La natura rotta e precipitosa di Menon mitigava in Toscana una giunta creata dal nuovo sovrano e composta di uomini giusti e buoni, fra i quali era Degerando, solito sempre a sperare, a supporre e a voler bene. Avevano il difficile carico di ridurre la Toscana a forma franzese. Erano in questa bisogna alcune cose inflessibili, alcune pieghevoli. Si noveravano fra le prime gli ordini giudiziali, amministrativi e soldateschi: furono introdotti nella nuova provincia senza modificazione; degli ultimi non potevano i Toscani darsi pace, parendo loro cosa enorme che dovessero andare alle guerre dell'estrema Europa per gl'interessi di Francia, o piuttosto del suo signore. Si adoperava la giunta, non senza frutto, a fare che la nuova signoria meno grave riuscisse. Primieramente la tassa fondiaria, opinando in ciò molto moderatamente Degerando, fu ordinata per modo che non gettasse più del quinto nè meno del sesto della rendita. Non trascurava la giunta le commerciali faccende. Pel cielo propizio, volle tirarvi la coltivazione del cotone, e per migliorar le lane, diede favore al far venire pecore di vello fino nelle parti montuose della provincia sienese. Delle berrette di Prato, dei cappelli di paglia, degli alabastri e dei coralli di Firenze e di Livorno, parti essenziali del toscano commercio, con iscuole apposite, con carezze e con premii particolar cura aveva. Domandò a Napoleone che permettesse le tratte delle sete per Livorno, provvedimento utilissimo, anzi indispensabile, per tener in fiore le manifature dei drappi e la coltivazione dei gelsi nella nuova provincia. Richiese anche dal signore che concedesse una camera di commercio a Livorno a guisa di quella di Marsiglia, acciocchè i Livornesi potessero regolare da sè, e non per mezzo dei Marsigliesi, le proprie faccende commerciali: non solo buona, ma sincera e disinteressata supplica fu questa della giunta, perchè dava contro Marsiglia. Per queste deliberazioni si mirava a conservar salvo il commercio del Levante con Livorno.
I comodi di terra pressavano nei consigli della giunta come quei di mare. Supplicava all'imperadore aprisse una strada da Arezzo a Rimini, brevissima fra tutte dal Mediterraneo all'Adriatico, ristorasse quella da Firenze a Roma per l'antica via Appia, dirizzasse quella da Firenze a Bologna pei Bisenzio e pel Reno, terminasse finalmente quella che insistendo sull'antica via Laontana, da Siena porta a Cortona, Arezzo e Perugia. Nè gli studii si ommettevano; consiglio degno del dotto e dabbene Degerando. Ebbero quei di Pisa e di Firenze con tutti i sussidii loro ogni debito favore: ebberlo le accademie del Cimento, della Crusca, del Disegno, dei Georgofili: feconda terra coltivava Degerando, e la feconda terra ancora a lui degnamente rispondeva.
Quando poi arrivava gennaio, cessava la giunta l'ufficio, dato da Napoleone il governo di Toscana ad Elisa principessa, granduchessa nominandola. La qual Elisa, o per natura o per vezzo, simile piuttosto al fratello che a donna, si dilettava di soldati, gli studii e la toscana fama assai freddamente risguardando. A questo modo finì la toscana patria.
Similmente ed al tempo stesso Napoleone univa all'imperio il ducato di Parma e Piacenza dipartimento del Taro chiamandolo. Restavano ai Borboni di Parma le speranze del Mino e del Duero.
La servitù si abbelliva. In questo Napoleone fu singolarissimo. Opere magnifiche, opere utilissime sorgevano. Milano massimamente di tutto splendore splendeva. La mole dell'ambrosiano tempio cresceva; il foro Buonaparte ogni giorno più grandeggiava; Eugenio vicerè fomentava i parti più belli dei pittori, degli scultori, degli architettori; la corte promuovitrice di servitù era anche pruomovitrice di bellezza. Nuovi canali si cavavano nuovi ponti s'innalzano nuove strade si aprivano. Nè le rocche nè i dirupi ostavano; l'umana arte stimolata da Napoleone, ogni più difficile impedimento vinceva. Sorsero sotto il suo dominio e per sua volontà due opere piuttosto da anteporsi che da pareggiarsi alle più belle ed utili degli antichi Romani; queste sono le due strade del Sempione e del Cenisio, le quali, aprendo un facile adito tra le più inospite ed alte roccie dall'Italia alla Francia, attesteranno perpetuamente all'età future, in un colla perizia ed attività dei Franzesi, la potenza di chi sul principiare del secolo decimonono le umane sorti volgeva.
MDCCCVIII
| Anno di | Cristo MDCCCVIII. Indizione XI. |
| Pio VII papa 9. | |
| Francesco I imp. d'Austria 3. |
Era arrivato il tempo in cui i disegni napoleonici dovevano colorirsi a danno del re di Spagna. Il mettere discordia nella famiglia reale, il far sorgere sospetto nel padre del figliuolo, dispetto nel figliuolo verso il padre, il seminar sospetti sopra la coniugal fede della regina, e al tempo stesso accarezzare chi era soggetto dei sospetti, e farne strumento alle macchinazioni, il contaminar la fama di una principessa morta, accusar un principe di Spagna d'insidie, perchè più amava la Francia che la Spagna, fare che a Madrid e ad Aranjuez ogni cosa fosse sospetto di fraudi e di tradimenti, e la quiete e confidente vita del tutto sbandirne, queste arti produssero il mal frutto. La subitezza spagnuola le ruppe, col far re Ferdinando e dimetter Carlo; ma Napoleone ravviava le fila: l'accidente stesso d'Aranjuez, che parea dovere scompigliar ogni trama, gli diede occasione a mandarla ad effetto. Trasse con le lusinghe il re Carlo in suo potere a Baiona; restava che vi tirasse il re Ferdinando, ed il vi tirò. Rallegrossi allora dell'opera compita. Costrinse il padre ed il figliuolo a rinunziare al regno in suo favore, mandò il padre poco libero a Marsiglia, il figliuolo prigione a Valenzay: nominò, ribollendo in lui la cupidità dell'esaltazione de' suoi, Giuseppe re di Spagna, Murat re di Napoli. Sorsero sdegnosamente gli Spagnuoli contro le ordite cose, e combatterono i napoleoniani.
Napoleone, obbligato a mandar soldati contro Spagna, ed a scemargli in Germania, temeva di qualche moto sinistro. Una nuova dimostrazione dell'amicizia di Russia gli parve necessaria. Fatte le sue osservazioni, otteneva che Alessandro il venisse a trovare ad Erfurt. Quivi furono splendide le accoglienze pubbliche, intimi i parlari segreti: stava il mondo in aspettazione e timore nel vedere i due monarchi, allora potenti sopra tutti favellare insieme delle supreme sorti. Chi detestava l'imperio dispotico di Napoleone, disperava della libertà d'Europa, perchè, essendo le due volontà preponderanti ridotte in una sola, non restava più nè appello, nè ricorso, nè speranza. Chi temeva dell'insorgere progressivo della potente Russia, abborriva ch'ella fosse chiamata ad aver parte in modo tanto attivo nelle faccende di Europa; conciossiachè le abitudini più facilmente si contraggono che si dismettano, ed anche l'ambizione del dominare non si rallenta mai, anzi cresce sempre ed è insanabile. Rotto era e capriccioso il procedere di Napoleone, e però da non durare, mentre l'andare considerato e metodico della Russia dava più fondata cagione di temere. Le scene di Erfurt erano per Napoleone più di apparato che di arte, per Alessandro più di arte che di apparato.