«Le scienze economiche spiegavano pure anche esse i loro fiori nella bene generativa penisola. Della quale cosa ognuno sarà persuaso, se vorrà avvertire agli utili scritti di Genovesi e Galiani di Napoli e di Fabbroni di Firenze. Questi alti ingegni, del bene comune aumentatori, eziandio si differenziavano da certi economisti forestieri; perciocchè non a chimere impossibili a ridursi in pratica nè ad astruse teorie andavano dietro, ma cose palpabili trattavano e che, se vere erano in ragione, utili erano anche in esperienza. Oltre a questi maestri per iscritto, era allora in Italia un economista pratico che quanto essi nelle loro benefiche lucubrazioni pensavano riduceva all'atto, e questi fu Leopoldo di Toscana. Seppelo la Toscana stessa, che a più fiorente stato pervenne.
«Sommo, anzi singolar pregio della Italia a que' tempi fu la scienza della penalità, merce di quel........ mandato fuori da Beccaria. Chi la umanità ama, chi ama la giustizia, debbe con perpetue lodi innalzare quest'uomo immortale. La Italia l'onorò, l'onorarono le nazioni forestiere, e da lui tutte riconobbero un bene immenso fatto nella parte più cruda e terribile dell'umana legislazione. Orrende piaghe sanò. Quattro grandi lumi, oltre i minori, splendevano allora in Italia, uno in Napoli, uno in Firenze, un terzo in Milano e Pavia, un quarto in Parma. Quelle erano veramente scuole patrie, quelli sodi beneficii, che tutto l'edificio sociale con amica luce rischiaravano, fecondavano, miglioravano. Così voleva allora il cielo che seguisse.
«Se poi vogliam voltare il discorso alle lettere, vedremo che, se poche parti se ne eccettuano, la letteratura italiana era spenta, nè altro più non era che una servile e sconcia imitazione della letteratura francese. La storia, la maggior parte delle opere teatrali, le novelle, i romanzi i poemi stessi rendevano un odore franzese, e tanta distanza passava dallo scrivere che a que' tempi era prevalso in Italia, a quello che vi si usava due secoli innanzi, quanta veramente si scorgeva tra le cose scritte nell'ignorante medio evo a quelle, cui mandarono alla luce gli autori del decimo quarto e decimosesto secolo. Parlo solamente della distanza che tra l'un modo e l'altro s'interponeva, non già dell'effetto, perchè allora si andò dal male al bene, adesso si andava dal bene al male. Nei bassi tempi vi era speranza, perchè non vi era corruzione di età decrepita, e solamente si vedeva che l'arte era bambina; ma nella seconda metà del secolo decimottavo, quasi ogni speranza si trovava estinta; perciocchè la medesima legge governa le cose morali che le fisiche, cioè che si può andare dall'infanzia alla virilità, non già dalla decrepitezza all'adolescenza, ed il pomo acerbo può diventar maturo, il fracido non torna più a sanità, ma si disfà. Tal era, generalmente parlando, l'italiana letteratura a' tempi che videro fanciulla l'età presentemente canuta. A stento e se non con molto stomaco si possono leggere oggidì le cose che vi si scrivevano. Servilità ne' pensieri, servilità nella lingua. Come le scarpette delle donne, così ancora i concetti e le frasi dei letterati venivano bell'e formati da Parigi.
«In mezzo alla foresteria si era introdotto un altro nauseoso vizio, e quest'era una certa leziosaggine, una certa delicatura, e quasi direi smanceria, che faceva credere che la letteratura italiana fosse divenuta imbelle e non più da uomini, ma da donne. Concettuzzi fioriti, frasi leccate, nissuna forza, nissuna naturalezza, nissun maschio, nissun sincero pensiero; ogni cosa scritta come se fosse alla presenza della donnetta che si acconciava. La toaletta, come dicevano, e il sofà, ed è miracolo che non abbiano detto il budorio per dire il boudoir, e le braccia ben tornite, pure come dicevano, della innamorata, e i suoi pedini e le dituzze, e le descrizioni al minuto del prendere il cioccolate, senza nemmeno dimenticare il colore de' confetti che vi s'immergevano, od altre simili inezie andavano per gli scritti de' più. Chi avrà letto il Roberti, e l'Algarotti, e Pietro Chiari e le commedie del principe di Sangro, e quelle del Villis, saprà da sè stesso ciò che voglio dire.
«Il male si accrebbe per l'autorità di un uomo cui la natura aveva dato un ingegno smisurato, e che poteva essere il ristauro, e pure fu quasi del tutto la ruina dell'italiana letteratura. Parlo del famoso poeta padovano, del Cesarotti. Dio mi guardi dal proferire la bestemmia che costui fosse imbelle; che anzi ingegno più virile e più vivido del suo da lungo tempo la natura non aveva in Italia procreato. Ma volle farsi singolare con una poesia parte gonfia, parte leccata, traducendo il vero o finto Ossian. Le leziosaggini per la sua Bragela, ed il suo lanciare pel suo Fingallo, ed altri eroi così tremendi pel nome come pei fatti, corruppero talmente la poesia italiana, che più forma alcuna non conservava di sè medesima. Quanto poi alle sue prose, egli era un molinista tale in lingua, che ogni franzese parola o frase per lui era buona, purchè una desinenza italiana le applicasse. Egli fu un gran Busembaum per la lingua. Questi scandali dava Cesarotti, egli che per la sublimità dell'ingegno avrebbe potuto a sublimi e sincere opere italiane dare origine. E veramente si vede, che là dove puro voleva ed italiano essere, il che non di rado ancora gli succedeva, tali lumi mandava fuori che non uscirono mai maggiori dalla penna dei più rinomati scrittori del bel secolo. Ma il consueto suo andare era corrotto, e fu questo il tracollo.
«Le cose parevano doversi tenere per perdute, e nulla si poteva più sperare da chi si tagliava i nervi da sè. Fortunatamente, mentre Cesarotti ed altri, che di lui il vizio non l'ingegno avevano, gettavano, come se a contanti pagati fossero, feccioso limo nelle pure e limpide acque dell'Arno, il cielo, che non voleva che il fiore italico si spegnesse, mandò quattro uomini a vivificarlo; questi furono Parini, Metastasio, Goldoni ed Alfieri.
«Parini fu il primo a ritirare la trascorsa letteratura italiana verso il suo principio, ed a ritirarla, nel tenero, al fare petrarchesco, nel forte, al dantesco; ma più veramente ancora per la natura sua sapeva di Dante che del Petrarca. Sublimi e pretti pensieri aveva, sublime e pura lingua usava, un terribile staffile maneggiava. Le toalette, e i sofà, e i ventagli, ed i letticciuoli morbidi rammentava non per lodarli, ma per fulminarli. Grande e robusto uomo fu costui, nella satira il primo, nella lirica ancora il primo. Ei fe' vedere e dimostrò che senza le nebbie caledoniche, senza le smancerie galliche, e consistendo nella vera lingua e nel vero stile italiano si potevan creare opere in cui colla purità si trovava congiunta l'energia. Più che poeta, più che sacerdote d'Apolline fu, posciachè fu maestro di virtù, ed i molli costumi ad una virile robustezza ridusse: l'eunuca età a più maschi spiriti eresse. Tanto potenti furono i suoi detti, tanto potenti i suoi scritti!...............
..... Forse, chi sa, un giorno verrà quando gl'Italiani avran dimesso il mestiere del voler fare i pedissequi dei forestieri........... in cui maggiormente il suo esempio ed i suoi altissimi versi frutteranno. Eglino intanto debbono aver cara ed onorata sempre la memoria del Parini, di quel Parini che dal lezzo li sollevò, e dalle insipide erbe purgò il sentiero che mena all'eletto monte, dove la virtù e le divine suore albergano. Parini, poscia Alfieri, spensero la letteratura delle inezie; ed i descrittori delle scene di taverna, e di qualche monasteruzzo, mercè le illustri fatiche di quel grande Milanese, peneranno ad allignare.
«In nissun autore osservasi un così puro fiore, una così perfetta fragranza delle tre letterature madri, quanto in Metastasio, e niuna traccia, quantunque in mezzo alla corruttela che già cominciava ad ammorbare, vivesse, in Lui si ravvisa di moderna foresteria. L'anima sua nitida e dolce a ciò il portava, l'essere Romano forse vi contribuiva; conciossiacosachè o che i letterati romani siano vissuti divisi dai forestieri più che gli altri Italiani, o che la natura romana più fortemente resista al piegarsi alle influenze altrui, o che quella lingua tanto scolpita che parlano, italiani pensieri e italiane immagini e forme più profondamente nelle menti loro imprima, o che finalmente quel ravvolgersi continuamente fra le romane antichità, che i concetti e la grandezza antica ad ogni momento loro ricordano, sel facciano, certo è bene ch'essi più di ogni altro si tennero lontani così dalle gonfiezze del secolo decimosettimo, come dal loglio forestiero che veniva mescolandosi col grano d'Italia. La quale cosa tanto è più da osservarsi quanto che Roma si trova fra Toscana e Napoli, dove, dopo la metà del secolo ultimo, quel loglio aveva messo più profonde barbe, ed erasi in isconcia guisa moltiplicato. Chi Metastasio legge, beve a pieno vaso senza alcuna mescolanza di stranezza la grazia greca, la maestà latina, la eleganza italiana. Col chiaro, amabile ed armonioso suo stile, colla naturalezza dei pensieri e dei sentimenti, col contrasto nitidissimo delle passioni, non feroci e barbare, ma alte e generose, e tali quali a popoli civili, non a Caraibi, o ad Uroni, o a quelle bestie del medio evo si convengono, diede a divedere che stando nei confini delle letterature madri della meridionale Europa, si può e muovere fortemente gli affetti e, mantenendo la sincerità del gusto italiano, innalzare gli animi. Certamente, mai nissun autore fu tanto Italiano quanto Metastasio. Possente argine fu contro il contagio forestiero, possente rimedio per risanare i corrotti. La quale salutare operazione con tanto maggior efficacia fece, che pel genere delle sue composizioni e per la chiarezza del suo stile egli andava per le mani di tutto il mondo. Che anzi non solamente su i regi teatri i suoi drammi si cantavano, ma eziandio sulle scene innalzate dai comuni o dai particolari si recitavano, e pochi erano i villaggi, non che le città che ogni anno, massime nell'autunno, non udissero alcuna opera del poeta romano recitata da uomini colti, e talvolta ancora da uomini di villa, a cui poco altro sapere era venuto che quello di saper leggere e scrivere. Il concorso a queste rappresentazioni era grande, ed il piacere che gli astanti provavano, maraviglioso. Attori e spettatori si immedesimavano, e degli eroici costumi dell'antichità si dilettavano, e per essi di migliori sentimenti s'informavano...............
Ciò pruova che il Metastasio era veramente autore italiano, poichè tanto agli italiani andava a sangue. Ciò pruova ancora che il vero fine delle rappresentazioni teatrali è d'invaghire l'uomo del bello ideale ed eroico onde ritrarlo dal pensare e dal sentire abietto e plebeo, e più avvicinarlo a quell'alto scopo per cui Dio l'ha creato. Il quale effetto se alcune moderne composizioni facciano, lascio al lettore il giudicare.