Consoli
Cajo Giulio Serviano per la terza volta, e Cajo Vibio Varo.
Serviano console ordinario dell'anno presente era il cognato di Adriano, perchè marito di Paolina, sorella di lui. Però a quest'anno appartiene la lettera, che di sopra all'anno 230 dicemmo a lui scritta da Adriano intorno ai costumi degli Alessandrini ed Egiziani, e a noi conservata da Vopisco [Vopisc., in Saturn.]. Fa conoscere quella lettera, che Adriano era stato in Egitto, e tuttavia dimorava ne' primi mesi di quest'anno lungi da Roma. Non è improbabile ch'egli andasse visitando le città e le isole della Grecia. Avea nel precedente anno cominciata Giulio Severo la guerra contro ai Giudei; nel presente la terminò, se sussiste la cronologia di Eusebio [Euseb., in Chron. et lib. 4, cap. 6 Historiae Ecclesiasticae.], che ne riferisce il fine sotto quest'anno. Così gran fatti ne racconta Dione [Dio, lib. 69.], che parrebbe non essersi potuto smorzar quell'incendio in poco tempo. Scrive egli adunque, che Giulio Severo, valoroso ed accorto generale di Adriano, non si attentò mai di venire con quella gente disperata, ed ascendente ad un numero eccessivo, ad una battaglia campale. Ma assalendoli in corpi separati, impedendo loro i viveri, e rinserrandoli a poco a poco, e senza azzardare, ne fece un terribil macello, sì fattamente, che pochissimi salvarono la vita. È da credere ch'egli non la perdonasse nè pure alle donne, a' fanciulli e ai vecchi; imperocchè vi perirono, se dobbiamo stare in ciò all'asserzione di quello storico, cinquecento ottantamila persone di nazione giudaica, tagliate a pezzi, senza contare i morti di fame, fuoco e malattia, che fu una moltitudine incredibile. Cinquanta buone loro fortezze vennero in poter de' Romani: e novecento ottantacinque belle terre, castella e borghi furono tutti spianati, di modo che quasi tutta la Palestina rimase un paese deserto. Costò nondimeno assai caro anche ai Romani quella impresa, perchè ve ne perirono parecchie migliaia; e perciò in occasione che Adriano scrivendo al senato in questi tempi (segno ch'egli era lungi da Roma) non si servì dell'usato esordio secondo il formolario, cioè di quelle parole: Se voi e i vostri figliuoli siete sani, me ne rallegro. Quanto a me e all'esercito, noi siam tutti sani. Terminata secondo i giusti giudizii di Dio questa gran rovina del popolo giudaico [Euseb., lib. 4, cap. 6 Histor. Hieronymus in Isaiam, cap. 6.], Adriano pubblicò un editto, che sotto pena della vita niun Giudeo potesse più entrare in Gerusalemme, e nè pure appressarvisi. Ma non si mantenne questo gran rigore sotto i susseguenti Augusti. Diede lo stesso Adriano in ricompensa del buon servigio a Giulio Severo il governo della Bitinia, esercitato poscia da lui con tal giustizia, prudenza e nobil contegno, e con sì fatta cura non men de' pubblici che de' privati affari di quel paese, che Dione, nativo di lì, attesta essere stata anche ai suoi dì in venerazione la di lui memoria. Insorse poco appresso un altro torbido in Levante, perchè gli Alani, appellati anche Massageti, mossi da Farasmane re loro, diedero il sacco alla Media e all'Armenia, scorrendo fin sulle terre della Cappadocia, dove era governatore Flavio Arriano, forse quel medesimo, di cui ci restano alcuni libri. I regali fatti da Vologeso (probabilmente re dell'Armenia) a que' Barbari, e la paura dell'esercito romano raunato da Arriano, fecero da lì a non molto cessare le loro ostilità e i saccheggi. Si può ricavar da Dione, che in questi tempi l'Augusto Adriano stanziasse in Atene, dove dedicò il tempio di Giove Olimpico, in cui fu anche posto la statua di lui col suo altare, e un drago fatto venire dall'India. Solennizzò ivi Adriano con gran magnificenza le feste di Bacco, e vi fece la sua comparsa, vestito in abito di Arconte. Diede inoltre licenza ai Greci adulatori di fabbricar in quella città a nome di tutta la Grecia un tempio alla sua persona, come ad un dio; e per far onore a questo insigne edifizio, istituì de' combattimenti e giuochi, e donò agli Ateniesi non solo una grossa somma di danaro e del grano, ma anche l'isola di Cefalonia. In somma di tante beneficenze colmò egli Atene, che quasi divenne essa una città nuova. Il che fatto, finalmente abbandonò quel caro paese, e se ne ritornò in Italia nel presente anno, o almeno nei primi mesi del seguente.
CXXXV
| Anno di | Cristo CXXXV. Indizione III. |
| Telesforo papa 9. | |
| Adriano imperadore 19. |
Consoli
Ponziano ed Atiliano.
Il prenome e nome di questi consoli non si sono finora scoperti; v'ha chi in vece di Atiliano scrive Atelano. Da un'iscrizione atletica, che si legge presso il Grutero e presso il Falconieri, ricavò il padre Pagi [Pagius, Critic. Baron.], che Adriano Augusto prima del dì 3 di maggio era ritornato a Roma, perchè un suo rescritto dato in quel giorno e nella stessa città, appartiene alla di lui Podestà Tribunizia XVIII corrente allora. Rallegrò tosto il popolo con degli spettacoli. Nel corso delle carrette si acquistò gran plauso uno di quei cocchieri, servo di qualche nobile romano [Dio, lib. 69.]. Il popolo con alte grida fece istanza all'imperadore che gli desse la libertà. Addano in iscritto rispose, non essere cosa decente per li Romani il dimandare, che l'imperadore dia la libertà ad un servo altrui, o forzi il padrone a dargliela. Ripigliò Adriano in Roma le sue solite maniere di vivere. Fra gli altri suoi usi, andava spesso ai pubblici bagni, e si lavava con gli altri del popolo [Spartianus, in Hadriano.]. Gli venne un dì osservato un veterano, molto ben noto a lui, che fregava la schiena e le altre parti del corpo ai marmi del bagno. Gliene dimandò il perchè: Perchè non ho un servo, rispose il soldato, che mi possa fregare. Adriano gliene donò alcuni, ed anche le spese in vita. Risaputosi ciò, l'altro dì vennero molti vecchi a far lo stesso, sperando un egual trattamento. Ordinò Adriano che si fregassero l'un l'altro. Fece molti buoni ordini. Che non fosse lecito ai senatori il prendere nè direttamente nè indirettamente appalto alcuno di gabelle. Che fosse vietato ai padroni l'uccidere i loro servi, cioè gli schiavi (il che ne' tempi addietro era permesso ai Romani) volendo che se si trovavano rei, fossero condannati dai giudici. Soffrì nondimeno che tenessero prigioni private per li servi e liberti. Voleva che i senatori, uscendo in pubblico, sempre portassero la toga, eccettochè la notte. Tassò le sportole ai giudici, riducendole all'antica moderazione. Ripudiò le eredità lasciategli da persone ch'egli non conosceva; ed anche conoscendole, se v'erano de' figliuoli, le rifiutò. Dilettossi forte della caccia, ed amò sì fattamente alcuni de' suoi cavalli e cani, che fece far loro dei sepolcri. Talvolta nelle cacce ammazzò orsi, lioni ed orse; tanta era la sua destrezza. Non voleva che i suoi liberti avessero alcuna autorità, nè si credesse che potessero qualche cosa presso di lui, perchè attribuiva a questa sorta di gente la maggior parte dei disordini passati sotto i precedenti Augusti. Osservò egli una volta, che uno di costoro passeggiava in mezzo a due senatori. Mandò tosto uno de' suoi domestici a dargli una guanciata, e a dirgli: Guardati di camminar del pari con persone, delle quali tu puoi tuttavia divenire schiavo. Mirabile eziandio parve la sua moderazione, perchè quantunque infinite fabbriche facesse per tutto l'imperio romano, non volle che si mettesse il suo nome, se non nel tempio alzato a Trajano. Riedificò in Roma il Panteon, lo steccato del Campo Marzio, la basilica di Nettuno, molti templi, la piazza di Augusto, il bagno di Agrippa: contuttociò d'ordine suo fu ivi rimesso il nome dei primi fondatori. Fabbricò sopra il Tevere il ponte chiamato di Adriano, oggidì ponte sant'Angelo; e il suo sepolcro vicino al Tevere che ora si chiama castello sant'Angelo; e il tempio della Buona Dea. Fece anche un emissario al lago Fucino. Tutte queste azioni ho io raccolte sotto quest'anno, benchè spettanti a vari tempi, acciocchè sempre più si conosca qual imperadore fosse Adriano.