Stante poi che alcuni delitti sono cotanto gravi che in niun caso debba chi commessi gli ha trovare ricovero e scampo ne' luoghi sacri, resta decretato, scrisse il pontefice, che, oltre i commettitori di delitti atroci già esclusi dall'asilo pei decreti dei precedenti pontefici, del beneficio dell'asilo in niuna maniera godere potesse chi pei principi forastieri soldati arrolasse, chi avesse falsificato il sigillo e le lettere apostoliche o regie, chi a mano armata rubasse cosa che per la somma, secondo le leggi comuni o municipali, meritasse la pena di morte, chi l'onore delle donne violasse, rapisse le oneste e non consenzienti.

Atteso poi eziandio che per bolla di Clemente XII era stato assicurato l'asilo ai minori di vent'anni, allorchè commesso avessero omicidii atroci, e che da qualche tempo negli Stati del re si moltiplicavano per mano dei detti minori di età delitti di simil fatta, così il pontefice espresse la sua volontà che a tali giovani ricovero niuno fosse dato nei sacri luoghi, e se dentro vi si rifuggissero, tosto si consegnassero al braccio secolare, volendo e prescrivendo che per omicidii atroci s'intendessero il parricidio, il fratricidio, l'ussoricidio, l'assassinio per tradimento, l'assassinio a ghiado, o che insidia vi fosse o che non vi fosse, l'omicidio per rissa quando dopo la rissa trascorse fossero sei ore, o fosse brutale, e senza ragione suscitata si fosse dalla parte del delinquente la rissa.

Finalmente abbiano i vescovi, Clemente statuì, facoltà di estrarre dall'asilo, e consegnare al braccio regio chi alcuno con pericolosa e mortale ferita offeso avesse, anche innanzi che ne fosse seguita la morte del percosso, con ciò però che se le ferite fossero state date per necessità di difesa o per caso fortuito, o se ancora il ferito non morisse nel termine prefinito dalle leggi, il reo dovesse venir restituito alla chiesa.

Le quali lettere e disposizioni pontificie avendo il re ricevute, molto con lettere regie ringraziò il pontefice del suo volere condiscendente. Rimedio valido fu, ma non sufficiente. Quanto ancor rimase di queste franchigie della Chiesa per procurare asilo ai malfattori, recava ancora gravissimo danno, poscia che la mano della giustizia era in molti casi impedita dal ghermire chi lo meritava, ed in altri casi la prontezza del procedere, cotanto necessaria per reprimere e frenare i facinorosi, si cambiava in indugiamenti perniciosissimi. Oltracciò, gli ordini religiosi, pretendendo di non essere soggetti alla giurisdizione degli ordinarii, ed essendo l'esecuzione delle volontà del papa commessa ai vescovi, avvenne che i ribaldi si ricoveravano negli atrii delle chiese o nei chiostri dei conventi, dove, per non poter esser giunti dall'autorità vescovile, sicuri vivevano, e donde uscivano per rubare e per bruttarsi le mani di sangue. Così distrutta od almeno moderata una immunità, un'altra più forte e più pertinace sorgeva.


MDCCLXXI

Anno diCristo MDCCLXXI. Indizione IV.
Clemente XIV papa 3.
Giuseppe II imperadore 7.

Povero di avvenimenti si presenta quest'anno, e poche cose e di non grave importanza ne porge da ricordare.

Giunto, alla metà d'ottobre, in Italia l'arciduca Ferdinando, sposossi nella metropolitana di Milano a Maria Ricciarda Beatrice d'Este: maritaggio che diede motivo a molte gioconde e liete feste. Ma quella che vogliam notare si è il matrimonio di trecento garzoni con altrettante donzelle per munificenza de' regi sposi celebrato nella basilica di Santo Stefano maggiore della detta città, con doti proporzionate al grado di chi le dava, e convitati tutti quanti a lauto banchetto, rallegrato dal suono di musici strumenti, ed illustrato dalla presenza de' benevoli arciduchi.

A Parma, alcuni moti popolari richiamarono la vigilanza del duca. Arrestate molte persone di grado, ed anche ecclesiastiche, furono esiliate; in pari tempo un ducal editto comandava un raddoppiamento di forza armata a quiete della città, la dispersione de' gruppi d'oltre a sei persone, la ricerca e la punizione degli autori d'atti o discorsi sediziosi od insolenti. Intanto giunto in Parma, col titolo di consigliere di Stato del re di Spagna, il marchese di Liano, l'ottimo Dutillot, che da quasi vent'anni con altissimo senno regolava le bisogna del ducato, partì per Madrid prima che il presente anno cadesse, e di là poi recandosi in Francia, dov'era nato, poco tempo dopo terminò la gloriosa vita.