Erano i Franzesi ordinati per modo nei contorni di Sacile, che Seras e Severoli occupavano il campo a destra, Grenier e Barbou nel mezzo, Broussier a sinistra: le fanterie e le cavallerie del regno Italico formavano gran parte della destra. Fu quest'ala la prima ad assaltar i Tedeschi; correva il dì 16 aprile: destossi una gravissima contesa nel villaggio di Palsi, da cui e questi e quelli restarono parecchie volte cacciati e rincacciati: i soldati italiani combatterono egregiamente. Pure restò Palsi in potere dell'arciduca: e già i Tedeschi minacciosi colla loro sinistra fornitissima di cavalleria insistevano; la destra de' Franzesi molto pativa; Seras e Severoli si trovavano pressati con urto grandissimo ed in grave pericolo. Sarebbero anche stati condotti a mal partito, se Barbon dal mezzo non avesse mandato gente fresca in loro aiuto. Avuti Seras questi soldati di soccorso, preso nuovo animo, spinse avanti con tanta gagliarda, che, pigliando del campo, scacciò il nemico non solamente da Palsi, ma ancora da Porcia, dove aveva il suo principale alloggiamento. L'arciduca, veduto che il mezzo delle fronte franzese era stato debilitato pel soccorso mandato a Seras, vi dava dentro per guisa che per poco stette non lo rompesse intieramente. Ma entrava in questo punto opportunamente nella battaglia Broussier, e riconfortava i suoi che già manifestamente declinavano. Barbou eziandio si difendeva con molto spirito. Spinse allora l'arciduca tutti i suoi battaglioni avanti: la battaglia divenne generale su tutta la fronte. Fu la zuffa lunga, grave e sanguinosa, superando i Tedeschi di numero e di costanza, i Franzesi d'impeto e di ardire. Intento sommo degli Austriaci era di ricuperar Porcia; ma, contuttochè molto vi si sforzassero, non poterono mai venirne a capo.
Durava la battaglia già da più di sei ore, nè la fortuna inclinava. Pure finalmente rinfrescando sempre più l'arciduca con nuovi aiuti la fronte, costrinse i napoleoniani a piegare, non senza aver disordinato in parte le loro schiere e ucciso loro di molta gente. E se la notte, che sopraggiunse, non avesse posto fine al perseguitare del nemico, avrebbero i Franzesi e gl'Italiani provato qualche pregiudizio molto notabile.
Dopo l'infelice fatto, non erano più le stanze di Sacile sicure al principe vicerè. Per la qual cosa si ritrasse, seguitato debolmente dai Tedeschi, sulle sponde dell'Adige. Quivi vennero a congiungersi con lui i soldati di Lamarque, che già stanziavano nelle terre veronesi, e quelli che sotto Durante dalla Toscana erano venuti. Nè piccola cagione di dare novelli spiriti ai napoleoniani fu l'arrivo di Macdonald. Fu egli veduto con allegra fronte, ma con animo poco lieto da Eugenio, che stimava aver a passare in lui la riputazione di ogni impresa segnalata.
Passò l'arciduca la Piave, passò la Brenta, tutto il Trivigiano, il Padovano e parte del Vicentino inondando. Assaltava in questo mentre Palmanova, ma con poco frutto; tentò con un grosso sforzo il sito fortificato di Malghera per aprirsi la strada alle lagune di Venezia, ma non sortì effetto. Si apprestava non ostante ad andar a trovare il nemico sulle rive dell'Adige, sperando di riuscire nella superiore Lombardia, dominio antico de' suoi maggiori. Non trovò nelle regioni conquistate quel seguito che aspettava. Vi fu qualche moto in Padova, ma di poca importanza: si levarono anche in arme gli abitatori di Crespino, terra del Polesine, e fu per loro in mal punto, perchè Napoleone, tornato superiore per le vittorie di Germania, fortemente sdegnatosi, li suggellò all'imperio militare ed alla pena del bastone per le trasgressioni. Supplicarono di perdono. Rispose, perdonare, ma a prezzo di sangue: dessero, per esser immolati, quattro di loro. Per intercessione del vicerè, che tentò di mollificare l'animo dell'imperadore, fu ridotto il numero a due; questi comprarono coll'ultimo supplizio l'indennità della patria.
Intanto l'arciduca Carlo aveva occupato la Baviera, e col suo grosso esercito s'incamminava alla volta del Reno. Ogni cosa pareva su quei primi principii dar favore allo sforzo dell'imperatore Francesco. Ma parte molto principale era la sollevazione dei Tirolesi.
Il giorno stesso in cui l'arciduca Carlo aveva passato l'Inn, e l'arciduca Giovanni le strette di Tarvisio, i Tirolesi, mossi da una sola mente e da un solo ardore, si levarono tutti improvvisamente in armi, e diedero addosso alle truppe bavare e franzesi che nelle terre loro erano poste a presidio. Fecero capo al moto loro un Andrea Hofer, albergatore a Sand nella valle di Passeira. Non aveva Andrea alcuna qualità eminente, di quelle, cioè, alle quali il secolo va preso: bensì era uomo di retta mente e d'incorrotta virtù. Vissuto sempre nelle solitudini dei tirolesi monti, ignorava il vizio ed i suoi allettamenti. Allignano d'ordinario in questa sorte di uomini due doti molto notabili: l'amore di Dio e l'amore della patria: l'uno e l'altro rispondevano in Andrea. Per questo la tirolese gente aveva in lui posto singolare benevolenza e venerazione. Non era in lui ambizione; comandò richiesto, non richiedente. Di natura temperatissima, non fu mai veduto nè nella guerra sdegnato, nè nella pace increscioso, contentò al servire od al principe od alla famiglia. Vide vincitori insolenti, vide incendii di pacifici tugurii, vide lo strazio e la strage de' suoi; nè per questo cessò dall'indole sua moderata ed uguale: terribile nelle battaglie, mite contro i vinti, non mai sofferse che chi le guerriere sorti avevano dato in sua podestà, fosse messo a morte; anzi i feriti dava in cura alle tirolesi donne, che e per sè e per rispetto di Hofer gli accomodavano d'ogni più ospitale sentimento.
Adunque la nazione tirolese, al suo antico signore badando, ed avendo a schifo la signoria nuova, uomini, donne, vecchi e fanciulli da Andrea Hofer ordinati e condotti, insorsero, e dalle più profonde valli e dai più aspri monti uscendo, fecero un impeto improvviso contro i Bavari ed i Franzesi. Assaltati in mezzo a tanto tumulto i Bavari in più luoghi, non poterono resistere, e perduti molti soldati tra morti e cattivi, deposero le armi, erano circa dieci mila, in potestà del vincitore rimettendosi. Nè miglior fortuna incontrò un corpo di tre mila napoleoniani, franzesi e bavari, che in soccorso degli altri arrivava sotto le mura di Vildavia. Quindi quante squadre comparivano alla sfilata o degli uni o degli altri, tante erano sottomesse dai sollevati. Nè luogo alcuno sicuro nè ora vi erano per gli assalitori; perchè da ogni parte, e così di notte come di giorno i Tirolesi, uscendo dai loro reconditi recessi, e viaggiando per sentieri incogniti, siccome quelli che ottimamente sapevano il paese, opprimevano all'improvviso gl'incauti napoleoniani. Fu questa una guerra singolare e spaventosa; conciossiachè al romore dell'armi si mescolava il rimbombo delle campane che continuamente suonavano a martello, e le grida dei paesani sclamanti senza posa: In nome di Dio! In nome della santissima Trinità! Tutti questi strepiti uniti insieme, e dall'eco delle montagne ripercossi facevano un misto pieno d'orrore, di terrore e di religione. Camminavano i vinti, erano una moltitudine considerabile, per la strada di Salisburgo verso il cuore dell'Austria.
I Tirolesi vincitori sulle terre germaniche, passate le altezze del Breuver, vennero nelle italiane, e mossero a rumore le regioni superiori a Trento. Propagavasi il rumore da valle in valle, da monte in monte, e la trentina città stessa era in pericolo. Certo era che quando l'arciduca Giovanni fosse comparso sulle rive dell'Adige, la massa tirolese sarebbe calata a fargli spalla, il che avrebbe partorito un caso di grandissima importanza per tutta Italia: questo era il disegno dei generali austriaci. L'imperatore Francesco, sì per aiutare la caldezza di questo moto, e sì per dimostrare che non aveva mandato in dimenticanza quelle popolazioni tanto affezionate, mandava in Tirolo Chasteler, un generale per arte e per valore fra' primi dell'età nostra, acciocchè nelle cose di guerra consigliasse Hofer. Mandava altresì, come s'è notato, un capo di regolari, usi alle guerre di montagna, sotto la condotta di Jellacich, capitano esperto e conoscitore del paese. — Come prima le insegne ed i soldati dell'Austria comparvero, sentirono i Tirolesi una contentezza incredibile. Entrarono gli imperiali a guisa di trionfo; tante erano le dimostrazioni di allegrezza che i popoli facevano loro intorno. Le campane suonavano a gloria le artiglierie e le archibuserie tiravano a festa; i vincitori popoli applaudivano, abbracciavano, si abbracciavano, erano pronti a ristorare i soldati d'Austria con le più gradite vivande di quei monti: giorni felicissimi per l'eroico Tirolo.
Ma qui finirono le prosperità dell'Austria; poichè nel colmo più alto delle sue maggiori speranze, Napoleone fatale, giunto sulle terre germaniche, recatosi in mano il governo della guerra, vinse in pochi giorni tre grandissime battaglie a Taun, ad Abensberga, ad Eckmül. Per questi accidenti, fu costretto l'arciduca Carlo a ritirarsi sulla sinistra del Danubio, e restò aperta la strada sulla destra ai napoleoniani per Vienna.
Quando pervennero all'arciduca Giovanni le novelle delle perdite del fratello, si accorse, e vi ebbe anche comandamento da Vienna, che quello non era più tempo da starsene a badare in Italia, e che gli era mestiero accorrere in aiuto della parte più vitale della monarchia. Ordinava dunque il suo esercito, che già era trascorso oltre Vicenza, alla ritirata, solo proponendosi di fare qualche resistenza ai luoghi forti per poter condurre in salvo le artiglierie, le munizioni e le bagaglie, opera difficile in vero, e pericolosa con un nemico tanto svegliato e precipitoso. Ritiravasi l'arciduca, perseguitavalo Eugenio. Fuvvi qualche indugio alla Brenta per la rottura dei ponti. Fermaronsi gli Austriaci sulle sponde della Piave, e si deliberarono a contendere il passo. Erano alloggiati in sito forte. Si apprestavano i Franzesi al passo, sforzandosi di varcare a quello di Lovadina, che è il principale. Nonostante che i Tedeschi furiosamente tempestassero con le artiglierie poste nei luoghi eminenti, Dessaix venne a capo dell'intento. Poi passò il vicerè sopra e sotto a Lovadina con la maggior parte dell'esercito. Ordinò tostamente i soldati sotto il bersaglio stesso dei nemici, che con palle e cariche continue di cavalleria l'infestavano. Pareggiossi la battaglia che continuava con grandissimo furore da ambe le parti, perchè i Franzesi volevano sloggiare gli Austriaci dalle alture, gli Austriaci volevano rituffar i Franzesi nel fiume. Non risparmiavano nè il principe nè l'arciduca in questa terribile mischia a fatica od a pericolo, ora come capitani comandando, ed ora come soldati combattendo. Era il conflitto tra la Piave e Conegliano; fossi profondi munivano la fronte tedesca. Diedero dentro i Franzesi. Dopo ostinato affronto i soldati dell'arciduca furono costretti a piegare: la fortuna si scopriva in favore del principe. Si ritirarono gli Austriaci non senza disordine nelle ordinanze, a Conegliano. Poi, pressando vieppiù il nemico, cercavano salvamento in Sacile. Fu molto grossa questa battaglia, e molto vi patirono i Tedeschi; dei napoleoniani mancarono tra morti e feriti circa tre mila.