La vittoria consisteva nella celerità; perciocchè quegli alpestri luoghi erano sterili, il passo del San Bernardo difficile, nè si doveva dar tempo a Melas di arrivare al piano prima che l'esercito vi arrivasse. Importava altresì che il romore già sparso della ritornata dei Franzesi non si rallentasse. Perciò il consolo si calava tostamente per la sponda della Dora, e con assalti di poca importanza dati all'antiguardo condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il sito del paese, s'impadroniva facilmente della città d'Aosta e della terra di Chatillon. Ma un duro intoppo era per trovare nel forte di Bard, posto sopra un sasso eminente, che, come chiave, serra la strada in quella stretta gola che quivi forma, restringendosi, la valle. Il fatto pruovò che un umile sasso poteva divenire ostacolo ad una gran fortuna. Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente il Tedesco, non voler dare la fortezza. S'avvicinarono i Franzesi; entrarono facilmente nella terra di Bard, posta sotto al forte; poi andarono all'assalto; ricevuti con ferocia, abbandonarono l'impresa. Rinnovarono parecchie volte la batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano i capi e di una infinita pazienza si travagliavano, nel vedere che una piccola presa di gente, poichè il presidio non sommava che a quattrocento soldati, ed un'angusta roccia interrompessero il corso a tante vittorie.
Già sorgevano i primi segni della penuria. Pensavano al rimedio, e nol trovavano. Batterono la rocca dalle case della terra, batterono con un cannone tirato sul campanile; ma essendo il luogo ben difeso e di macigno, non facevano frutto. Avvisarono se potessero passare continuando il forte in possessione dell'inimico. Fabbricarono con opera molto maravigliosa una nuova strada; varcarono gli uomini sicuramente, con nuovo strattagemma, varcarono le artiglierie. S'accorgeva il castellano dell'arte usata dagli avversarii, e folgorava con grandissimo favore fra il buio della notte, ma la oscurità da una parte, la celerità dall'altra furono cagione che i repubblicani patirono poco danno in questa straordinaria passata; con tutte le armi allestite e pronte si apprestavano ad inondare il piemontese dominio. Poco stante Chabran, divallatosi dal piccolo San Bernardo, costringeva alla dedizione il comandante di Bard, salvo l'avere e le persone, e con fede di non militare fino agli scambi.
Mentre a questo modo il grosso dei soldati di Francia sboccava per Ivrea, non erano state oziose le genti più lontane, anzi, concorrendo dal canto loro all'adempimento del principale disegno, erano pervenute ai luoghi ordinati dal consolo. Era Bethancourt sceso dal Sempione e fattosi padrone di Domodossola. Moncey, venuto a Bellinzona, accennava a Lugano ed alle sponde del Ticino e dell'Adda. Thureau poi, più prossimamente romoreggiando alla capitale del Piemonte, era comparso a Susa, e, camminando più avanti, s'era mostrato ad Avigliana, avendo fatto una buona presa di nemici che si erano provati a serrargli il passo dall'erto ed eminente sito sul quale stava, prima della guerra, fondata la fortezza inespugnabile della Brunetta. Tale tempesta da tutte parti sovrastava per l'invitto pensiero del consolo a quel tratto di paese che si comprende fra la Dora Riparia e l'Adda. Ma il principale sforzo sorgeva da Ivrea. Ordito pertanto il suo disegno, lo mandava ad esecuzione.
Temendo gli Austriaci di Torino, avevano accostato un antiguardo al ponte della Chiusella, a dirittura del quale avevano piantato quattro bocche da fuoco, per non lasciar guadagnare questo passo al nemico. Essendo questo ponte molto stretto e lungo, dura impresa era il superarlo. Avvicinatosi Lannes, ordinava ai più valorosi il passassero velocemente. Fecerne pruova; ma i cannoni tedeschi fulminarono sì furiosamente a scaglia, e dai fianchi i feritori leggieri tempestarono con sì fatta grandine, che i Franzesi tornarono indietro laceri e sanguinosi. Nuovamente cimentatisi, nuovamente perdevano. Rinnovò due altre volte la pruova Lannes, e due altre volte ne uscì con la peggio. Ostinavasi, ma non aveva rimedio. Pavetti allora, che ottimamente conosceva i luoghi, perchè la battaglia si commetteva quasi sotto alle mura di Romano, sua patria, fece accorto il generale di Francia che a sinistra del ponte era un passo facilmente guadoso. Guadò con felice ardimento il fiume: si mostrava improvviso sulla destra del nemico, che costretto a dar indietro, lasciò libero il ponte. Nè miglior esito ebbe uno sforzo fatto da Keim con la cavalleria, nel piano che si frappone tra Romano e i colli di Montalenghe; onde fu aperta la strada a Lannes sino a Chivasso, dove trovò conserve considerabili di vettovaglie, opportuno ristoro alle sue stanche genti.
Avendo conseguito Lannes l'intento di far correre Melas a Torino, volgeva improvvisamente le insegne a mano manca, e camminava con passo accelerato a seconda della sinistra del Po alla volta di Pavia. Tutto lo sforzo dei Franzesi accennava a Milano. Marciavano Murat, Boudet e Victor contro Vercelli; marciava sull'istessa fronte più basso Lannes e superiormente spazzava il paese la legione italiana di Lecchi, che da Chatillon di Aosta per la via di Grassoney camminando, era venuta a Varallo, poi ad Orta, donde aveva cacciato il principe di Loano, che vi stava a presidio con una mano di Tedeschi. Tutta questa fronte di un esercito bellicoso, spingendosi avanti, guadagnava Vercelli, dove passava la Sesia; poi contrastava invano Laudon che era accorso, entrava in Novara e si apprestava a varcar il Ticino. L'ala sinistra intanto ingrossava per essersi Lecchi congiunto a Sesto Calende con Bethancourt disceso da Domodossola. Laudon, postosi a Turbigo, intendeva ad impedire il passo del fiume; ma Murat, che guidava l'antiguardo, dato di mano a certe barche lasciate a Galiate, guadagnava la sinistra sponda, e cacciava da Turbigo, non senza però qualche difficoltà, il generale tedesco. Al tempo medesimo la sinistra ala si rinforzava vieppiù per la giunta delle genti di Moncey, che venute sui laghi di Lugano e di Como, avevano incontrato Lecchi a Varese.
Per queste mosse ottimamente eseguite come erano state ottimamente ordinate, già era la capitale della Lombardia posta in potestà dei Franzesi. Entrava in Milano il dì 2 di giugno con le più elette schiere Buonaparte vincitore. Non siam per raccontare le allegrezze che vi si fecero, perchè nelle rivoluzioni il governo ultimo è sempre stimato il peggiore, il nuovo il migliore.
Riordinava Buonaparte la Cisalpina repubblica. Volle che i riti della religione cattolica pubblicamente si celebrassero e la religione si rispettasse, e chi il contrario facesse severamente, anche con la pena di morte se il caso lo richiedesse, fosse punito; che fossero salve le proprietà di tutti; che i fuorusciti rientrassero, che i sequestri si levassero, che le cedole si abolissero e valor di moneta più non avessero. Lasciati in Milano questi fondamenti della sua potenza, applicava di nuovo i pensieri alla guerra, che quantunque bene principiata fosse, non era ancora terminata. Melas sulla destra del Po si conservava tuttavia intiero, nè sapeva il consolo ancora che Massena fosse stato costretto a cedere in Genova alla fortuna dei confederati. Per questo motivo, credendosi più sicuro di quanto egli era veramente, aveva fatto correre da' suoi il Lodigiano, il Cremonese, il Bergamasco, il Cremasco; poi suo intento era di passare subitamente il Po; ed in questo modo mozzare a Melas ogni strada al ritirarsi. Lannes frattanto, per una subita correria, aveva preso Pavia: trovovvi munizioni abbondanti da bocca, e quantità considerabile d'armi.
Melas, che, per la perdita di Milano, aveva conosciuto quanto la sua condizione fosse pericolosa ed il nemico forte, avvisandosi che il suo scampo non poteva più venire se non da una battaglia risoluta e da una vittoria piena, voleva tirar la guerra nei contorni di Alessandria, per cagione dell'appoggio che quivi aveva della cittadella e del forte di Tortona. Venuto adunque in Alessandria, chiamava a sè Esnitz, mandava Otto a Piacenza, affinchè s'ingegnasse d'impedire il passo del fiume ai Franzesi. Ma Murat fu più presto di Otto; passava e s'impadroniva di Piacenza. Al medesimo punto Lannes varcava a Stradella e si poneva a campo a San Cipriano. Otto ritirava i suoi a Casteggio ed a Montebello. Combattessi in questi due luoghi il dì 9 giugno una battaglia asprissima, segno ed augurio di un'altra assai più aspra, più famosa e più piena di futuri accidenti. Urtarono i Franzesi condotti da Watrin con grandissimo impeto i Tedeschi, fu loro risposto con uguale costanza; vario fu per molte ore l'evento. Finalmente gl'imperiali restarono superiori per opera massimamente della cavalleria. Watrin si ritirava rotto e sanguinoso, e sarebbe stata perduta la battaglia pei Franzesi, se non fossero sopraggiunti battendo i generali Chambarlhac e Rivaud, quindi lo stesso Lannes con una grossa squadra di buoni soldati, ch'entrando impetuosamente, come sempre soleva, nella battaglia, sforzava il nemico a piegare, e cacciandolo del tutto da Casteggio, l'obbligava a ritirarsi a Montebello. Quivi Otto più fiero di prima rinnovava la battaglia, e faceva di nuovo le sorti dubbie; che anzi le sue già principiavano a prevalere, quando Buonaparte, che era sopraggiunto, ordinava a Victor caricasse con sei battaglioni la mezzana schiera del nemico. In questo punto divenne furiosissimo l'incontro. Durò un pezzo il combattimento di fuoco e di ferro. All'ultimo arrivarono sugli estremi del campo i generali Geney e Rivaud, e fecero inclinare la fortuna in favore di Francia, perchè per le mosse loro si trovava Otto quasi circondato da ogni banda. Si ritirava in Voghera. Questa fu la battaglia di Casteggio che durò dalle sei della mattina fino alle otto della sera.
Superata l'asprezza delle Alpi con arte e costanza, corsa la Lombardia con prestezza, fatto risorgere il nome di Cisalpina in Milano, sollevati a gran cose gli animi dei popoli con una impresa inusitata, restava che per una determinativa battaglia i presi augurii si adempissero, e si confermasse in Buonaparte il supremo seggio di Francia e l'imperio assoluto d'Italia. Assai presto fu l'acquisto di questo paese fatto da Kray, Suwarow e Melas; restava che si vedesse se il capitano di Francia non fosse abile a riconquistarlo più presto ancora. Aveva Melas, come abbiamo narrato, raccolti i suoi nel forte alloggiamento tra la Bormida ed il Tanaro sotto le mura di Alessandria. Grosso di circa quaranta mila soldati, fornitissimo di artiglieria, fiorito di cavallerie sceltissime, provvisto di veterani, era molto abile a combattere di tante sorti. Nè mancava in lui l'ardire o l'arte, nè la memoria delle recenti vittorie. Sapeva altresì di quanto momento fosse la battaglia che soprastava.
Dall'altra parte il consolo combatteva su quelle italiche terre, già piene di tanta sua gloria; i suoi ufficiali, giovani, confidenti e valorosi, con incredibile ardimento andavano al confermare i gloriosi destini di Francia; i soldati, alcuni veterani, molti nuovi, non avevano tanto uso di battaglie quanto i Tedeschi, ma l'ardore e la confidenza supplivano a quanto mancasse nell'esperienza. Di numero erano inferiori agli avversarii, e di cavallerie e di artiglierie. Giravano adunque assai dubbie le sorti.