorie, nè si fidava punto delle promesse di Buonaparte. In questo mezzo si accostarono le istigazioni dell'Inghilterra, molto intenta a difficoltare queste pratiche, perchè vedeva nel mondo quieto la sua ruina. Offeriva denaro e cooperazione sulle coste di Francia. Per le quali cose, e considerato altresì che i veterani di Buonaparte erano periti o di peste in Egitto, o di ferro in Italia, si risolveva Francesco a ricusare la concordia. Godeva Buonaparte parimente dell'offerta e della rifiutata pace, perchè non aveva sincero desiderio di convenire coll'Austria. Così, fermando la maggior parte del mondo in suo favore, confermava in Francia i contenti, cattivava gli scontenti, e parte con fatti, parte con isperanze, conseguiva che l'universale dei Franzesi amasse il suo governo, desiderasse la sua grandezza, e volentieri si disponesse a fare quanto si bramasse: precipitavano i popoli a tutte le sue volontà. Tutta Francia correva alle nuove sorti, e se Buonaparte generale l'aveva fatta gloriosa in guerra, tutti confidavano che Buonaparte consolo la farebbe e gloriosa in guerra e felice in pace.

Quanto alla guerra, ottimamente considerati furono i suoi consigli: mandava nuove genti, quasi tutte veterane, a Moreau, confermato da lui al governo dei Renani, il quale doveva sostenere il pondo degli Austriaci in Germania. Dall'altro lato, avendo sempre più i pensieri accesi alla ricuperazione d'Italia, inviava in Liguria Massena, acciò facesse pruova di tener lontano il nemico dalle frontiere di Francia, e conservasse il possesso di Genova, fino a tanto che egli medesimo con un forte esercito arrivasse nelle pianure d'Italia. Congregava molti soldati veterani e molti nuovi in Digione, donde pensava, secondochè gli mostrasse il tempo e le occasioni, o di condursi in Germania, se Moreau abbisognasse del suo aiuto, od in Italia, se il generale dei Renani combattesse felicemente. Di questo aveva grande speranza per la perizia di Moreau e la fortezza delle genti accolte sotto a lui. Per la qual cosa il suo principale intento era di condurre le genti adunate in Digione, che col nome di esercito di riserva chiamava nei campi d'Italia, pieni ancora della fama di tante sue vittorie. A questo modo adunque ordinava la guerra contro l'Austria, che nel corno destro estremo guidasse i repubblicani Massena, nel sinistro Moreau, nel mezzo prima Berthier, poi egli stesso. Certamente nè più pruovati, nè più eccellenti, nè più famosi capitani di questi non erano mai stati al mondo, e da loro aspettavano gli uomini maravigliati fatti maravigliosi.

Essendo la guerra imminente gridava con la vincitrice voce Buonaparte ai suoi soldati: