Al primo console, cioè a Prisco, ho aggiunto il cognome di Senecione, che si legge in una iscrizione [Thesaurus Novus Inscription., pag. 336, num. 5.], da me altrove riferita, trovandosi nell'altre memorie il solo di Prisco, che dovea essere il più usato. La venuta dei due Augusti ad Aquileja con un copiosissimo esercito, seguita nell'anno precedente, per testimonianza di Capitolino [Capitolinus, in Marco Aurelio.], produsse buoni effetti; imperciocchè la maggior parte dei rei e popoli barbari del Settentrione non solamente cessarono dalle ostilità, ma uccisero ancora gli autori delle sedizioni, mostrando di voler concordia coi Romani. E i Quadi rimasti senza re protestavano di non voler confermare il già eletto, se non precedeva l'approvazion degl'imperadori. Andavano anche arrivando ambasciatori dei più di que' popoli ai luogotenenti generali di essi Augusti, che chiedevano pace. Tal positura d'affari colla giunta della peste che già s'era inoltrata fino Aquileja, ed avea consumata parte dell'armata, e colla morte ancora di Furio Vittorino, prefetto del pretorio, animava Lucio Vero a fare istanza al fratello Augusto per tornarsene a Roma a godervi le solite sue delizie e i consueti passatempi. Ma Marco Aurelio era di contrario parere, insistendo sempre in dire, che l'essersi ritirati i Barbari, e il mostrar tanta voglia di pace, poteano essere loro finzioni e ripieghi presi al vedere un sì grande apparato d'armi dalla parte de' Romani; e che bisognava andar innanzi, e chiarir meglio, se i nemici operavano daddovero, o fingevano. Ch'essi due Augusti passassero il verno in Aquileja, lo pruova il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron.] con alcuni passi di Galeno. Fu dunque forzato contro sua voglia Lucio Vero a seguitare il fratello Augusto nella Pannonia e nell'Illirico, dove diedero buon sesto alla quiete di quelle contrade, liberandole, o pure avendole trovate libere dalle nazioni barbare. Le medaglie [Mediobarbus, in Numism. Imper.] ci fan vedere preso da essi Augusti in quest'anno per la sesta volta il titolo d'Imperadori, senza che apparisca dove le lor milizie avessero guadagnata qualche battaglia. Eusebio [Eusebius, in Chron.] circa questi tempi scrive, che i Romani combatterono contra de' Germani, Marcomanni, Quadi, Sarmati e Daci. E nelle medaglie [Mediobarbus, in Numismat. Imper.] battute nell'anno presente si trova menzione d'una Vittoria Germanica, e della Germania soggiogata, ed in oltre dato a Marco Aurelio il titolo di Germanico: tutte pruove, che si dovette menar le mani, e che qualche vittoria toccò all'armi romane. Capitolino [Capitol., in Marco Aurelio et Lucio Vero.] ignorò molte particolarità di questa guerra, e più di lui certamente son da apprezzar le medaglie. Ma che in quest'anno Marco Aurelio conseguisse il nome di Germanico, si può dubitarne non poco.
Adunque dappoichè si vide rimessa la tranquillità nella Pannonia e nell'Illirico, se ne tornarono i due Augusti da Aquileja. Lucio Vero [Capit., in Marco Aurelio et Lucio Vero.], a cui parea un'ora mille anni per rivedere le delizie di Roma, tanto fece, tanto disse, che impetrò licenza dal fratello di soddisfar al suo volere verso il fine dell'anno, sebben le parole di Galeno, riferite dal padre Pagi, sembrano indicare che amendue d'accordo s'inviassero alla volta di Roma. Fuor di dubbio è, che viaggiando essi unitamente in carrozza fra Concordia ed Altino, Lucio Vero [Eutrop., in Breviar. Aurelius Victor, in Epitome.] fu improvvisamente colpito da un accidente di apoplessia, per cui perdè la favella. Cavatogli sangue, e portato ad Altino, da lì a tre giorni compiè il corso di sua vita. Le dicerie cagionate da questa improvvisa morte furono infinite, secondo la consuetudine degli oziosi, de' maligni e degli ignoranti, che tutti vogliono far da politici. Vi fu dunque non poca gente, che il credè portato all'altra vita per veleno che dicea fatto a lui dare da Faustina Augusta suocera sua, chi da Lucilla sua moglie per gelosia di Fabia, sorella di lui, ch'era entrata seco in troppa confidenza, o per altri infami intrighi donneschi, o perchè egli con essa sua sorella avesse tramato contro la vita di Marco Aurelio; e che Agaclito suo favorito liberto fosse stato adoperato per levar lui di vita. Altri poi inventarono una favola, cioè che Marco Aurelio con un coltello dall'una parte avvelenato avendo tagliato un pezzo di carne, ne desse a lui la mortifera, e prendesse l'altra per sè: ovvero che per mezzo di Posidipo suo medico il facesse salassar fuor di tempo. Ma così stabilita era la riputazione e il concetto dell'integrità di Marco Aurelio, che niuna onesta persona vi fu, che non conoscesse la falsità di sì fatte immaginazioni. L'aveva egli sempre amato, avea tenuti segreti il più che poteva i di lui difetti, benchè gli dispiacessero al sommo. Comunque passassero quegli affari, abbastanza si raccoglie da Capitolino [Capit., in Marco Aurelio.] che Marco Aurelio venne in quest'anno a Roma, pregò il senato a voler accordare al defunto Lucio Vero gli onori divini, il cui corpo fu posto nel sepolcro di Adriano. Gli assegnò ancora de' Flamini, ed altri sacri ministri, come si costumava con gli Augusti, empiamente deificati. Le zie e le sorelle di esso Lucio Vero furono provvedute di assegni convenevoli al loro stato. Trattò bene, e regalò tutti i di lui liberti, benchè la maggior parte fossero gente cattiva che si era abusata della debolezza del padrone in addietro; ma dopo qualche tempo con apparenza di onorarli, ne liberò la corte, ritenendo solamente Eletto, quel medesimo, che a suo tempo vedremo uccisore di Commodo Augusto, figliuolo del medesimo imperadore. Andò poscia Marco Aurelio in senato per ringraziare i padri degli onori compartiti al defunto fratello, e destramente lasciò capire che tutti i felici successi della guerra partica non erano provenuti dai suoi consigli e provvedimenti, e che da lì innanzi passerebbono meglio gli affari.
CLXX
| Anno di | Cristo CLXX. Indizione VIII. |
| Sotero papa 9. | |
| Marco Aurelio imperad. 10. |
Consoli
Marco Cornelio Cetego e Cajo Erucio Claro.
Non s'ingannò l'Augusto Marco Aurelio in dubitare che i barbari settentrionali con finto animo avessero trattato di pace nell'anno precedente. In fatti nel presente, ripigliate l'armi, ricominciarono i Marcomanni con gli altri popoli di sopra nominati, e con altri mentovati da Capitolino [Capitol., in Marco Aurelio.], le ostilità contro le provincie romane, forse animati dal sapere quanta strage avesse fatta la pestilenza nelle legioni romane. Il peggio era, che la medesima peste era tornata ad infierire in Roma; e però mancavano i soldati, ed anche l'altro nerbo principale di chi vuole far guerra, cioè il danaro; nè in sì calamitosi tempi sofferiva il cuore al buon imperadore di smugnere con imposture nuove i popoli afflitti. Che fece egli dunque? Ricorse a dei ripieghi riserbati alle gravi angustie della repubblica. Non erano mai ammessi alla milizia i servi, o vogliam dire schiavi; e di questi il numero a que' tempi era incredibile nel romano imperio. Per valersene alla guerra, fece conceder loro la libertà, e ne formò alcune legioni, con dare ad essi il nome di Volontari. Altrettanto si era praticato nelle necessità della guerra Punica a' tempi della repubblica. Volle ancora, che i gladiatori, benchè persone infami, seco venissero alla guerra, e che in vece di scannarsi fra loro, impiegassero la lor destrezza in favor della patria con uso migliore. Prese inoltre al suo soldo i banditi della Dalmazia, della Dardania e molte compagnie di Germani, acciocchè servissero contro gli stessi Germani. In tal guisa mise insieme una poderosissima armata. Ma non reggendo il suo erario a sì gravi spese, nè volendo egli, siccome dissi, aggravar i popoli, si ridusse a vendere al pubblico incanto nella piazza di Trajano gli ornamenti del palazzo imperiale e i vasi preziosi e fin le vesti della moglie e le gemme trovate negli scrigni di Adriano. Durò due mesi questo incanto, e tanto oro se ne ricavò, che bastò al bisogno della guerra. Finita poi essa, mandò fuori un editto, invitando i compratori di que' preziosi arredi a restituirli pel medesimo prezzo. E chi non volle renderli, non ebbe per questo vessazione alcuna. Siccome osservammo di sopra all'anno 151, probabilmente Zonara s'è ingannato con attribuir questo fatto ad Antonino Pio, che non ebbe come Marco Aurelio necessità sì premurose di far danaro. Erasi ritirato il buon imperadore, non so se per godere della villeggiatura, o pure per guardarsi dalla peste, a Palestrina. Quivi la morte gli rapì il suo terzogenito, appellato Vero, per un tumore natogli sotto un orecchio, inutilmente tagliato. Era egli in età di sette anni, ed avea già conseguito il titolo di Cesare. Non più che cinque giorni volle il padre che durasse il suo lutto; consolò i medici che infelicemente l'aveano curato; e tornò fresco al maneggio degli affari pubblici, essendosi sempre osservata in questo imperador filosofo la medesima uguaglianza d'animo e di volto, tanto nella buona che nella avversa fortuna. Non permise egli che s'interrompessero per la morte del figliuolo i giuochi capitolini di Giove, che s'incontrarono in sì funesta occasione: solamente ordinò che si alzassero statue al defunto fanciullo, e l'immagine sua d'oro fosse portata ne' giuochi circensi. Era egli in procinto di muoversi per andare alla guerra, quando pensò di rimaritar la figliuola Lucilla, rimasta vedova del morto Lucio Vero Augusto. Scelse dunque per marito di lei Claudio Pompejano, di origine Antiocheno, e figliuolo d'un cavalier romano, considerata sopra tutto la di lui onoratezza e saviezza. Ma tra perchè egli non era della prima nobiltà, e si trovava molto inoltrato nell'età, tanto essa Lucilla, che portava il titolo di Augusta, ed era figliuola di un Augusto, quanto Faustina imperadrice sua madre, non sapevano dirigere un sì fatto parentado.