Non dismostrossi minore l'animo del pontefice negli ornamenti aggiunti all'antica Roma. Edificò la famosa sagrestia a lato alla chiesa di San Pietro, opera certamente di molta magnificenza, ma forse di troppo minuta e troppo vaga architettura, se si paragona al grandioso stile della basilica di Michelangelo. Dolsersi anche non pochi, che, per fondare questo suo edifizio, abbia il papa ordinato che si atterrasse l'antico tempio di Venere, al quale Michelangelo aveva avuto tanto rispetto, che solo il toccarlo gli era paruto sacrilegio. Bellissimo pensiero di Pio altresì fu quello di persuadere come aveva fatto già, fin quando esercitava l'ufficio di uditore del camarlingo, a papa Clemente, di ornar il Vaticano con un sontuoso museo, il quale poi condotto a maggior grandezza da lui dopo la sua esaltazione, fu chiamato Pio-Clementino. Lo arricchì con gran numero di statue, busti, bassorilievi ed altre anticaglie di gran pregio. Come nobile fu l'intento suo nel fondar il museo, così nobile del pari fu il suo consiglio di volerne tramandare con eccellente rappresentazione di scritture e di figure la memoria ai posteri. Nè fu meno commendabile l'esecuzione; imperciocchè, affidatane la cura, quanto alle figure, a Lodovico Mirri, e quanto ai commenti, ad Ennio Quirino Visconti, ne sorse quella bella descrizione del Museo Pio-Clementino, una delle opere più perfette che in questo genere sieno.
Così cresceva Roma sotto Pio in bellezza ed in isplendore ogni giorno; così, visitata dai più potenti principi d'Europa, lasciava in loro riverenza e maraviglia; i popoli mossi da sì sontuosi apparati non rimettevano di quella venerazione che avevano sempre avuto verso la Sedia apostolica. Quanto alle nuove dottrine filosofiche, che parlavano tanta umanità, poche radici avevano messe in Roma; non che i gentili pensieri non vi fossero graditi, ma perchè gli autori loro, mescolando, come facevano, tempi dissomigliantissimi, ed attribuendo a certi effetti cagioni non vere, troppo in sè stessi si compiacquero di condannar le romane cose. Tal era Roma, tanto sempre a sè medesima conforme, ritraendo sempre in ogni fortuna di quella grandezza che per ispecial privilegio del cielo pare in lei congenita e naturale.
Mentre così in varie parti d'Italia più o meno si cancellavano per benefizio dei principi o per ammaestramento dei buoni scrittori, la vestigia che i tempi barbari avevano lasciato nelle instituzioni dei popoli e che evidentemente vi si procedeva verso un vivere sociale più generoso e più mite, poco o nissun cambiamento si osservava in altre parti della medesima provincia. La monarchia piemontese era la più ferma di tutte le monarchie, poichè in lei non si videro mai, come in tutte le altre, o rovine nella casa regnante o rivoluzioni di popoli. Del quale privilegio, se si vorrà ben dentro considerare, apparirà prima e principal cagione, essere la potestà assoluta del principe giunta con un uso moderato della medesima. Poi mancavano le occasioni della ambizione dei potenti; perciocchè trovandosi il Piemonte posto tra la Francia e l'Austria, altro non avrebbe partorito l'ambizione di un potente, anche fortunata, che render sè ed il paese suddito o dell'una o dell'altra; nè mai chi avesse voluto imitare un duca di Braganza avrebbe potuto venir a capo della sua impresa. S'aggiunse che i principi di Savoia governarono sempre gli eserciti loro da loro medesimi, nè potevano sorgere capitani di gran nome che potessero, non che distruggere, emulare la potenza dei principi.
Da questo e dagli eserciti molto grossi nacque la maravigliosa stabilità della monarchia piemontese. Ne procedette, oltre a ciò, in quello Stato un'opinione generale stabile, che, da generazione in generazione propagandosi, rendè questa monarchia somigliante, alle repubbliche, nelle quali se cangiano gli uomini, non cangiano le massime nè le opinioni. Adunque gli ordini antichi si erano conservati intieri; le opinioni nuove poco vi allignavano.
Ciò non ostante, alcuni segni, sebben deboli, di cambiamento si ravvisavano negli Stati del re di Sardegna, massimo circa la ecclesiastica disciplina. Imperciocchè, tolte dal re Vittorio Amedeo II le pubbliche scuole ai gesuiti, e fornita l'università degli studii di ottimi professori, incominciarono le dottrine dell'antichità cristiana a diffondersi. I tre bibliotecarii dell'università, Pasini, Berta e Pavesio, uomini di molto sapere e pietà, promossero lo studio delle opere scritte dai difensori di quelle dottrine, e Vaselli ne arricchì la libreria del re.
Regnava Vittorio Amedeo, terzo di questo nome, principe di animo generoso, di vivo ingegno e di non ordinaria perizia nelle faccende di stato. Contaminava la sua buona natura un amore eccessivo della gloria militare: quindi ordinò e mantenne in piè un esercito grosso fuor di misura; il che rovinò le finanze che tanto fiorivano a tempi di Carlo Emmanuele suo padre, sparse largamente nella nazione la voglia delle battaglie, e diè favor eccessivo e potenza ai nobili soli ammessi a capitanar le soldatesche. Ognuno voleva essere, ognuno imitar Federigo re di Prussia. Certamente, se immortali lodi si debbono a Federigo per aver difeso il suo reame contra tutta la Europa, gran danno ancora le fece per avervi introdotto coll'esempio suo un eccessivo umor soldatesco, ed aver messo su eserciti. Gli altri potentati, o per fantastica imitazione, o per dura necessità, furono costretti a far lo stesso; poi venne la rivoluzione di Francia che dilatò questa peste ancor di vantaggio, poi sorse Buonaparte che la portò agli estremi, ed altro non mancherebbe alla misera Europa, per aver la compita barbarie, se non che ella facesse marciare, a guisa degli antichi Galli e Goti, coi combattenti anche i vecchi, le donne ed i fanciulli.
Ma, tornando a Vittorio, tanto era in questa bisogna infatuato che soleva dire ch'ei faceva più stima d'un tamburino che d'un letterato, benchè poi riuscisse miglior che di parole; perciocchè i letterati accarezzava e premiava, ed usava anche con loro molto famigliarmente. Ma le armi prevalevano; quindi non solamente fu dissipato il tesoro lasciato da Carlo, ma i debiti dello Stato, non ostante che le imposizioni si aggravassero, tanto s'ammontarono che sommavano in questo anno a meglio di cento milioni di lire piemontesi, che sono più di cento milioni di franchi. Le cariche civili ed ecclesiastiche conferivansi solo ai nobili ed agli abbati di corte. Ad una generazione di magistrati integerrimi e capaci, e di vescovi santi e dotti, successero qualche volta magistrati e vescovi poco atti a ben reggere gli uffizii loro.
Pure fiorivano le scienze; fiorivano anche, ma non tanto, le lettere. Quanto alle contese circa l'ecclesiastica disciplina fra il romano pontefice ed i principi di casa austriaca, il re Vittorio avea, per amor di quiete, ordinato che mai non si parlasse o scrivesse nè pro nè contro la bolla Unigenitus, nè mai si trattasse dei quattro capitoli della Chiesa gallicana; che anzi, siccome questi articoli erano apertamente insegnati e costantemente difesi nell'università di Pavia dopo le riforme fattevi da Giuseppe II, aveva, a petizione del cardinale Gerdil, proibito che i sudditi suoi andassero a studiare in questa università. Ma tali opinioni più pullulavano quanto più si volevano frenare.
Se la monarchia piemontese era la più ferma delle monarchie, la repubblica di Venezia era la più ferma delle repubbliche. Coloro, i quali, credono essere le repubbliche varie e turbolente, potran vedere nella veneziana una repubblica più quieta di quante monarchie sieno state al mondo, eccetto solo quella del Piemonte. Passò gran corso di secoli senza turbazioni; fu percossa da potentissime nazioni, da Turchi, da Germani, da Franzesi; trovossi fra guerre atroci, fra conquiste di popoli barbari, fra rivoluzioni orribili di genti; Roma stessa fulminava contro di lei. Pure conservossi non solo salva in mezzo a tante tempeste, ma nemmeno ebbe bisogno di alterar gli ordini antichi. Tanto perfetti erano i medesimi, e tanto s'erano radicati per antichità! Pare che più sapiente governo di quel di Venezia non sia stato mai, o che si riguardi la conservazione propria, o che si miri alla felicità di chi obbediva. Per questo non vi sorsero mai parti pericolose; per questo certe nuove opinioni non vi si temevano. Solo pareva meritevole di biasimo quel tribunale degl'inquisitori di Stato, per la segretezza e per la crudeltà dei giudizii; pure era volto piuttosto a frenare l'ambizione dei patrizii che a tiranneggiare i popoli. Nè sola Venezia ebbe inquisitori di tal sorte, perchè i governi che non gli hanno per legge stabile, se li procurano per abuso; e non sapresti se muovano più al riso o allo sdegno certuni che tanto rumore hanno levato contro il tribunale suddetto, e che anche presero pretesto da lui di distruggere quell'antica repubblica. Del resto la provvidenza di lei era tale che e l'umanità vi trovava luogo, e le gentili discipline vi si proteggevano. Ma la lunga pace vi aveva ammollito gli animi, e se vi rimanevano gli ordini buoni, mancavano uomini forti per sostenerli. Diminuita la potenza turchesca, e composte a quiete le cose d'Italia, perchè accordate, rispetto al ducato di Milano ed al regno di Napoli, tra Francia, Austria e Spagna, posò intieramente le armi la repubblica, e credette colla sola sapienza civile potersi preservar salva ne' pericoli, che radi ancora si rappresentavano. Ma vennero certi tempi strani, in cui la sapienza civile non poteva più bastare senza la forza, troppo rotti e troppo enormi dovevano essere i moti; la sapienza civile stessa era venuta in derisione. Così Venezia verso l'anno presente stimata da tutti, temuta da nissuno, se era capace di risoluzioni prudenti, non era di risoluzioni gagliarde; l'edilizio politico vi stava senza puntello: una prima scossa il doveva far rovinare.
Assai diversa da questa mostravasi, quanto al vigore degli animi, la condizione della repubblica di Genova. Nissun popolo si è veduto meno da' suoi maggiori degenerato del genovese. Fortezza d'animo, prontezza di mente, amore di libertà, attività mirabile, civiltà ancor mista con qualche rozzezza, ma da mollezza esente; un osare con prudenza, un perseverare senza ostinazione, ogni cosa insomma ritragge ancora in lui quel popolo che resistè ai Romani, battè i Saracini, pose agli estremi Venezia, distrusse Pisa, conquistò Sardegna, produsse Colombo e Doria, cacciò dalla sua città capitale i soldati forastieri; e se i destini in questi ultimi tempi non fossero stati tanto contrarii alla misera Italia, forse i Liguri avrebbero lasciato al mondo qualche bel saggio di valore e di virtù. Ma parlossi d'indipendenza colla oppressione e di libertà colla servitù, e gli animi distratti fra dolci parole e tristi fatti, non poterono nè accendersi al bene, nè vendicarsi del male. Era in Venezia un acquetarsi abituale alla sovranità dei patrizii, perchè era non solamente non tirannica, ma dolce, e perchè era da principio presa e non data. Era in Genova un vegliare continuo, una gelosia senza posa nell'universale verso la sovranità de' nobili, non perchè tirannica fosse, ma perchè era stata non presa da chi comandava, ma data da chi obbediva. La lunga quiete aveva fatto posar gli animi in Venezia: le sette, la fazioni e le parti, ora rompendo in manifesta guerra civile, ora sottomettendo la patria ai forestieri, avevano mantenuto in Genova gli animi forti e le menti attente. Era nel paese veneziano gran ricchezza con ampio territorio e fertile; era nel Genovesato gran ricchezza con angusto territorio e sterile; perciò là si poteva conservare l'acquistato posando, qua bisognava conservarlo operando. Era in Venezia chiuso ai plebei il libro d'oro; era in Genova aperto, possente stimolo a chi aveva avuto più amica la natura che la fortuna. Sicchè non dee far maraviglia, se risplendeva Venezia più per delicatezza di costumi che per forza, e se, pel contrario, era più cospicua in Genova la forza che la delicatezza. Quanto alle opinioni, quelle relative allo Stato poco sapevano di cambiamento, quelle relative alle ecclesiastiche discipline, assai. Quindi Porto Reale era in favore e molto largamente si pensava. Tal era Genova, non cambiata dai secoli, e le antiche querele sulla natura de' suoi abitatori al molto amor patrio suo non gradito ai forastieri piuttosto che a verità debbonsi attribuire.