Altri segni sorgevano dell'imminente tempesta e di funesto avvenire. Il mare in quello stretto, che dal Peloro trascorre lungo l'aspetto di Messina, è commosso da un flusso quotidiano, cui gli abitanti chiamano marea, e con vocabolo corrotto rema. Due volte al giorno le acque sono solite a gonfiarsi ed a correre verso settentrione nel Faro, e due volte ricorrono nel mare Siculo verso Ostro. Fremono sì quando vanno e vengono, ma non tanto che nei tempi ordinarii diventino tempestose. Tal era ed è il consueto tenore con cui nello stretto di Messina procede quel vorticoso mare.

Ma quando l'anno giunse ai primi di febbraio, principiò ad alterarsene l'usato andamento: «Le maree, narrano gli accademici di Napoli, non erano esattamente regolari da sei in sei ore; torbida, fremente e oltre il costume feroce divenne la vorticosa Cariddi, e spesso anche allorquando parea meno agitato il volume delle acque, si osservò crescere repente il tortuoso giro di quel vortice, che quei naturali appellano carofalo, e la rema, quasi confusa e interrotta nella sua direzione, o arrestarsi per poco o sull'onda seguace rialzarsi, o aprirsi in mormorante e rapidissima concentrica voragine.

A ciò si univa un insolito oscuro fremito, che quasi si approssimava a un profondo e lontano muggito; e ciò o precedeva alla repentina conturbazione delle correnti, o vi si accompagnava o la susseguiva. E per ultimo, siccome al ritorno della rema dal Peloro l'onda escrescendo si alzava oltre all'ordinario livello, e talvolta attentava di risalire su i segni terminali della sponda selciata, così all'uscir del porto e nel rientrare le anguste gole del Faro, lo sbassamento sovente n'era fuor dell'usato tumultuario, vorticoso ed eccessivo.»

La sponda selciata di cui qui si parla, altro non era che una petraia o seguenza di sassi ordinatamente posti che per difesa contro gl'impeti del mare e per termine tra il mare medesimo e la susseguente pianura, scorre per tutto il circuito del porto, e ne forma l'orlo estremo o sia il margine internamente. Questo orlo selciato, ornato vagamente di fontane e di statue, i Messinesi chiamano panchetta, dietro la quale succede un ampio stradone, e in fondo di esso si ergeva un eminente e maestoso casamento, o continuazione di graziosi e nobili edifizii che facevano di sè bellissima mostra a chi veniva dal porto l'inclita città visitando.

Dal mare venivano gli augurii, venivano anche dal cielo. Il sole tinto di pallida luce in pieno meriggio, un aere ora quieto, ora repente turbato, ora di nuovo quieto con un'afa noiosa che rendeva i corpi gravi ed affannosi; cupi suoni che di lungi venivano, ma non bene si sapeva donde; un volare incerto degli uccelli, un tremar degli animali, uno schiamazzar di galline, e massimamente di oche, un urlar di cani straordinario alcuna cosa fuor dell'usato protendevano, la natura trovarsi in qualche penoso travaglio significavano, e gli animi riempivano di stupore e di terrore.

Fra tutto questo apparato di luttuosi segnali nei primi giorni di febbraio principiò la terra a tremolare, come di sè medesima più sicura non fosse, e, come il mare, farsi ondeggiante volesse. Ma il tremolio non cresceva in iscosse, muoveasi la terra, ma stavano gli edifizii. I Messinesi, usi ai tremuoti, per così dire, volgari, non credevano, quantunque spaventati fossero, che la leggiere trepidazione avesse a cambiarsi in furor tale, che la città ne dovesse andar in sobbisso. Implorarono l'aiuto divino, le sacre pissidi esponevano, inni sacri cantavano, facevano processioni, i luoghi aspergevano coll'acqua benedetta, ed accendevano i lumi all'adorato seggio dove si conserva la lettera autografa che la Vergine scrisse ai Messinesi: reliquia da essi tenuta preziosissima, e con grandissima divozione onorata. Ma la natura, che aveva accesa nei profondi recessi di quelle terre qualche immensa fornace, od ammassata qualche sterminata quantità di acque, le quali in quei monti tendevano a squilibrarsi, non patì che la potentissima cagione fosse defraudata de' suoi terribili effetti.

Ai 5 di febbraio, poco appresso l'infausta ora del mezzodì, la piccola ondulazione degenerò subitamente in un orribile e generale rivolgimento del mare, dell'aria e della terra. Udironsi frequenti sotterranei muggiti; pruovaronsi ad ora ad ora ed a precipizio confusi e forti scuotimenti del suolo. Ora in su si spingeva, come se di sotto all'insù fosse percosso da potentissime spuntonate; ora s'avvallava come se una voragine se gli fosse aperta sotto; orizzontalmente oscillava, ora dava sbalzi di traverso, ora, quel che fu il moto pessimo di tutti, si rivolgeva in giro, come se fosse portato da vertigine. Brevemente, una tempesta per tanti lati e talmente succussoria infuriò, che non fu maraviglia che così gravi e così numerosi guasti siano accaduti; bensì è maraviglioso che tutta la città, almeno nella sua parte inferiore, dove maggiormente la sofferente natura travagliò, non sia stata messa a soqquadro intieramente ed in ruina. Moltissime porzioni del teatro marittimo, cioè del casamento sovraddescritto, che il porto orna e nobilita, diroccarono, questa a brani a brani, quella a sfasciumi più grossi, quest'altra per un muro giù e un altro su, onde come spaccate dall'alto al basso apparivano. Non si udivano in quelle ferali ore che muggiti della terra convulsa, invocazioni di supplicanti, lamenti di moribondi, scroscii e rimbombi di case e palazzi che si discioglievano in ruine. «A dì così tremendo, scrivono gli accademici, a dì così tremendo sopravvenne notte più infausta. Verso le ore sette e mezzo la terra fu presa da tale e sì profondo scuotimento, che parve tutta intesa a fendersi o a rovesciarsi e nabissare; e quindi la pallida e tremante popolazione, tra il muggito della terra, il fremito de' venti e il fragore del mare, sentì percuotersi dal rimbombo prodotto dalla orrenda e quasi universale ruina de' tempii, de' casamenti volgari e degli edifizii più vasti e più vistosi, ed ecco in qual modo fu portato a più compiuto termine quel danno che s'era tra essi nel giorno e nella sera cominciato a produrre.»

Non uno, ma tutti gli elementi congiurarono a ruina della città dominatrice del Faro. Rovinate le case e rotti i focolari, il fuoco non trovando più nè pascolo regolare, nè uscite consuete, s'appiccò alle materie diroccate, e divampando con orribile incendio andava serpendo e bruciando quanto era rimasto intero, sia che in piè ancora si sostenesse, sia che a terra già sbalzato giacesse. La fiamma divoratrice si estese con rapido corso da uno in altro luogo, e tale spazio guadagnò, e tale acquistò irreparabile forza, che per sette giorni ogni opera fu vana per estinguerla. Molto prezioso mobile arso, molte sostanze o di ricchi negozianti o di nobili famiglie incenerite.

«Quindi a molti infelici, seguono a scrivere gli accademici, a' quali riuscì facile lo scampare dal precipizio de' sassi, toccò la disperata sorte di rimanere vittime delle fiamme. Orribile cosa a mirarsi! Chi cercava di guadagnare l'altura de' tetti, chi si affaticava per arrampicarsi alle travi; chi, ora ad una e ora ad un'altra finestra affacciandosi, misurava col guardo l'altezza delle mura, per gettarvisi, e ne rifuggiva spaventato dall'evidente pericolo della caduta. Ma finalmente tutti videro approssimarsi la morte, invocando invano, coll'errare di qua o di là, il desiderato soccorso, impossibilitati a fuggire per le scale già dirute, ed ugualmente privi di coraggio e di modo onde o gettarsi dall'alto o ricevere da' cittadini, dagli amici o da' parenti un aiuto qualunque in mezzo alla medesima loro situazione.»

L'incendio infuriava. Oltre allo scompiglio delle cadenti mura e il terrore e la fuga de' cittadini, che impedivano le azioni dello spegnere, un irresistibile alimento aveva la fiamma nella furiosa bufera, che chiamarono aeremoto, la quale, quando più la terra si scrollava ed il fuoco imperversava, soffiava terribilmente con direzione incerta, anzi con buffi vorticosi e disordinati. Una casa de' Ceraselli, già percossa e conquassata dal terremoto, fu dal vento svelta, di lancio gettata, e sparsa in frantumi sopra il suolo. Pareva veramente che quivi ed in que' momenti il mondo, sottosopra andando, fosse arrivato alla sua fine.