Alla state fervidissima dell'anno 1782 era succeduto nelle Calabrie un autunno piovosissimo, nè cessò lo smisurato acquazzone nel susseguente gennaio; che anzi vieppiù per questo conto imperversando il cielo, caddero nell'anzidetto mese pioggie così disoneste e dirotte e precipitose, che la terra calabra, massime quella così detta della Piana, restò altamente danneggiata, non solamente pegli allagamenti dei fiumi, ma ancora per essere stati i terreni viemmaggiormente ammelmati e fatti capaci di dissoluzione. Cotale perturbazione della natura presagiva calamità ancor maggiori, ma niuno si dava a temere che esse fossero per arrivare al totale discioglimento della contrada. Avevano altre volte quei popoli simili pioggie e simili innondazioni vedute, ma, dal guasto dei superficiali terreni e dal danno delle ricolte in fuori, da altri maggiori disastri non restarono afflitti.

Intanto era il nuovo anno giunto al principio di febbraio, mese per fatal destino funesto alla Magna Grecia, e specialmente alla Calabria; perciocchè in esso piombò la fatale ruina sopra i distretti Ercolanense e Pompeiano sotto il consolato di Regolo e di Virginio; in esso fu conturbata, alcuni secoli avanti, la Sicilia e distrutta Catania; in esso nel duodecimo secolo sommosse dai tremuoti non solamente la Sicilia, ma eziandio le Calabrie. Il principio più fatale che la fine, poichè al quarto od al quinto giorno di lui accaddero quegli scroscii della natura.

Correva appunto il quinto giorno di febbraio di quest'anno, ed il giorno era giunto alle diecinove ore italiane, vale a dire, in quella stagione, un poco più oltre del mezzodì. Nell'aria non appariva alcun segno straordinario. Rare e quiete nubi a luogo a luogo il cielo velavano. Nè il Vesuvio nè l'Etna buttavano; Stromboli non più del solito. Sentivasi il freddo, ma non oltre l'usato; il consueto aspetto stava sopra le calabresi cose. Eppure la terra in sè medesima chiudeva un insolito furore. O fossero fuochi, o fossero vapori potentissimi che scarcerare si volessero, quella ordinaria calma dovea fra brevi momenti turbarsi per dar luogo ad un rumore e ad uno scompiglio orrendo. Gli uomini nol presentivano, e senza tema le ore fra i soliti diletti o fra le solite fatiche andavano passando. Ma non gli animali bruti, che inquieti, fastidiosi, spaventati, col correre, col tremare, col gridare, mostravano che alcuna terribil cosa si andava avvicinando, ed aspettavano.

Così un'arcana natura con ispaventosi presentimenti avvertiva del pericolo chi poco o nulla evitare il poteva, mentre di lui conscii non faceva quelli che pel lume della ragione fuggirlo, se non in tutto, almeno in parte saputo avrebbero.

Trascorso era il giorno 5 di febbraio di pochi minuti oltre il mezzodì quando udissi improvvisamente nelle più profonde viscere della terra un orrendo fragore; un momento dopo la terra stessa orribilmente si scosse e tremò. In quel momento medesimo cento città, o non furono più, o dalla primiera forma svolte, quasi informi ammassi di spaventevoli ruine giacquero. In quel sempre orribile e sempre lagrimevole e sempre di funesta rimembranza momento, più di trenta mila umane creature rimasero ad un tratto morte e sepolte. Quale passo da tanta quiete a tanto spavento! Quale conversione da tanta allegrezza a tanto pianto! Quale differenza da tante vite a tante morti!

Non fu breve la cagione dell'orrenda catastrofe: perciocchè scossesi e tremò la terra colla medesima veemenza e fremito ai 7 febbraio, ai 26 ed ai 28, e finalmente ai 18 di marzo una violentissima scossa avvertì i Calabresi che i loro spaventi e dolori non erano ancora giunti al fine, e che, per iscampare dalla morte, su quel suolo infido altro rimedio non vi era che quello di fuggire; ed assai lontano fuggire, posciachè l'ira del cielo sopra di loro non era ancora esausta. Il gravissimo urto di marzo scompigliò, ruppe e rovesciò quanto ancora era rimasto intiero ed in piè, se pure ancora alcuna cosa intiera e sulle fondamenta rimasta era. Giunsesi la disperazione al terrore: ad ogni momento credevano quei miserandi popoli che la terra, spaccandosi in abisso, gl'inghiottisse tutti. Quelli di febbraio esercitarono principalmente il loro furore sopra le città più vicine al Faro; l'ultimo su quelle che verso lo strangolamento d'Italia tra i golfi di Sant'Eufemia e di Squillace sono poste.

Le raccontate scosse squassarono con violentissime urtate la terra, ma fra di quelle non vi fu mai quiete perfetta. Di quando in quando alcune scosse minori si sentivano, e fra di loro un perpetuo ondeggiamento, un andare e venire più o meno manifesto della terra, come se ella divenuta fosse fiottosa, e per cui non pochi travagliavano di quel molesto male che affligge ne' viaggi marittimi coloro che non vi sono avvezzi.

Fatale fu questo terremoto non solamente per la violenza delle concussioni, ma ancora, e forse più, per la diversità e moltiplicità de' moti impressi alla terra. Fuvvi il moto subsultorio, cioè dal basso all'alto, come se qualche orrendo fomite battesse o picchiasse o punzecchiasse l'esterna crosta per farsi via da uscir fuora, in quella guisa stessa che un colpo dato con un grosso martello sotto una tavola orizzontale farebbe. Fuvvi il moto di sbalzo, come se una porzione della terra a modo di fionda i soprapposti corpi in alto scagliasse. Fuvvi il moto vertiginoso, come se la terra in sè medesima si rivoltasse ed una vertigine imprimesse a ciò che toccava, moto che fu il più pericoloso di tutti, e che atterrò molti edifizii che retto avevano ad altri moti, e le superficie de' corpi converse, mettendo le superiori sotto, le inferiori sopra. Fuvvi il moto ondulatorio, il più solito ne' terremoti, e per lo più da Oriente verso Occidente andava. Fuvvi finalmente un moto di compressione dell'alto al basso, per cui i terreni si abbassavano, e, come a dire, si insaccavano, e più fortemente compressi si assodavano. Dal disordine de' moti si argomentava che disordinata fosse la cagione, e che guerra vi fosse sotto, come vi era sopra. Non è da tacersi punto che più sonoro era il fragore, che chiamavano rombo, spaventevole nunzio di estreme sciagure, e più forti erano le scosse che susseguitavano, onde maggiore danno seguitava un maggiore spavento.

Or chi potrebbe ridire la varietà degli accidenti in tanto sconquasso? Monteleone, nobile ed antica città, che mostra qualche residuo di muri ciclopei, restò altamente offeso dalla percossa, sì che i più suntuosi templi, i più vasti edifizii, come le più umili case, furono rotti e scomposti, ed ancora che i più atterrati non fossero, diventarono nondimeno inabitabili. Maggiore fu la desolazione di Mileto, dove, oltre le case, che tutte patirono infiniti danni, restò da cima a fondo irreparabilmente infranto e inabissato il magnifico tempio della Trinità; tetto, mura, campanile, altari, andarono tutti in un monte di rottami. Tropea fu percossa dal terremoto, ma in grado minore. Meno ancora restò offeso il poco lontano villaggio di Parghelia, villaggio singolare non per grandezza nè per ricchezza di edifizii, ma per industria dei terrazzani, troppo diversa dalla rilassatezza che in non poche parti della Calabria regnava. Soriano, andato esente dal terremoto del 5 febbraio, restò desolato da quello del 7; nè vi rimase orma degli edifizii di terra pigiata, che nel paese chiamano terraloto, e da cui la massima parte della città si formava. Lieta, anzi lietissima era la strada da Soriano a Jerocarne, siccome quella che ombreggiata era e vagamente sparsa di ulivi, di castagni, di quercie e di viti, ed ora divenne un miscuglio commisto di ruine. Tanto sovvertimento patirono i terreni! Si screpolarono, aprironvisi di profonde fessure. Ma le fessure immobili non erano; ora si serravano impetuosamente, combaciandosi di nuovo gli orli, ora si riaprivano, disgiungendosi quelli novellamente. Le fenditure, e così in questo luogo come in ogni altro, pigliavano diverse forme, ma le più in cotale modo s'informavano, che parecchie da un solo centro aperto anch'esso partendo, a guisa di raggi se ne allontanavano. Talvolta usciva da queste spaccature una fanghiglia cretacea spremuta a forza, come pare, dai più interni ripostigli della terra. E di questa fanghiglia altri ed altri eziandio erano i modi. Dalle grandi e vaste spaccature usciva copiosissima, e le vicine campagne allagava. Ne restavano intrisi i rottami, intrise le ruine, intrisi gli alberi e i sassi. Sovente accadea che non da fenditure saltava fuori, ma da certe conche circolari; che sul terreno cavo si formavano; e dal centro delle medesime, piuttosto che da altre parti, scaturiva.

Tale fu la natura degli accidenti di questo terremoto, che piuttosto acqua o creta nell'acqua disciolta sorsero dalle profonde viscere del travagliato globo che fuoco od altre sostanze che la presenza dall'igneo elemento manifestare sogliono; cosa che riuscì contraria alla opinione di molti che credono da fuochi sotterranei ingenerarsi i terremoti.