Infatti, il conte di Bubna, informato che gl'insorti soldati piemontesi movevansi verso Novara contro quelli che, rimasti fedeli al re, militavano sotto il generale La Torre, si deliberò a prestare a questo capitano il suo aiuto. Laonde, varcato, la notte del 7 all'8 di aprile, il Ticino, e fatta promulgare la grida che dicemmo, il dì 8 la vanguardia tedesca già era dinanzi a Novara. Nel mezzo tempo, vedendo il principe Carlo Alberto le proteste del duca del Genovese e la parte attiva che in quelle faccende prendeva il gabinetto austriaco, notificò in uno suo editto che rinunziava alla reggenza, e abbandonando l'esercito si ritirò in Toscana, ove poco stante si riparò anche la sua consorte, figlia di quel granduca. Allora l'esercito si elesse a capo il marchese di Caraglio, e senza lasciarsi abbattere, si dispose a resistere agl'imperiali. Ostinato fu il combattimento dato dentro la stessa Novara; ma i rivoltosi furono costretti a cedere, inseguiti sino a Vercelli. Questo esercito, che ne' giorni antecedenti ogni ora più ingrossava, ed era venuto da Torino per indurre i dissenzienti a fare con esso causa comune, da che si sentì privo di valido appoggio, andò del continuo scemando, sì che si ridusse al breve numero di cinque mila soldati. Si mosse il generale Ansaldi, che comandava in Alessandria, con parte dei suoi in soccorso di Novara; ma fu costretto a rimanersi, perchè minacciato da una forte colonna austriaca, e che da Piacenza marciava a Voghera e Tortona; e quindi udita la perdita dei compagni a Novara, e considerando che quantunque la piazza d'Alessandria ben provveduta fosse di ogni sorta di munizioni e capace di resistere a lungo assedio, pure poteva alla fine priva di soccorsi trovarsi al caso di rimaner vittima con tutti i suoi seguaci, senza utile del suo partito che sino da quel momento potea dirsi annichilato; con trecento studenti, alquanti soldati e dragoni, il conte di San Marzan, il conte Santa Rosa, e molti uffiziali, si diresse verso Genova, dov'ebbe coi suoi seguaci tutto lo agio d'imbarcarsi per le coste di Spagna, stante la premura del colonnello Rapello della guardia nazionale genovese, cui erano stati perciò dati ordini segreti. Con tale evasione, il dì 11 aprile, fu restituita la tranquillità a quelle contrade ancora.

Calmate le cose, il duca del Genovese Carlo Felice, previa rinunzia del suo regio fratello, assunse il titolo di re e lo esercizio della potestà suprema. Nel dì 4 di giugno andò ad abboccarsi in Lucca con esso suo fratello Vittorio, ivi pur ricevendo le chiavi della città di Alessandria cadute in potere delle armi austriache, e per ordine dell'imperadore Francesco consegnategli dal generale conte di Bubna. È noto che il già re Vittorio Emmanuele pregò il suo successore a non usar il rigore contro i complici della rivolta, volendo considerare cotale sommossa più come un resultato delle idee del giorno che di mal animo verso il legittimo sovrano. Pochi adunque furono quelli che soggiacquero alla morte.

Terminarono finalmente tutte cotali vicissitudini del regno di Sardegna con una convenzione sottoscritta in Novara il 24 luglio dai plenipotenziarii piemontesi ed austriaci e con la quale venne in sostanza fermato: che un corpo austriaco di dodici mila uomini, e sotto la guarentigia delle alte potenze, rimarrebbe a disposizione di sua maestà sarda per mantenere, di concerto con le proprie truppe, la tranquillità interna del regno; corpo da poter essere aumentato ad ogni richiesta della sua maestà: occuperebbe esso corpo la linea militare di Stradella, Voghera, Tortona, Alessandria, Valenza, Casale e Vercelli.

In Toscana seguivano, il dì 7 di aprile, gli sponsali tra il granduca Ferdinando e la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia, con giubilo di quei popoli, i quali nel loro monarca ammiravano il padre e l'ottimo principe, al loro unanime grido facendo eco i profughi napolitani, romani e piemontesi, che sotto l'egida delle leggi di lui trovavano asilo e protezione, essendo che negli Stati per lui governati ricoverò di essi il massimo numero.

Il dì 5 maggio morì a Sant'Elena Napoleone Bonaparte.


MDCCCXXII

Anno diCristo MDCCCXXII. Indizione X.
Pio VII papa 23.
Francesco I imperad. d'Austria 17.

Gli Stati di Napoli di qua dal Faro, o fosse la presenza di numerosi presidii tedeschi, o la vigilanza della polizia, che senza posa preveniva tutte le combriccole che di soppiatto si tenevano, godevano d'una quiete da molto tempo insolita. I masnadieri e gli assassini del continuo perseguitati e senza remissione puniti. Ma così non era in Sicilia, ove le opinioni continuavano ad essere in guerra fra loro, e le falangi alemanne potevano a stento reprimere nelle vicinanze delle città popolose il brigantaggio. Frequenti erano gli assassinii e gli omicidii: le carceri rigurgitavano di sospetti, di rei e di prevenuti. Fecersi le vendette private quasi più che altrove sentire, e fu d'uopo a' magistrati d'una fermezza particolare per giungere nel corso dell'anno a rendere la pace alle famiglie, la quiete a' cittadini, la sicurezza ai viandanti.

La condizione critica nella quale da molto tempo trovavasi la Spagna, consigliò i monarchi ad unirsi in congresso a Verona, dove convennero gl'imperatori d'Austria e di Russia, i re di Prussia e delle Due Sicilie, il re e la regina di Sardegna, il granduca di Toscana con suo figlio, la duchessa di Parma, il duca di Modena ed il principe reale di Svezia, le altre potenze mandato avendo i loro plenipotenziarii. Le risoluzioni di questo congresso non solamente furono notificate all'Europa con una circolare dei monarchi alleati diretta a tutte le loro rispettive legazioni e rese pubbliche, ma ben anche portate ad esecuzione con la guerra nell'anno dopo fatta alla Spagna. Per quelle conferenze maggiore concordia risultò tra le alte potenze unite nella sacra alleanza, e tutte le loro misure furono più specialmente dirette a sopire ogni germe di novità negli ordini di pubblico reggimento, e viemmaggiormente solidare il principio della legittimità nei troni.